L’argomento è sempre caldissimo nel piccolo ambiente della letteratura di genere. Storie con una morale sì? Storia con una morale no? Aggiungerei anche una terza domanda: storie con una morale perché?

Negli ultimi anni, in ambito fantascientifico, abbiamo assistito al proliferare della distopia. Immaginare un futuro più o meno prossimo in cui una dittatura opprime la gente e nega le libertà date oggi per scontate è un modo di fare politica a bassa intensità. Se leggere storie distopiche aiutasse la gente a riconoscere la dittatura quando si presenta nel mondo reale probabilmente il nostro presente sarebbe molto diverso da come è. La distopia rischia spesso di diventare una comfort zone: solo lì ho il coraggio di guardare in faccia le cose brutte che succedono realmente nel mondo.

Ma i lettori che scappano a gambe levate dai libri che contengono una morale che storie cercano? Storie di puro intrattenimento. Magari storie che seguano il noto schema: tizio (non uso a caso il genere maschile) deve fare qualcosa per ottenere qualcos’altro. Nella maggior parte dei casi riesce, magari a caro prezzo, nell’impresa. Fine. Il lettore è soddisfatto dall’avventura letta e passa incolume alla prossima.

Ma la fantascienza è fatta di libri innocui, che lasciano i lettori senza nemmeno un graffio? No, lo sa bene chi è uscito vivo, magari nell’età della formazione, dalla lettura di un Silverberg, Le Guin, Ballard, Dick…

La lettura oggi è diventata un’attività impegnativa: richiede attenzione, tempo e dedizione. Per una, due, tre settimane si dedicano ore del proprio tempo a una storia pagata a caro prezzo. È un investimento importante in un’epoca in cui l’intrattenimento è offerto in molteplici forme a prezzi contenuti e il tempo è diventato un bene da far fruttare il più possibile. E dunque la gioia alla fine di una bella ma sciapa avventura di fantascienza è una rendita sufficiente a giustificare l’investimento iniziale?

Per alcuni sì, per altri no.

A chi cerca di più, magari qualcosa oltre l’elenco ordinato di accadimenti che portano dal punto A al punto Z. Un concetto su cui riflettere, qualcosa che sia valido anche nella vita di tutti i giorni, qui sulla Terra, oggi. È la funzione educativa della narrazione che esce dall’Ade e viene a bussare alla porta, è veramente possibile disinnescarla?

Agli scrittori che desiderano arricchire le proprie storie con una morale, un messaggio extradiegetico, è richiesto di salire in cattedra, che lo vogliano o no. Sta a loro scegliere che tipo di insegnante diventare: quello impossibile da dimenticare o quello idiota ma pieno di sé.

A molti scrittori di genere però questa prospettiva terrorizza. È  veramente possibile scrivere storie prive di una morale? La volontà di allontanarsi da qualsiasi messaggio morali non è forse un messaggio giù di per sé? I lettori, inoltre, non vanno sottovalutati: sanno quando un autore omette, vedono quando tira il sasso e nasconde la mano e, anche se fingono di non aver visto niente, traggono autonomamente la loro morale non solo dalla storia, ma anche sul suo autore.

Tornando alla domanda iniziale quindi, perché scrivere storie di genere con una morale? Forse la risposta è perché è impossibile non farlo.