Capitolo 1. La notizia

Chiuse la lettera in quattro parti, la infilò di nuovo nella busta, rimase per un momento a guardare l’indirizzo. La grafia era quella di sua madre, senza dubbio, di particolare eleganza. Parole italiane sui timbri neri, il francobollo con il ritratto del re. La lettera era reale, concreta. Ma poteva essere vera? Spense la lampada a petrolio, afferrò il cappotto, il berretto, scese le scale senza chiudere la porta. Uscì nella Holmes Street, calpestò una pozzanghera, camminò a passo lento lungo la viuzza e sbucò nella strada invasa dalla folla, la Clarke Street. Tornavano dagli uffici, dalle scuole, dalle fabbriche prima che facesse buio. Una folla come un fiume. Lui era una goccia in quel fiume. Pietro Morzenti rimase immobile, un uomo corpulento gli finì addosso, riuscì a non cadere, lo sconosciuto imprecò. Pietro cominciò a muoversi, a nuotare in quel fiume, era confuso, ma sapeva di avere una sola meta, un solo luogo dove avrebbe potuto parlare, confrontarsi: doveva raggiungere il Carlton Hotel vicino a Buckingham Palace, doveva parlare con suo fratello.

O forse avrebbe potuto andare dagli amici al circolo dei velocipedisti. No, meglio cercare suo fratello. Oppure restare solo, stare in silenzio. Andare a guardare il grande fiume. Anche la vita era un fiume, portato dalla corrente del tempo e tu stavi dentro una scialuppa.

Si accendevano i lampioni a gas, sul binario centrale passava il potente tram a vapore, nero e lucente; sì, avrebbe potuto prendere un tram. In alto, la rete di funivie aeree collegava i grattacieli della metropoli. D’improvviso uno strillone si mise a urlare che la flotta di sua maestà viaggiava verso le coste nemiche. Pietro si fermò. Che cosa stava accadendo al mondo? Gli sembrava che il dolore che aveva dentro dovesse spezzargli le vene.

Il tram passò oltre, la fuliggine della ciminiera sembrava il respiro nero di un demonio. Lo afferrò di nuovo quella sensazione, come se il mondo gli roteasse attorno: voleva uscire dalla calca, da quel fiume in piena. Annaspò, si disse che doveva respirare forte, ma con calma, si buttò in un vicolo, finalmente si trovò fuori dalla corrente, fece alcuni passi, sedette sul gradino di un portone. Nella penombra vedeva l’alito condensarsi, l’umidità bagnava il selciato. Notò un foglio appiccicato al muro di fronte, lesse: “Le ragioni della vita su Marte”, conferenza del professor James Lovell. Vicino stava un altro manifesto, dal titolo: “Oltre l’ipnosi”. L’aveva vista fare a teatro, l’ipnosi. Stupefacente.

La paura gli teneva lo stomaco come un artiglio, tirò fuori la lettera dalla tasca, la guardò, la aprì di nuovo. La grafia di sua madre. Ricominciò a leggere.

Mio carissimo figliolo, non vorrei mai scriverti queste righe. Il male di Angela ha avuto un improvviso peggioramento, il dottor Artina è andato più volte a visitarla, nessun contatto le era permesso al di fuori della cerchia delle persone della casa che, devi sapere, era stata completamente isolata; suo zio Aquilino ha cercato di recarsi personalmente in Svizzera con il treno per prendere i medicinali più sofisticati, ma alla frontiera lo hanno bloccato, nonostante i certificati che poteva esibire, e ha dovuto rientrare…

Smise di leggere. Perché non lo avevano chiamato via telegrafo? No, non aveva senso. Non avrebbe potuto prendere un dirigibile, neppure una nave. Lei non gli aveva mai scritto della malattia, nessuno gli aveva mai accennato nulla. Se solo avesse saputo, sarebbe tornato subito per stare con lei.

Nel vicolo arrivava attutito il rumore della folla; riprese la lettera:

…Il prete, don Giovanni, più volte è andato in visita da lei e le ha portato i sacramenti, ha recitato le preghiere più profonde e arcane. Non c’è stato niente da fare, figlio mio. Noi non potevamo nemmeno stare accanto ai suoi genitori che erano disperati perché Angela, come ben sai, era la loro unica figlia, il loro gioiello. Dio abbia pietà della sua anima. Hanno tutti paura; alla sera ci si chiude in casa e non si esce fino all’alba: se tu potessi tornare, non riconosceresti più il nostro paese, ricordi i porticati pieni di bancarelle, di vita, di allegria, di colori? Ora è tutto grigio, la gente cammina distante, fatica a salutare. Non ho avuto la forza di scriverti fino a questo momento. Ci hanno detto che era bella anche nell’ultimo istante, come se la terribile trasformazione non l’avesse toccata. I suoi genitori hanno dovuto accettare la decisione. L’ha accettata anche lei stessa, così perlomeno ci hanno detto. Ci aggrappiamo alla fede, sicuri che lei ci sorride da lassù, finalmente in pace. Fatti forza figliolo mio. Ricordati che qui tutti ti vogliamo bene e che prima o poi il male cesserà e potremo incontrarci di nuovo.

Tua mamma Selenite