La teoria del tutto, uscito nelle sale italiane il 15 gennaio, sta ricevendo ottime critiche, alle quali si sono aggiunte anche diverse candidature nelle categorie più importanti al premio Oscar.

La mia opinione sul film non è così entusiasta.

Il film, com’è noto, è presentato come la biografia di Stephen Hawking, uno dei più grandi fisici del secolo. Ma in realtà è tratto dal libro Travelling to Infinity: my Life with Stephen, la biografia della prima moglie di Hawking, Jane Wilde.

È corretto raccontare la vita di un uomo dal punto di vista di una ex moglie? È indubbiamente una scelta, come ogni scelta rispettabile ma anche criticabile. A mio avviso, il regista James Marsh e lo sceneggiatore Anthony McCarten avrebbero fatto un lavoro migliore se avessero filtrato il punto di vista della signora Hawking attraverso altre fonti, se avessero ricalibrato alcune parti. Lo sforzo non viene fatto, e quello che ne risulta è un film purtroppo fortemente incentrato sulla figura di Jane, in cui il dramma personale di Hawking viene quasi ignorato preferendo occuparsi dei sacrifici della moglie. E in cui in definitiva Hawking diventa ben presto solo un peso, se non addirittura il classico “savant” che ottiene tanti successi scientifici ma non è in grado di capire i problemi di chi gli sta attorno.

È comprensibile che quello che interessi dal punto di vista cinematografico non sia l’aspetto scientifico della vita dello scienziato ma quello umano: a 22 anni a Hawking veniva diagnosticata una non meglio identificata malattia del motoneurone, con un’aspettativa di vita di soli due anni, e con la degenerazione dei muscoli volontari che l’avrebbe portato entro breve tempo a perdere quasi completamente il controllo del proprio corpo.

Nonostante questo handicap devastante Hawking è riuscito a elaborare teorie che hanno rivoluzionato la cosmologia, ha scritto libri bestseller, ha vinto innumerevoli riconoscimenti.

Come spesso accade in questo genere di film, soprattutto negli ultimi anni (vedi anche il recentissimo The Imitation Game su Alan Turing) la scienza, ciò che ha reso grandi le vite di queste persone, è appena accennata. Spiegare i rapporti tra fisica quantistica e relatività usando piselli e patate non è il massimo; si apprezza comunque il tentativo. Ma c’è davvero poco.

Il problema del film, a nostro avviso, è che c’è davvero poco anche dell’aspetto umano di Hawking in questo film su Hawking. La persona di cui il film racconta la vita, in effetti, non è lo scienziato ma sua moglie.

Eddie Redmayne è stato indubbiamente bravissimo nel tentativo di assomigliare fisicamente a Stephen Hawking. Dare espressività a una persona che è scarsamente in grado di controllare i propri muscoli facciali era certamente difficile, e Redmayne fa quello che può su una sceneggiatura che non gli chiede di esprimere nulla di davvero sofisticato.

Jane Wilde sposa Hawking quando la malattia è già stata diagnosticata. In quel momento ci si aspetta un drammatico periodo di sofferenza che avrebbe dovuto concludersi entro un paio d’anni con la morte di Hawking. Ma Hawking non muore; la malattia peggiora, ma passano gli anni e la vita va avanti.

Come vive Hawking questo tempo in più concesso? Come vive l’incertezza, il non sapere se e quando smetteranno di funzionare i muscoli che regolano la respirazione? Non lo sappiamo. Hawking va in crisi, ovviamente, quando gli viene comunicata la diagnosi, spacca un po’ di cose, si chiude in se stesso, ma Jane riesce a recuperalo e decide di sposarlo. Seguono scene riepilogative in cui si assiste alla nascita dei figli, prima Robert, poi Lucy, i figli crescono, dei due anni di aspettativa di vita non si parla praticamente più. Ora è il momento di concentrarsi sulle difficoltà di Jane, che deve assistere il marito handicappato e tirar su due figli.

Jane Wilde è stata indubbiamente eroica, ha sopportato un sacrificio enorme e ha tutto il diritto di essere sottolineato. Purtroppo questo va a scapito di quello che dovrebbe essere almeno il coprotagonista della vicenda, Stephen Hawking. 

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