Il Bleu Espoir era decollato da Parigi alcuni secondi prima e la scia stentava a disperdersi nel cielo terso. Temperatura percepita al suolo: 29 °C, un bel caldo per essere aprile.
Milioni di spettatori stavano con gli occhi fissi sullo schermo. Nessuno si sarebbe preoccupato di seguire l’evento se a bordo non ci fosse stato Dante Doyle con la sua famiglia. Ormai il turismo spaziale per ricconi non faceva più notizia. Le cifre immorali sborsate per fare un giretto suborbitale non indignavano più nemmeno Extinction Rebellion. Ma il multimilionario italo-texano non era un tizio qualunque, era l’inventore della cellulosa commestibile, fonte di salvezza per l’umanità.
Il veicolo eseguì una salita perfetta, staccandosi dai booster alla quota stabilita, settanta chilometri. Manovra regolare, tutto okay. I razzi ausiliari sarebbero planati a terra sani e salvi, pronti a essere recuperati e riutilizzati.
In pochi minuti il Bleu Espoir raggiunse i cento chilometri d’altezza. Dalla cabina i due piloti salutarono con il pollice alzato e sorrisi protratti.
Nessuno aveva mai capito come Dante Doyle fosse riuscito a battere sul tempo gli scienziati della Virginia Tech che stavano lavorando da anni alla cellulosa. Il biologo aveva sempre detto che era stata una sorta di illuminazione che gli era giunta durante il sonno.
Si trattava della rivoluzione alimentare del secolo. L’unica sostanza esistente che lo stomaco umano non digeriva si era trasformata in un cibo calorico, eticamente accettato da tutti. Il predominio delle colture transgeniche da parte delle multinazionali agro-alimentari stava .ollando per lasciare il campo alla Doyle S.p.A. La fame nel mondo sarebbe stata presto debellata.
Una volta raggiunto il vertice della parabola, le riprese inquadrarono la famiglia mentre galleggiava. I due figli adolescenti salutarono annoiati il pubblico mentre la madre, con un improbabile completo leopardato, sostava con le tette rifatte all’altezza di una telecamera.
Milioni di occhi riconoscenti erano puntati su quella scampagnata felice. Dante e la sua famiglia se lo meritavano, avevano quasi salvato il mondo. Per qualche minuto andò tutto bene poi si sentì la voce allarmata del pilota, grida, un litigio forse, e, neanche tempo di rendersi conto di quello che si stava guardando, l’esplosione.
Le telecamere di bordo trasmisero in mondovisione frammenti di corpi dilaniati per appena un secondo, ma un secondo di troppo. Le immagini sarebbero rimaste impresse nelle retine degli spettatori, pronte a ritornare nei giorni, nelle settimane seguenti, durante le notti insonni.
Non era il primo incidente che si verificava durante quei viaggi commerciali e non sarebbe stato l’ultimo tuttavia avrebbe segnato la vita di molte persone.
Toccò il vetro con un polpastrello e lasciò un’impronta evidente. Ogni giorno compiva un piccolo gesto contrario alla sua rigida educazione. Non lo faceva stare meglio ma gli ricordava che era ancora vivo, che c’era ancora tempo.
Stefano Ferrari era nato sulle sponde del Lago di Garda e là era cresciuto praticando ogni sorta di sport: nuoto, windsurf, immersioni. Un paio di tatuaggi, nascosti sotto l’elegante completo blu, ricordavano quell’epoca felice, appena una decina d’anni prima, in cui stava all’aria aperta, beveva con gli amici, si divertiva assieme a turiste da tutto il mondo, quando viveva senza preoccuparsi del domani, di salvare il salvabile. Ora il Garda era una pozza asfittica e maleodorante.
Una pioggerellina cominciò a lasciare sottili filamenti sui vetri. Era talmente caldo che le gocce, sfiorando la scura pavimentazione di Piazza dei Signori, evaporavano.
I pensieri di Stefano si misero a scarrellare nel passato. Perché? Il tempo si stava asciugando e lui non aveva ancora trovato la risposta, ecco perché.
La risposta chimica degli emisferi cerebrali a stimoli meccanici alternati tramite oscillotropio in pazienti comatosi. La sua tesi in Neuropsichiatria del Cambiamento, pubblicata su Mind Matters, era stata giudicata da molti accademici dozzinale, in alcuni casi preistorica. Aveva ricevuto feroci critiche, soprattutto in patria, dove lui era stato paragonato a Cerletti e il suo oscillotropio all’elettroshock. Sulla rivista era apparso un comment sprezzante, al quale il giovane Ferrari aveva risposto con tutto l’impegno, senza successo. Si era giocato la possibilità di essere ammesso a qualunque dottorato di ricerca.
Per un paio di mesi, dopo la specializzazione, si era convinto di aver sprecato tempo. Eppure il suo studio era valido. Aveva fatto degli esperimenti con pazienti comatosi e questi avevano dato le risposte fisiologiche che lui si era aspettato. Dopo una mezzora di stimoli pressori, c’era stata un’improvvisa attivazione dell’ipofisi, alla quale erano seguiti un abbondante rilascio di endorfine e un’attività cerebrale accelerata. Una specie di runner’s high con l’atleta paralizzato. Ma quei risultati non gli bastavano, il dottor Ferrari voleva di più.
Smise di crogiolarsi nei ricordi e si mise a sedere. Fissò il marchio dell’azienda stampato sulla cartellina bianca di fronte a sé, che ritraeva una persona in posizione fetale dentro una goccia. Se due anni prima la SleepWater non l’avesse assunto, per campare avrebbe dovuto aprire un noleggio di tavole da surf.
Lorenzo, il suo assistente, bussò alla porta.
– Buongiorno. – Il ragazzo tratteneva a stento il sorriso. Prima di riferire la novità, si sedette. – C’è un nuovo richiedente.
– Non so perché ma me l’ero immaginato.
– Un giovane, trentadue anni.
“Diavolo” pensò Stefano, “ha proprio la mia età”.
– Si chiama Alessandro Zanatta, ex-vigile del fuoco, rimasto tetraplegico a causa del crollo di una soletta durante un intervento, un anno fa. Al momento dell’incidente era alto 1,85 e pesava 89. Ho qui le copie delle cartelle mediche.
– Bene, passamele. – Il dottore sbirciò i documenti. – Danni cerebrali?
– No, per fortuna.
– In che senso? – Stefano non riusciva immaginare come rimanere su una sedia a rotelle, immobile, impotente, senza possibilità di guarigione ma con la testa lucida, fosse una stramaledetta fortuna.
– Nel senso che ha presentato lui stesso la richiesta e che non sussistono gli estremi per respingerla.
– Be’, vedremo.
– Sarebbe un soggetto ideale per i nostri studi.
Stefano alzò gli occhi dai referti e li piantò in quelli del collaboratore.
– Era un pompiere, salvava le persone, cosa ci può essere più adatto di così? –Lorenzo si agitò sulla sedia, forse si stava rendendo conto in che guaio s’era cacciato.
– Veramente il signor Zanatta è una persona, non una cosa.
– Suvvia, hai capito cosa intendo dire: spirito di sacrificio, amore per il prossimo, generosità. Quanti dei nostri pazienti possiedono questi requisiti? È uno dei soggetti migliori che ci siano mai capitati!
– Comprendo e condivido in parte il tuo entusiasmo ma vorrei che non ti dimenticassi che questi soggetti, come li chiami tu, si rivolgono a noi con delle speranze. Credono di avere un futuro, se non nell’immediato, negli anni a venire. Non sono dei semplici ammassi neurali da collegare a una macchina per estorcere loro tanti bei requisiti e metterli in fila indiana.
L’assistente abbassò gli occhi.
A Stefano nacque un sospetto ma non lo esternò subito. Stette ad ascoltare gli scrosci d’acqua che infuriavano contro gli smart glass. Non è che non piovesse mai, tuttavia le temperature elevate e l’aridità del terreno impedivano che le precipitazioni apportassero effettivi benefici.
– Sai qualcosa che io non so?
– Veramente io… – l’assistente si alzò di colpo – … non posso parlarne.
– O mi dici che cavolo sta succedendo o sei fuori, capito? Fuori dal programma.
Richiuse la cartellina dei dati clinici con uno scatto nervoso.
– Ho promesso che non te l’avrei riferito ma se insisti…
– Insisto.
– Il signor Water mi ha chiesto di metterti sotto pressione. Mi ha detto di cospargerti un po’ di pepe, ehm, tu sai dove, perché non abbiamo ancora ottenuto nessun risultato soddisfacente. Delle idee rivoluzionarie che gli avevamo promesso, lui non ne ha visto neanche l’ombra.
Il neuropsichiatra spinse il mento in fuori, tradendo un misto di stupore e curiosità.
– Dice che ha investito una cifra spropositata per potenziare l’impianto, per costruire dei nuovi oscillotropi, e a cosa è servito? – Lorenzo era paonazzo. Si prese una pausa.
Stefano non l’aiutò a tirarsene fuori, anzi. Non gli piaceva trattare male i collaboratori ma non gli andava giù che Water non ne avesse parlato direttamente con lui. Per fortuna, quell’anima pura di Lorenzo non sapeva fingere.
– A una beata mazza. Parole del signor Water, non mie!
– Quindi lui cosa propone?
– Propone, se non si ottengono i risultati sperati, di staccare i soggetti dagli oscillotropi dopo un paio di mesi.
Stefano si alzò. – Staccarli dopo un paio di mesi? Ma stiamo scherzando? Non farmi imprecare. Capisci anche tu che è un’assurdità, vero? Water non sa di cosa parla. Dopo due mesi si stanno ancora abituando alla simulazione base. È una vaccata. – Si aprì il colletto della camicia.
Era sfinito come se avesse fatto un’immersione di un’ora. Immersione nel fantastico mondo di Horace Water, multimilionario, proprietario e presidente di varie società in ambito finanziario e tecnologico, filantropo, con una sfilza di ex-mogli e marmocchi da far invidia a un kindergarten.
– Sediamoci – propose – non abbiamo finito di parlare di Zanatta.
– Giusto.
– I familiari sono d’accordo?
– La madre è depressa. Il padre è contrario ma, essendo il paziente in possesso delle sue facoltà, non può opporsi legalmente. Gli abbiamo fissato un appuntamento la prossima settimana per fargli vedere l’impianto.
Ferrari fu grato di non sentire l’espressione “giro turistico” che sapeva essere in voga tra i tecnici del laboratorio.
– I dettagli dell’appuntamento sono segnati in cartellina.
– Mi sembra tutto a posto.
– Stefano, mi spiace, io non intendevo…
– Non dirlo neanche. Non è colpa tua. Adesso chiamo Water.
Lorenzo uscì dall’ufficio.
Il dottore girò la sedia e allungò lo sguardo su Piazza dei Signori. Aveva smesso di piovere ma il cielo era ancora coperto. Chissà quando sarebbe piovuto di nuovo.







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