Nel 1975, l’editore americano Bantam Books, alla cui guida all’epoca c’era lo scrittore Frederick Pohl, pubblicò il libro Star Trek Lives!, scritto a sei mani da Jacqueline Lichtenberg, Sondra Marshak e Joan Winston. Il saggio può essere considerato il primo che provava a raccontare il fenomeno del fandom nell’ambito della fantascienza. Nello specifico, il libro esplorava il rapporto tra la serie televisiva Star Trek, che aveva chiuso i battenti nel 1969, dopo solo tre stagioni, e i suoi fan. Com’è noto, la serie dopo la prima visione sul network NBC, venne venduta ai cosiddetti syndacation, ovvero televisioni locali o altre emittenti, che la rimisero in onda decretando pian piano il suo successo.

Quel pioneristico libro potrebbe essere considerato anche il primo della branca delle science sociali denominata fan studies, che è per l’appunto un campo di ricerca accademico incentrato sullo studio dei fan dei media e sulle culture dei fan.

Un decennio più tardi, verso la fine degli anni Ottanta, cambiò radicalmente il paradigma degli studi culturali sui fan, considerati fino ad allora marginali. Il punto centrale divenne il concetto secondo cui i fan di un prodotto culturale, che fosse un libro o uno show televisivo, non erano semplici spettatori passivi, succubi delle scelte di chi produceva e realizzava a livello industriale la cultura, ma si erano trasformati in agenti consapevoli, che sceglievano cosa leggere o guardare e, pian piano, diventano negli anni Novanta, addirittura dei “co-creatori”.

E in questa fase che prendono corpo i cosiddetti fan studies, cioè gli studi che tentano di analizzare il fenomeno dei fan. Ma cosa s’intende per fan?

La prima considerazione che va fatta è per l’appunto terminologica e definitoria. Fan è una parola che deriva dalla contrazione in inglese del termine fanatic, ed è nell’accezione più comune una persona che investe parte del suo tempo libero per interagire con un oggetto culturale che trova interessante e di cui gode, spesso più e più volte. La migliore traduzione in italiano è probabilmente quella di appassionato, in un’accezione positiva. Non va confuso con il termine fanatismo, che invece connota un entusiasmo acritico, di stampo spesso religioso e/o politico, con talvolta aspetti violenti e ossessivi. Fandom è invece la comunità degli appassionati, dei fan dunque, che si organizza in autonomia per godere dell’oggetto culturale anche in forme partecipative.  

Gli studiosi dei fan studies si occupano quasi sempre del fandom, cioè non del singolo fan ma di come si comporta una comunità di appassionati, come consumano gli oggetti culturali proposti dall’industria culturale, qual è l’identità che emerge come fandom e quali sono le pratiche che mettono in atto per usufruire e condividere le loro passioni. Nel caso della comunità di fan della fantascienza, si pensi a storiche pratiche come la realizzazione di fanzine, le riviste amatoriali, alle convention, dove si può condividere con altri fan l’oggetto delle proprie passioni. Gli studiosi sono soliti dividere tali pratiche in un’epoca pre-digitale e in un’era post-digitale, visto che Internet e la nascita soprattutto dei social network hanno profondamente modificato le pratiche di condivisione e partecipazione dei fan di fantascienza e non solo.

I fan studies studiano non solo le comunità dei fan e le loro pratiche, ma anche come essi stessi siano diventati in anni recenti creatori e non passivi consumatori. Si pensi al fenomeno delle fan fiction, ossia di racconti o romanzi che hanno per protagonisti i personaggi di romanzi o di serie TV o di film famosi. I fan della saga di Harry Potter, ad esempio, sono stati spesso autori di storie in cui hanno rimescolato fatti e vicende narrati nei romanzi della saga creata da J.K. Rowling. Personaggi che si muovono nello stesso universo immaginato dalla scrittrice britannica, ma che assumono atteggiamenti e sono protagonisti di vicende totalmente diversi da quelle narrate nei romanzi.

Un fenomeno a parte è quello dei cosiddetti cosplayer, ossia di un fan che si veste e si trucca come il personaggio di un fumetto, di una serie TV, di un film o di un romanzo e ne riproduce attraverso la sua persona esattamente l’immagine estetica. Il termine deriva dalla fusione delle parole costume e play, ossia nel senso letterale di mascherarsi per gioco dal proprio personaggio preferito. Una pratica che anche in questo caso è nata nell’ambito della fantascienza nel corso del Novecento, durante le convention, ma che in seguito è stato poi adottato in Giappone dagli appassionati di manga (fumetti) e anime (cartoni animati) giapponesi, diventando poi un fenomeno globale.

Spesso i fan condividono le loro passioni non solo attraverso le fan fiction, testi letterari che hanno una limitata distribuzione, ma anche attraverso vere e proprie produzioni televisive di livello spesso elevato. Anche qui si pensi alla comunità di appassionati di Star Trek, la saga cine-televisiva creata da Gene Roddenberry negli anni Sessanta del Novecento, che è stata oggetto di film e serie televisive realizzate dai fan. Un modo per creare la loro versione del prodotto culturale che amano e bypassare l’industria culturale. Non da meno solo le produzioni cinematografiche dei fan appartenenti alla saga di Star Wars di George Lucas. Esperimenti di produzioni cine-televisive che, ovviamente, sono senza scopo di lucro e che spesso hanno anche il beneplacito di chi detiene i diritti d’autore, ma che in altri casi è stata oggetto invece di vere e proprie azioni legali.

Un mondo e un settore di studio e di ricerca, quello dei fan studies, che sono in continua evoluzione e che ha avuto storicamente la fantascienza come protagonista. Del resto il “primo fan” è stato creato in seno alla science fiction negli anni Venti, quando i lettori delle riviste americane scrivevano alle redazioni per segnalare, polemizzare, suggerire e interagire con gli altri appassionati.