Se tra i supereroi Marvel ce n’è uno davvero riluttante questo è Wonder Man, sin dalla sua prima apparizione come  super antagonista imprenditore fallito e disperato che accetta di essere trasformato per vendetta. Se poi a questo aggiungiamo che nella sua evoluzione a fumetti è morto più volte mostrando anche grandi fragilità emotive, si capisce come mai, pur non avendo mai raggiunto lo status di stella di prima grandezza, è sempre stato ripescato da autori diversi visto che incarna comunque l’essenza del supereroe con “superproblemi” e può essere più facilmente, diciamo così, “maltrattato”.

Ora questo improbabile supereroe è il protagonista di una miniserie di otto episodi targata Marvel che andrà in onda su Disney il prossimo 28 gennaio. Ideata da Destin Daniel Cretton e Andrew Guest, la serie TV Wonder Man ha per protagonisti Man Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Simon Williams, attore in cerca di successo, mentre Ben Kingsley torna come Trevor Slattery, l’ex interprete del Mandarino. Nel cast figurano anche Arian Moayed nel ruolo dell’agente del Department of Damage Control P. Cleary, X Mayo, Zlatko Burić come il regista Von Kovak, Olivia Thirlby, Byron Bowers e Demetrius Grosse che interpreta Eric Williams, fratello del protagonista e supercriminale noto come Grim Reaper.

La storia ruota intorno a Simon Williams, un attore in difficoltà, che intravede un’occasione di riscatto quando il regista Von Kovak annuncia il remake del film Wonder ManSimon vuole ottenere  a tutti i costi la parte e farà di tutto per interpretare il suo supereroe dell’infanzia. Lo affiancherà Trevor Slattery, l’attore che in passato aveva impersonato il Mandarino.

Quando Wonder Man fa la sua prima apparizione nelle pagine di “The Avengers” n. 9, nell’ottobre del 1964, la Marvel è un universo narrativo in piena ebollizione. Stan Lee e i suoi collaboratori stanno ridefinendo il concetto stesso di supereroe: niente più figure impeccabili e distaccate, ma uomini e donne pieni di difetti, paure, contraddizioni. Gli Avengers, nati appena un anno prima, incarnano perfettamente questa nuova filosofia: un gruppo di potenti individui incapaci, almeno all’inizio, di funzionare davvero come una squadra.

È in questo contesto che nasce Simon Williams, un personaggio potente, tragico e moralmente instabile, capace di mettere in crisi il concetto stesso di appartenenza al gruppo.

La paternità del personaggio viene tradizionalmente attribuita a Stan Lee, Don Heck e Jack Kirby. Lee fornisce l’idea di base e il tono drammatico, Heck disegna il personaggio mentre Kirby contribuisce alla grandiosità concettuale dei poteri e dell’impianto narrativo.

Il nome Wonder Man riecheggia volutamente l’epica classica e richiama un’idea di grandezza che, ironicamente, Simon Williams non sentirà mai davvero di meritare. Mostrando che fin dall’inizio, il contrasto tra titolo e identità personale è uno dei motori del personaggio.

Nella sua prima apparizione, Simon Williams viene introdotto come un industriale in bancarotta, schiacciato dal peso del fallimento e dal rancore verso Tony Stark, simbolo di quel capitalismo vincente che lo ha escluso. Manipolato dal Barone Zemo e dall’Incantatrice, Simon accetta di sottoporsi a un processo sperimentale che lo trasforma in un essere dotato di forza e resistenza straordinarie, basate su una misteriosa energia ionica. Il prezzo, però, è altissimo: il suo corpo è instabile, e la morte sembra inevitabile. La prima storia di Wonder Man si conclude con il sacrificio del personaggio, che muore tentando di impedire un disastro. È una fine rapida, quasi brutale, ma carica di significato: la Marvel dimostra che anche un personaggio appena introdotto può essere tragico, effimero e profondamente umano. Ma, come sappiamo, nessuno muore per sempre, e Simon Williams diventerà uno dei personaggi più “morti e rinati” della Casa delle Idee.

Partito dal cliché del miliardario umiliato da Stark e pieno di rancore che confrontandosi con Gli Eroici Avengers decide di sacrificarsi volontariamente riesca guadagnarsi la possibilità del ritorno.

Quando Wonder Man riemerge dalle nebbie della sua “morte”, negli anni Settanta, la Marvel non lo ripresenta come un eroe trionfante, ma come una presenza instabile, quasi provvisoria. Simon non rientra subito negli Avengers come membro effettivo: la sua integrazione è graduale, fatta di missioni condivise, sospetti reciproci e continui dubbi sulla sua affidabilità.

Questa scelta narrativa riflette i nuovi percorsi narrativi degli anni settanta della Marvel, dove l’appartenenza a un gruppo non è più un dato di fatto, ma un processo che dagli X-Men coinvolgerà tutti le altre testate multiple.

Sul campo di battaglia, Simon Williams è una risorsa straordinaria. La sua forza lo colloca stabilmente tra i membri più potenti del team, spesso in grado di affrontare minacce che metterebbero in difficoltà persino Thor o Hulk. Eppure, Wonder Man non diventa mai il leader naturale del gruppo. Questo lo rende una figura particolare, incarnazione della tensione tra potere e responsabilità: combatte come un dio, ma pensa come un uomo pieno di dubbi.

È con la nascita dei West Coast Avengers, siamo negli anni Ottanta quelli della esplosione di numerose nuove testate, che Simon Williams trova finalmente un ambiente più adatto alla sua natura. Come co-fondatore del team, Wonder Man contribuisce a definire un gruppo meno monolitico e più umano rispetto agli Avengers della costa orientale.

La West Coast non è solo una scelta geografica, ma narrativa: storie più intime, relazioni più sviluppate, conflitti meno cosmici e più personali. In questo contesto, Simon può esplorare la propria identità senza essere costantemente schiacciato dal mito degli Avengers “storici”.

Qui Wonder Man smette di essere un ospite tollerato e diventa un punto di riferimento, anche grazie alla sua amicizia con Beast e alla sua presenza carismatica, quasi da celebrità.

Negli anni successivi, Simon farà parte di varie formazioni: Force Works, Mighty Avengers, team temporanei e missioni speciali. Tuttavia, nessuna di queste esperienze avrà lo stesso impatto emotivo dei West Coast Avengers.

In ogni nuova incarnazione, Wonder Man rimane coerente con sé stesso: potente ma irrisolto, fondamentale ma mai centrale. È l’eroe che tiene in piedi la squadra senza mai prendersi la scena, un paradosso che lo rende unico nel panorama Marvel. Dopo il processo che lo trasforma, Simon non possiede più un corpo biologico nel senso tradizionale. La sua forma è composta da energia ionica condensata, una sostanza pseudo-scientifica che gli permette di esistere sia come essere solido sia come entità energetica. Questo stato lo rende immune a molte forme di danno, resistente al tempo e persino alla morte. In termini fumettistici, Wonder Man è un superuomo nel senso più letterale: non appartiene più completamente al regno dell’umano.

La Marvel si trova presto di fronte a quello conosciuto come “il dilemma Superman”: come gestire un personaggio che potrebbe, teoricamente, risolvere da solo la maggior parte dei conflitti? La risposta  è quella creargli un Tallone D’Achille emotivo (un po’ quello che succederà alla retcon di Sentry).

Per rendere il personaggio narrativamente sostenibile, molti autori scelgono di imporre limiti indiretti: instabilità energetica, dipendenza da fattori esterni, perdita temporanea della forma fisica. Ma il limite più efficace resta quello psicologico. Wonder Man non combatte mai solo contro un nemico esterno, ma contro la domanda che lo accompagna da sempre: sono ancora umano?

Come molti personaggi Marvel nati negli anni Sessanta, Wonder Man non è mai stato “fissato” in una forma definitiva. Al contrario, Simon Williams è il risultato di una stratificazione di voci autoriali, ognuna delle quali ha lasciato un’impronta diversa, a volte persino contraddittoria.

Nella concezione originale di Stan Lee, Wonder Man è un personaggio funzionale: il classico cattivo della settimana, creato per mettere in difficoltà gli Avengers e per dimostrare che la morte può avere un peso anche nell’universo Marvel.

Un momento chiave nella storia editoriale di Wonder Man arriva con Roger Stern, che contribuisce in modo decisivo a definirne la voce. Stern enfatizza l’umanità di Simon, mettendo in primo piano le sue relazioni piuttosto che i suoi poteri. È in questo contesto che Wonder Man diventa qualcosa di diverso nei fumetti di supereroi: un personaggio che parla dei propri sentimenti senza filtri, che ammette le proprie paure e che costruisce legami autentici.

Negli anni Novanta e Duemila, Wonder Man è protagonista di miniserie e rilanci che cercano di ridefinirlo per un pubblico moderno. Alcuni di questi esperimenti funzionano, altri meno, ma tutti confermano una costante: Simon Williams è un personaggio difficile da “vendere” come icona mainstream. Ogni autore sembra porsi la stessa domanda: Wonder Man è un eroe, una vittima o un simbolo? La risposta, inevitabilmente, cambia a seconda dell’epoca lasciando spesso che la definizione di Simon Williams passi più dai legami che costruisce che dalle battaglie che combatte.

Il rapporto tra Simon Williams e Hank McCoy (Beast) è una delle amicizie più sincere e durature dell’universo Marvel. Beast rappresenta l’intellettuale, il razionalista; Wonder Man l’emotivo, l’insicuro. Insieme formano una coppia complementare, capace di esplorare temi come la mascolinità vulnerabile e il bisogno di connessione. Il rovescio della medaglia è rappresentato da Eric Williams, alias Grim Reaper, fratello minore, invidioso e tormentato, che incarna ciò che Simon teme di essere un uomo consumato dal rancore.

Ma uno degli aspetti più controversi e affascinanti della storia di Wonder Man è il suo legame con Visione e Scarlet Witch. La rivelazione che i pattern mentali usati nella costruzione della Visione dei Comics sono basati su quelli di Simon Williams crea un legame inquietante sia sul piano sentimentale che emotivo. E, comunque, che si tratti di amicizia, famiglia o amore questi sono gli appigli che lo tengono legato all’umanità, anche quando il suo corpo e il suo potere lo spingerebbero altrove.

Ma la particolarità di Simon Williams è un’altra. Wonder Man è un supereroe che sceglie deliberatamente di diventare attore professionista. Scelta, apparentemente bizzarra, che si rivela in realtà una delle intuizioni narrative più interessanti legate al personaggio.

La carriera cinematografica di Wonder Man permette alla Marvel di riflettere in modo esplicito sulla spettacolarizzazione dell’eroismo. Simon è famoso non solo perché è potente, ma perché è riconoscibile, fotogenico, vendibile. Il suo corpo superumano diventa un capitale simbolico, un brand.

Attraverso Wonder Man, il fumetto anticipa una tematica oggi centrale: il supereroe come celebrity, costretto a gestire fama, aspettative e immagine pubblica. Molto prima dell’era dei social media e dei cinecomic dominanti, la Marvel utilizza Simon Williams per interrogarsi su cosa significhi “recitare” l’eroe. In questo senso, Wonder Man è forse il primo dei personaggi meta-narrativi della Marvel: un supereroe che sa di vivere in una narrazione e che prova, attraverso l’arte, a riconciliarsi con la propria frammentazione, introducendo situazioni che poi saranno vincenti per personaggi come Deadpool e il capolavoro mutante degli anni 2000 di Pete Milligan e Mike Allred: X-Statix.

Ovviamente quanto scritto fino ad ora sul personaggio del comics avrà poco o niente a che vedere con il Wonder Man che sta per presentarsi con una sua miniserie in streaming su Disney+ e non è difficile ipotizzare che le sue possibilità di sopravvivenza, considerato il periodo produttivo, siano pari a quelle della sua prima apparizione nei fumetti. Da quanto dichiarato abbastanza cripticamente da sceneggiatori e produttori nonché dal trailer rilasciato, la serie vorrebbe essere qualcosa di “alternativo con un approccio lontano da quello tradizionale” (che frase originale!): una serie che utilizza la carriera attoriale di Simon Williams come lente per osservare Hollywood, il mondo dello spettacolo e l’industria dell’intrattenimento supereroistico. Magari Wonder Man potrebbe diventare una sorta di specchio interno al MCU, capace di commentare con ironia e distanza critica, la macchina produttiva di cui fa parte. Una meta-narrazione che, se gestita con intelligenza, potrebbe rinnovare il linguaggio Marvel, ma qui lo scetticismo è davvero forte (episodio finale di She Hulk?!?).

Fino ad ora le serie prodotte dal MCU sono state (escludendo forse Loki e Daredevil) tra le cose più “inutili” alla narrazione dell’universo e della continuity di cui Kevin Feige si riempiva la bocca durante la “Infinity Saga”. Sono stati “insinuati” ganci narrativi poi lasciati sospesi mentre tutti i personaggi (famosi e sconosciuti, utili e inutili) venivano reinterpretati di volta in volta rendendoli sempre meno appetibili. Si potrebbe pensare che con i due prossimi film sugli Avengers possano/vogliano fare un operazione “all in” per sfornare qualcosa di nuovo e diverso, ma l’impressione comune ormai è che siano fuori tempo massimo.

Nonostante questo, come sempre, ci si potrebbe spingere a vedere almeno un paio di episodi di Wonder Man. Per chi invece desidera approfondire la figura di Wonder Man direttamente sulle pagine dei fumetti, il percorso di lettura ideale attraversa diverse epoche della Marvel.

Il punto di partenza obbligato è “The Avengers” n. 9 (1964), storia fondamentale della prima apparizione di Wonder Man.  Per seguire la sua resurrezione e integrazione progressiva nel gruppo, sono consigliati diversi numeri di “The Avengers” degli anni Settanta, in particolare i numeri 151/153 e 157/160 che portano all’integrazione definitiva di Simon Williams nel gruppo e “The Avengers” 181 per la dinamica che si stabilisce tra lui e Beast.

Un passaggio fondamentale è rappresentato dalla testata “West Coast Avengers” (1984–1994), dove Simon assume un ruolo centrale come co-fondatore e consolida l’amicizia con Beast. Da non perdere, infine, Avengers Two: Wonder Man and the Beast (2000), racconto introspettivo guidato dalla sua voce interiore, e la serie Wonder Man (1991–1994), ultimo tentativo di consacrarlo come protagonista assoluto.