Che cosa s’intende con il termine Speculative Fiction? Può essere usato come un sinonimo di science fiction (con cui ha in comune comunque l’acronimo SF)? Si tratta di un genere letterario? Per rispondere a queste domande, è opportuno fare un breve passo indietro e raccontare la storia che c’è dietro la Speculative Fiction per capire come è nata e come è stata intesa nei vari momenti storici della letteratura di genere, a cui non c’è dubbio è strettamente legata. Ma soprattutto che cosa s’intende oggi per Speculative Fiction?

L’origine del termine Speculative Fiction è generalmente attribuita allo scrittore americano Robert Heinlein, che lo utilizzò in un editoriale del “The Saturday Evening Post” dell’8 febbraio 1947, anche se Speculative Fiction venne usato, sempre in ambito letterario, in due precedenti occasioni. La prima risale al 1889, quando in un articolo del “Monthly Magazine di Lippincott”, nel 1889, fu usato a proposito del romanzo Guardando indietro, 2000-1887 (Looking Backward: 2000-1887) di Edward Bellamy, pubblicato nel 1888. La seconda risale al maggio del 1900, quando sulla rivista letteraria di “The Bookman” si sottolineava che il romanzo Etidorhpa, or, the end of the earth: the strange history of a mysterious being and the account of a remarkable journey (“Etidorhpa, o la fine del mondo: la strana storia di un essere misterioso e il resoconto di un viaggio notevole”) di John Uri Lloyd fosse stato al centro di un intenso dibattito tra coloro che erano interessati alla Speculative Fiction.

Heinlein, invece, ne diede una vera e propria definizione, scrivendo: “In una storia di Speculative Fiction la scienza e i fatti accertati vengono estrapolati per produrre una nuova situazione, un nuovo quadro per l’agire umano. Come risultato di questa nuova situazione, vengono creati nuovi problemi e la nostra storia parla di come gli esseri umani affrontano questi nuovi problemi. La storia non riguarda la nuova situazione, ma su come vengono affrontati i problemi che sorgono dalla nuova situazione”.

È evidente che l’autore di Fanteria dello spazio intende utilizzare il termine come sinonimo di science fiction, tuttavia a differenza della concezione di fantascienza più comune utilizzata alla fine degli anni Quaranta del Novecento, Heinlein la intende con un’accezione più umanistica, laddove le storie di questo filone della letteratura sono certamente ancorate alla scienza e alla tecnologia, ma anche con l’uomo al centro e a come affronta le conseguenze che provengono dalle nuove scoperte scientifiche o dall’invenzione di nuove tecnologie, che erano poi le due colonne della fantascienza dell’epoca. La polemica diretta era nei confronti della narrativa promossa da Hugo Gersbank sulla rivista “Amazing Stories” e sull’uso smodato di invenzioni tecnologiche che impregnavano le storie di fantascienza dell’epoca.

Il termine, tuttavia, non incontra l’apprezzamento né dei lettori né dei critici dell’epoca e viene sostanzialmente abbandonato, fino alla metà degli anni Sessanta, quando la scrittrice americana Judith Merril lo riprende in un articolo dal significativo titolo: What Do You Mean: Science? Fiction? e apparso sulla rivista “Extrapolation” del maggio 1966. Il breve saggio si apre con una sorta di presa di coscienza sulla difficoltà di definire la narrativa di questo genere, pur sapendo bene cosa significassero i termini science e fiction, tuttavia, la sua definizione alla fine ricade sul termine heinleniano di Speculative Fiction: “Speculative Fiction: storie il cui obiettivo è esplorare, scoprire, apprendere, mediante proiezione, estrapolazione, analogia, ipotesi e sperimentazione su carta, qualcosa sulla natura dell'universo, dell'uomo o della “realtà”… Uso il termine “Speculative Fiction” qui specificamente per descrivere la modalità che si avvale del tradizionale “metodo scientifico” (osservazione, ipotesi, esperimento) per esaminare una qualche approssimazione postulata della realtà, introducendo un dato insieme di cambiamenti – immaginari o fantasiosi – sullo sfondo comune di “fatti noti”, creando un ambiente in cui le risposte e le percezioni dei personaggi riveleranno qualcosa sulle invenzioni, sui personaggi o su entrambi”.

La Merril suggerisce il metodo scientifico – quello che gli scienziati usano per osservare e sperimentare, per poi dare conferma o meno alle proprie ipotesi, con dati che tutti gli altri scienziati possono verificare per giungere alle stesse conclusioni – anche nel creare storie di Speculative Fiction, provando, sperimentando, introducendo cambiamenti e ponendosi domande sulla realtà, per descrivere come i personaggi o le situazioni rispondono. Siamo di fronte a una vera e propria ricetta su come costruire storie, un metodo che tutti gli scrittori in teoria possono seguire.

Anche nel caso della Merrill il significato di Speculative Fiction è più vicino a quello di Science Fiction che a una vera e propria nuova categoria diversa dalla fantascienza.

Sempre nel corso degli anni Sessanta c’è l’esplosione della New Wave (Nuova Ondata), ovvero di un movimento che – in particolare sulle pagine della rivista “New Worlds” e con autori come Michael Moorcock, James G. Ballard, Normand Spinrad, Harlan Ellison, Samuel Delany, Roger Zelazny, Thomas Disch, Joanna Russ, James Tiptree jr. (alias Alice Sheldon) e Ursula K. Le Guin – prova a traghettare la fantascienza verso i lidi della letteratura mainstream. Ballard, in particolare, conia il concetto di inner space (spazio interno), in contrapposizione allo spazio esterno delle avventure spaziali dei decenni precedenti, dichiarando che il vero alieno è l’uomo ed invitando colleghi e lettori a scrivere e pretendere una fantascienza che ponga come centrale non più la frontiera dell’universo, ma quella dell’inconscio.

L’obiettivo – a volte dichiarato, a volte defilato – era quello di far maturare il genere e tirarlo fuori dal “ghetto” editoriale e di costume in cui si era impantanato. Anche se questo ambizioso risultato non fu pienamente raggiunto, non c’è dubbio che vennero frantumati i paradigmi della fantascienza classica e furono introdotti temi forti, al fine di proporre una diversa visione della fantascienza tanto agli appassionati tanto a quella “critica con la puzza sotto il naso”.

In quest’ambito la Speculative Fiction viene utilizzata come alternativa al troppo abusato termine di Science Fiction, soprattutto per il fatto di essere un termine che ha nel suo DNA la narrativa pulp nata nella seconda metà degli anni Venti e sviluppatasi per tutti gli anni Quaranta, ritenuta ingenua dal punto di vista delle storie e poco attenta alla letterarietà dei testi.

Dagli scrittori della New Wave, il termine è utilizzato nel senso di permettere anche di trattare temi molto scabrosi per la società dell’epoca, come l’uso delle droghe, il sesso, la perdita e la ricostruzione dell’identità. L’accezione cade sul termine Speculative nel senso di speculare sull’uomo e sulla società, sulla situazione sociale, sulla politica e non solo. Non a caso questa nuova affermazione del termine arriva nei tumultuosi anni Sessanta e Settanta, un periodo storico denso di grandi rivoluzioni sociali e politiche, basta pensare a quelle dettate sia dai giovani universitari sia dal movimento femminista.

Alla fine degli anni Novanta, Speculative Fiction diventa, infine, un termine che non è altro che una categoria molto ampia, che raccoglie sotto lo stesso cappello generi letterari quali il fantasy, l’horror e i loro derivati, ibridi, e generi affini, tra cui gotico, distopia, zombie, vampiri e narrativa post-apocalittica, storie di fantasmi, narrativa weird, racconti di supereroi, storia alternativa, steampunk, slipstream, realismo magico e molti altri. Tra questi c’è, ovviamente, anche la fantascienza.

Anche oggi, il termine identifica questa macrocategoria e chiama in causa il rapporto tra i generi letterari, da un lato, e quello con la letteratura mainstream e realista dall’altro. Perché se si vuole trovare un denominatore comune a tutti i generi sopracitati l’unico è quello che tutti appartengono, seppur nella loro diversità, alla letteratura non mimetica, cioè a quel tipo di narrativa che non ha come fondamento principale la riproduzione della realtà, seppur filtrata attraverso la lente del saper raccontare storie.