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Voci di giorni lontani

Gabriella Stanchina è nata a Trento ma vive a Milano. Ha già al suo attivo diversi volumi pubblicati, dal saggio La filosofia di Luce Irigaray a raccolte di poesie e racconti. Voci di giorni lontani è arrivato in finale al premio Alien 2005

La luce del sole morente è una schiuma rossastra che lambisce le sbarre. È come il respiro pulsante di un oceano che si infrange su dune di sabbia ferrosa. Ne sento la sonorità di tamburo nelle vene del collo, come se tutto il mio essere fosse una pelle di capretto conciata e tesa da tiranti invisibili su un telaio di legno. Scrivo. Il mio corpo è prigioniero di queste pareti che lentamente ruotano intorno al sole. E io mi abbandono a quest’orbita lieve che trascina la mia cella, il penitenziario-alveare, la città, il pianeta intorno a un astro impietoso, che in tutte le celle proietta la stessa scacchiera. La mia testa è gravata dell’indicibile tristezza che un pensiero troppo vigile e penetrante riserva ai mortali. È un sollievo sapere che domani sarà tutto finito. C’è in me tuttavia qualcosa che si sottrae alla resa. È questo volto sfuggente, questa presenza che mi respira accanto, che ora regge in mano questa penna e si accinge a narrare a una platea vuota il corso autentico degli eventi. Testimonierò questa verità che mi è ormai indifferente, prossima come sono al cedimento, ormai complice della potenza che qui mi trattiene, sospesa al di sopra dell’innocenza e della colpa, pronta a rinascere in un mondo ignaro di menzogna.

Era la vigilia del giorno dei morti. Il mezzo pubblico era troppo riscaldato e il vapore si era rappreso sui vetri. Al di là, lo sapevo, scivolava la grande periferia, ma tutto ciò che riuscivo a vedere erano il riverbero di luci sospese e i profili smussati e liquefatti dei grattacieli. Le feritoie scure delle finestre si scomponevano in tremanti barbagli di buio. Osservavo il profilo incostante del cavalcavia sgretolato da lamine di pioggia. Quando scesi dall’autobus il Cimitero era di fronte a me, in fondo a un’ampia arena di terra battuta. Compresso contro il cielo grigio sembrava come non mai nel centro del nulla. Era una visione che risvegliava nell’anima il senso del sublime, anche se la rivedevi per la milionesima volta. Quando gli ingegneri avevano sintetizzato dalla bava filante secreta dai ragni il nuovo materiale membranoso, trasparente come il vetro ma infinitamente più resistente, il Cimitero era stato il primo edificio a essere edificato in aracnite e, data la spesa sostenuta, anche l’unico. Ma ora si ergeva superbo e inviolato nei suoi quindici piani di puro cristallo, come un acquario sezionato dalle paratie traslucide che delimitavano il tracciato delle sepolture. Si chiamavano ancora così, benché nulla restasse della primitiva grossolana tumulazione. Le ceneri erano trattate con processi di compressione e riscaldamento. Il prodotto veniva sfaldato, sbozzato e polito fino a creare un poliedro della stessa durezza e sfaccettatura del diamante. Incastonati nelle pareti vitree i morti rifrangevano la luce creando lo spettrale miraggio di una via lattea sospesa in un cristallo verticale. L’edificio palpitava come una fiamma prigioniera nel ghiaccio. Il baluginio di migliaia di lumini scarlatti si espandeva nelle interiora del labirinto creando diffrazioni intermittenti e sanguigne. Le pareti erano interrotte solo dall’opacità bluastra degli schermi al plasma che mostravano il volto dei morti. Collocati in tutte le angolazioni possibili, sembravano frammenti di un cielo esploso. Estraendo dalla tasca la mappa umida e sgualcita entrai nell’edificio e salii con l’ascensore fino al decimo piano. Camminavo lungo i corridoi del labirinto aspettando pazientemente che ad ogni svolta l’ingorgo dei visitatori si sciogliesse. Per sfruttare ogni minimo spazio, il tracciato dei passaggi si ripiegava tormentosamente su se stesso, creando delle stanze chiuse su tre lati. Al di là delle barriere di insonorizzazione, le persone sostavano di fronte agli schermi a parete, concentrate in un dialogo intenso con i propri morti. Sopra, sotto, da tutti i lati migliaia di persone sorridevano, stavano in ascolto, le mani si agitavano, si torcevano, oscillavano abbandonate lungo i fianchi, tutto immerso nel silenzio più straniante. Protetti dalle cupole insonorizzanti i corpi sembravano inarcarsi e beccheggiare come pesci in uno stagno limpido.

Raggiunsi infine la tomba. Appoggiai il polpastrello sullo scansionatore e la barriera virtuale si irradiò intorno a me isolandomi. Sullo schermo apparve il volto di Sergio, quello che si era fatto registrare a Parigi in quell’ultimo aprile. Nella curva luminosa del suo sorriso ristagnavano ancora gli effluvi profumati delle giunchiglie di Ménilmontant e le guance erano lievemente arrossate per la nostra corsa sotto i tigli del viale, sotto il verde fogliame vigoroso scintillante delle nostre risate. E nella sua memoria c’era tutto. Ogni singola parola pronunciata o scritta durante la vita era stata registrata, assemblata dagli addetti allo stoccaggio ed elaborata dai programmatori in modo da renderla interattiva. Il programma era in grado di analizzare il significato di ogni mio costrutto verbale e selezionare la risposta adeguata tra le migliaia pronunciate in vita.

— Sergio — dissi, attivando il sistema.

— Ciao amore, come va? — disse il suo volto sorridente.

— Non bene, quelli della Buonconsumo mi stanno alle costole. Mi sono già arrivate due lettere. Ho un credito ingente sul mio conto e non l’ho ancora speso. Minacciano di mandarmi in prigione se continuerò a boicottare l’economia.

— La prigione — rispose con un lampo di ironia, — fa decantare i grandi ingegni. Isola i tuoi sensi e scava un sentiero che discende nel profondo, verso stati della mente che non prevedono espressione o condivisione.

— Già — dissi — un sentiero senza ritorno.

— Wilde lo attraversò — riprese, — e a parte una ballata e un pugno di lettere non scrisse più una parola. Si accontentò di essere scritto dalla vita insondabile.

— In ogni caso, — conclusi, — io non voglio andarci in prigione.

— Certo che no.

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Autore: Gabriella Stanchina - Delos Science Fiction 101 - Data: 22 aprile 2007

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Commenti

1 un bellissimo soggetto e un'autrice con doti innegabili: questi i segni a caldo che emergono dalla lettura del racconto. forse posso azzardare che l'esecuzione non sia all'altezza del resto? e forse anche che quando troppi messaggi moralistici infarciscono una storia ci si chiede se non fosse stato meglioesprimere le proprie opinioni con un bell'articolo giornalistico? ad altri l'onere di un giudizio più serio e sereno.

» postato da val62 alle 22:16 del 25-04-2007

2 Bellissimo soggetto, molto semi vita Dickiana però in versione puramente artificiale. Il Racconto è interessante, forse troppa poesia nelle descrizione, ma a seconda dle lettore può essere più un pregio che un difetto ;) Nel complesso, interessante e ben scritto. Molto belli i dialoghi, specialmente la parte del ragazzo.

» postato da Konrad Weber alle 11:14 del 28-04-2007

3 Un racconto di fantascienza insolito dal punto di vista della scrittura e' sempre benvenuto, in un'epoca di scritture-fotocopia. Se mi e' permesso qualche suggerimento per il futuro, direi: ridurre al minimo le descrizioni; rendere certe frasi-immagini poetiche piu' "naturali" (mi pare ce ne sia qualcuna un po'... contorta o forzata); evitare per quanto possibile di dare spiegazioni del contesto (il contesto dovrebbe emergere da se', attraverso le azioni dei personaggi... specie in un racconto breve. Lo so che e' difficile...) Anche la storia in se' ha immagini interessanti.

» postato da Vittorio Catani alle 00:27 del 20-06-2007

4 Un caro saluto a tutti voi. Ho aspettato un po' a intervenire per vedere se arrivavano nuovi commenti e sono stata ricompensata :D ! Innanzitutto vi ringrazio per l'attenzione "da editor" che avete dedicato al mio racconto. Quando l'ho inviato al Premio Alien insieme ad altri due, non era su questo racconto che avevo appuntato le mie speranze. Temevo non fosse abbastanza SF in senso "ortodosso", più fantafilosofia che fantascienza...e invece proprio questo è piaciuto alla giuria! Uno dei lati affascinanti e curiosi dell'attività di scrittura è proprio questa interfaccia imprevedibile, questa zona di libertà non calcolabile che si apre tra l'intenzione dell'autore e l'assimilazione/interpretazione del lettore. Sono contenta che abbiate apprezzato il mio racconto, è uno stimolo per continuare. Ma grazie soprattutto per i rilievi critici e per i suggerimenti, in particolare a Vittorio. Rileggendo il racconto alla luce dei vostri interventi so che non mancano di fondatezza. Sono passati 4 anni da quando ho scritto questo racconto. Nel frattempo ho scritto una raccolta di racconti e un romanzo che ho appena terminato. Ho lavorato su quelli che avevo già riconosciuto essere punti deboli: eccesso di aggettivi e metafore, troppa densità immaginifica e linguistica...insomma, ho sfrondato e "oggettivato" maggiormente la mia scrittura. Credo, lo dico con estrema modestia, di essere maturata nell'arte di scrivere, e, se questo è avvenuto, lo devo soprattutto all'incontro con lettori attenti e critici come voi siete stati. Grazie ancora, ragazzi, e un affettuoso saluto. :D

» postato da murasaki alle 16:07 del 20-06-2007

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