La Sirio avviò la manovra d’attracco verticale e la sabbia prese a vorticare, bistrattata dalla propulsione dei reattori. Il velivolo si adagiò lieve sulla spiaggia, i motori si spensero e il portello si aprì. La vista dall’hangar mostrava dune sabbiose delimitate da braccia scoscese di roccia che terminavano a picco nel mare, sulle quali proliferava una vegetazione rigogliosa, quasi opprimente.

Sei led di colore verde si accesero in sequenza, lampeggiando sul display dell’olopad incastonato nel torace di Vega, l’umanoide dall’aspetto femminile, dotato di intelligenza artificiale. Rivestita della stessa tuta indossata dal ricognitore Nathan Dale, disceso lungo la rampa di accesso all’hangar, immediatamente dopo Vega.

– Che ti avevo detto? Le coordinate erano sbagliate. La nave di quel deficiente di Crowford non è qui. Chissà in quale maledetta baia di quale stramaledetto continente ci hanno spediti.

La voce attutita dal casco isolante di Dale risuonava comunque chiara e lamentosa, come quella di un asino che raglia. Vega si voltò a mostrare gli indicatori del suo olopad.

– Atmosfera ottimale, suggerisco la rimozione del casco, un po’ di aria pulita ti aiuterà a distendere i nervi, Nate. È vero. La Helios non è qui, perlustreremo la zona, è trascorso del tempo dalla richiesta di soccorso, magari Crowford è riuscito a spostarla in qualche modo, magari la marea l’avrà portata via. Nessun pericolo in zona, direi di muoverci subito. – La voce di Vega era melliflua, calma e rilassata.

– Ricorda che siamo ricognitori della Orion e non “il comitato di pronto intervento”.

– Anche Crowford è un membro della Orion. È un cazzo di essere umano, potrebbe avere bisogno di assistenza. Tu sei un fottuto ricognitore, hai me a disposizione per l’approvvigionamento dati e il campionamento diretto. Lui è un semplice esploratore, il supporto tecnologico migliore di cui dispone è quel rottame di droide mappatore, muto.

– Vega… che linguaggio.

– Ehi, Nate. Siamo in simbiosi dall’inizio del tuo incarico, sono un’AI autoapprendente, indovina chi mi fornisce i parametri di autoapprendimento, incluso il linguaggio?

– mrh…

Nathan si accinse a rimuovere il casco mentre Vega equipaggiò il blaster di ordinanza, fornito alle AI da ricognizione, in caso di emergenza.

– Rapporto dalla nave Sirio, anno solare duemila seicento ventisei. Sessantasettesimo giorno dall’inizio del ciclo di Orione. In risposta al segnale di soccorso: A99074Y, io e l’operatore di supporto ricognitivo Vega-367, siamo approdati sul pianeta Terra. Ci accingiamo a rintracciare l’esploratore Crowford. Le coordinate fornite dall’interceptor non corrispondono all’ubicazione della nave Helios registrata a nome di Crowford.

Anche la tuta di Dale era munita di un olopad, formato bracciale, agganciato all’avambraccio sinistro. La comunicazione era stata indirizzata al dispositivo che dopo aver immagazzinato il dato audio emise un “beep”.

Entrambi discesero dall’hangar e si incamminarono lungo la battigia, osservando la vastità della superficie marina, piatta e quieta come una tavola di plexiglas. Trovato un varco tra le dune, si inoltrarono verso l’entroterra.

Dopo circa due ore e mezza di cammino, immersi in uno scenario vegetativo quasi claustrofobico, mutevole e variegato, la vegetazione divenne bassa e meno impervia; lasciava scorgere il profilo di montagne a nord-est, a diversi chilometri; basse colline a nord e una strana conformazione superficiale a est, composta da miriadi di guglie conficcate nel terreno, di altezza e spessore differenti, tutte accomunate da un particolare che le rendeva, appunto, strane: erano di colore blu.

Vega raccolse campioni di vegetazione, di terra e, quando arrivò nei pressi delle conformazioni blu, raccolse un campione da una di quelle.

Avvicinò il polpastrello dell’indice sinistro alla superficie blu, circa un palmo al di sopra dei rampicanti che ne circondavano la base. Il sensore del guanto tattile collegato all’olopad emise i tipici suoni di immagazzinamento dati e un “beep” di errore. Il display pettorale segnalava in rosso l’irreperibilità di uno dei materiali analizzati e in verde le percentuali di composti e minerali riconosciuti.

– Novantacinque per cento polimeri plastici sintetici, di origine artificiale e cinque per cento di materia organica sconosciuta. Questo è strano. – Riferì l’AI, senza scomporsi.  

– Perché strano? – Fece Dale.

– Perché su questo pianeta, il genere umano ha cessato la propria esistenza più di sei secoli fa. Dall’ultimo fallout che ne ha decretato la propria autodistruzione, la specie superstite è sopravvissuta grazie all’esodo di massa. Tu sei qui grazie ai tuoi antenati che provenivano da questo posto e hanno avuto la fortuna di allontanarsene prima della fine. È strano che della materia plastica sia qui, adesso, in nessuno stato di alta degradazione, oserei dire: recentemente processata.

– Non c’è bisogno di una lezioncina di preistoria, e neppure che mi ricordi quanto siano stati avidi e incapaci i miei antenati. Cerca di impegnarti di più e ricava l’identità di quel cinque per cento sconosciuto.

– Sto elaborando…

Mentre Vega rimase immobile a elaborare, Nate si mosse nei dintorni, osservando le altre guglie, muovendosi in quello che somigliava a un dedalo non casuale di protuberanze affusolate. Scrutandone i contorni, notò qualcosa che lo attrasse. Tra la vegetazione caratteristica che circondava la base di una delle guglie, notò un dettaglio fuori posto, una sfumatura di colore differente che si discostava dal blu liscio e uniforme. Si avvicinò spostando una delle foglie rampicanti e, sotto di essa, perfettamente fuso con l’insieme, un occhio umano, con tanto di palpebra e ciglia rossicce, lo fissava, vitreo. Nate si ritrasse immediatamente, sussultando dallo spavento.

– Vega! Dobbiamo andare via!

La donna artificiale non rispose. Era ancora immobile, con lo sguardo fisso verso la guglia esaminata, col braccio sinistro proteso verso l’oggetto affusolato, l’indice posato contro la superficie blu.

Quando Nate le fu accanto, vide che parte dei rampicanti che decoravano la base della guglia, stavano inglobando piedi e gambe di Vega. L’indice posato contro la superficie blu era stato assorbito dalla stessa fino alla prima falange. L’olopad sul petto dell’intelligenza artificiale aveva smesso di processare dati, di lampeggiare, di emettere “beep”. Vega aveva le pupille dilatate come l’otturatore di una vecchia reflex. Era spenta.

Nathan Dale fu colto da un moto di panico viscerale. Indietreggiando si allontanò dalla sagoma umanoide che rapidamente venne avvolta dai rampicanti, abbracciata da sottili steli azzurri e letteralmente assorbita dalla guglia, diventando parte integrante della struttura longilinea che accrebbe il proprio spessore, arricchita dalla massa fisica fagocitata.

Nathan cominciò a correre, ripercorrendo i propri passi, diretto alla spiaggia. Decimò i chilometri percorsi riducendo le due ore di cammino a meno di mezz’ora di corsa a perdifiato. Quando fu oltre la duna, si avvilì.

Da quella prospettiva poté osservare qualcosa che, a distanza ravvicinata, non aveva notato: lungo una delle pareti di roccia a picco sul mare, la sagoma della Helios, sembrava essere stata scolpita nella pietra come un bassorilievo in scala 1:1. Nate cominciò a comprendere la situazione, suo malgrado, quando vide la Sirio ghermita da fiotti di liquido azzurro. La risacca protendeva le sue dita verso la nave, erodendone ogni parte lambita. Gli speroni d’appoggio cedettero, la pedana di discesa dell’hangar sfrigolava come se l’acqua fosse fatta di acido. Nathan fissò la Sirio, rapidamente digerita dalle acque. Riuscì a malapena a schiarirsi la voce prima di biascicare all’olopad: – il pianeta Terra è ostile. Se qualcuno riceverà questo messaggio, non attraccate sulla Terra. Il pianeta ha sviluppato una forma di coscienza autodifensiva. Crowford è morto, la mia unità AI è stata assorb… oh no. Non sono una minaccia! NO! Ti prego! – “Beep”.