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ghost in the shell

Questo mese l'obiettivo di Fantasia&Nuvole torna
a inquadrare il fascinoso e multiforme mondo dei Manga. Dopo Akira
e Ken il Guerriero è la volta dell'opera più
importante di un autore giapponese staordinariamente efficace
nel delineare scenari cyberpunk, attento cultore della lezione
dei maestri americani, ma sapientemente accorto nel condire la
pietanza con i sapori vigorosi ed esotici del Sol Levante. Stiamo
parlando, naturalmente, di Masamune Shirow e del suo capolavoro:
Ghost in the Shell.
la storia
Secolo Ventunesimo. NewPort City, un'immensa
metropoli giapponese, forse figlia di una mostruosa conurbazione
Tokio-Yokohama... Una città che unisce baracche di lamiera
e grattacieli alla Blade Runner, high-tech scintillante e indicibile
miseria, zaibatsu agguerrite e giochi di potere, traffico d'armi
e droga, criminali informatici e arti marziali... In questo scenario
tenebroso si muove il corpo speciale della Polizia, la misteriosa
Sezione 9, squadra adibita a compiti "sopra le righe".
Gli agenti della Sezione 9 non sono semplicemente poliziotti in
gamba e bene addestrati: il loro stesso corpo è stato modificato
per renderli migliori, più forti, più veloci. In
alcuni di loro le modifiche sono state definitive: del corpo originario
sono state conservate solo alcune cellule cerebrali e lo "spirito",
ovvero l'individualità, la coscienza, i ricordi. Questo
spirito, per così dire, è rinchiuso in un "guscio"
di titanio, uno scheletro bionico che li rende poliziotti perfetti.
Tali sono il maggiore Motoko Kusanagi, il cui corpo cibernetico
ha le fattezze di una splendida donna dagli occhi di ghiaccio,
il massiccio e grintoso Bateau, il giovane e scanzonato
Togusa.
La Sezione 9 si occupa dei casi più sporchi,
sull'incerto confine tra l'azione di Polizia e il Controspionaggio.
Spesso i servigi degli agenti speciali sono richiesti dal Ministero
degli Esteri per missioni "non ufficiali" che esigono
la massima discrezione, nonché una certa mancanza di scrupoli.
Del resto, perché mai un cyborg dovrebbe avere le stesse
remore morali degli umani? O meglio, se gli umani tanto spesso
non hanno remore morali di sorta, perché mai dovrebbero
averle i cyborg?
Kusanagi e compagni usano armi e attrezzature strabilianti:
dai lanciagranate in grado di abbattere un carro armato agli indumenti
mimetici termo-ottici grazie ai quali ci si può rendere
invisibile in pieno giorno. E poi visori a infrarosso, localizzazione
satellitare GPS, possibilità di interrogazione diretta
(tramite connettori cerebrali impiantati sulla nuca) di banche
dati e computer centrali.
Del resto, i criminali con cui la Sezione 9 deve
vedersela non sono da meno. Terroristi internazionali, hackers,
criminali ipertecnologici senza volto, tra cui domina l'oscuro
e sfuggente Signore dei Pupazzi, una misteriosa entità
in grado di forzare qualunque settore della Rete, di scardinare
le protezioni d'accesso più robuste, di scatenare
virus nelle banche dati globali, di prendere il controllo di ogni
sistema informatico e di usarlo per i suoi scopi...
Quello narrato è il plot di un poliziesco,
certo. Ma Ghost in the Shell non è Miami Vice. Tra
le vignette di questo Manga si intravedono altri temi, forse messi
in ombra dalla violenza e dall'azione che trasudano dalle
pagine; forse, in qualche modo, evidenziati da questi. Kusanagi
e compagni non sono semplici macchine programmate per il mantenimento
della Legge e dell'Ordine. Il loro corpo è di metallo,
ma il loro spirito è a tutti gli effetti umano, gravido
di dubbi, di contraddizioni, di angosce esistenziali. Questi potenti,
indistruttibili, eroici, sfortunati poliziotti combattono ogni
giorno due guerre: una contro il crimine; l'altra, forse
più ardua, per non perdere la propria umanità.
gli autori
Masamune Shirow è un autore che, in Italia,
ha sorprendentemente guadagnato un numeroso e agguerrito circolo
di fan. Forse il suo fascino, agli occhi dei lettori, deriva
proprio dal carattere schivo e riservato che contraddistingue
l'artista giapponese, che lo mantiene al di sopra della facile
popolarità, che ne impone il rispetto come persona, che
forse lo conduce sulla strada della Vera Fama.
Nato nel 1961 a Kobe, Shirow (in realtà uno
pseudonimo, il nome autentico è sconosciuto) è uno
sceneggiatore di Manga prolifico e di notevole professionalità.
Tra le sue opere, la più conosciuta a livello internazionale
è senza dubbio Appleseed, che sarà argomento
di un futuro numero di Fantasia&Nuvole. Grazie a tale opera,
Shirow ha vinto nel 1985 il premio Sejun Sho (l'Hugo
giapponese), consegnatogli durante una convention di SF. Altri
suoi lavori sono Dominion, Black Magic, Orion, Neurohard, serie
a fumetti che hanno varcato i confini del Giappone per essere
tradotti e diffusi in più lingue.
Quanto a Ghost in the Shell, Shirow lo ha pubblicato
per la prima volta nel 1989 sulla rivista Pirate Edition.
Dal manga è stato tratto un film di animazione, coprodotto
dalla Kodansha, la Bandai Visual e la britannica Manga Entertainment.
Nella realizzazione della pellicola è stato impiegato un
cast impressionante di disegnatori, coadiuvato da un uso massiccio
di Computer Graphic e di foto digitalizzate di paesaggi metropolitani
impiegate come sfondi. Il risultato è un autentico capolavoro,
80 minuti di assoluto, totale, inebriante piacere visivo e uditivo
(da non trascurare, infatti, la colonna sonora, gravida di una
sorprendente e gradevole "giapponesità").
curiosità e spunti
Capita spesso, in noi poveri teledipendenti bombardati
ogni giorno da pellicole e telefilm statunitensi, di conoscere
le metropoli americane meglio di quanto non ci siano familiari
le città del nostro Paese. Quante volte abbiamo percorso,
insieme ai divi del teleschermo, le strade di Manhattan, le Highway
di Los Angeles, i sentieri di Central Park, le spiagge di Santa
Monica?
E' strano rendersi conto come questa "colonizzazione
topografica" non sia esclusivo appannaggio del piccolo/grande
schermo. Nelle vignette di Ghost in the Shell (come del resto
avviene anche in Akira, in tante altre opere di artisti nipponici)
scorgiamo vivissimi e impressivi scorci di Tokio, che ci avvicinano
a una realtà indubbiamente aliena alla nostra (è
stato detto che la civiltà aliena più incongrua
e affascinante che mai sia stata descritta in un romanzo è
di gran lunga il Giappone Medievale narratoci da James Clavell).
Non si tratta solo di scorci architettonici (come detto, vengono
spesso usate foto urbane digitalizzate come "background"
su cui disegnare i personaggi), bensì anche di flash di
vita quotidiana, di volti, atteggiamenti, climi, modi di essere,
piccole e grandi manie... Nei manga come Ghost in the Shell cogliamo
immagini talmente evocative che alla fine ci sembra di aver percorso
strade di una città che con tutta probabilità nella
nostra vita non visiteremo mai. E' una sensazione singolare:
conosciamo New York dal cinema americano, ma conosciamo altrettanto
bene Tokio dai manga e dagli animè. E' sconcertante
scoprire quanto un fumetto di fantascienza possa essere "neorealista".
Altrettanto singolare, scoprire come i poliziotti
bionici di Ghost in the Shell patiscano la stessa paranoia (riguardo
alle proprie origini) dei replicanti di Blade Runner. Anche
loro, come i personaggi del film di Ridley Scott, amano/odiano
i creatori (e padroni) dei loro corpi; anche loro sentono in modo
viscerale il legame con i propri compagni, così simili
nella diversità, nell'abisso che li separa dal resto
dell'umanità. Anche loro, infine, hanno il culto
dei propri ricordi (veri o simulati che siano), quasi che solo
questi li definissero come individui unici, liberi e consci della
propria identità.
Io ricordo, dunque sono... Siamo forse di fronte
al Complesso di Roy Batty, una patologia mentale con cui
i futuri Analisti dovranno confrontarsi?
In Ghost in the Shell le citazioni dai classici della
letteratura cyberpunk si sprecano. Ma una strizzata d'occhio
viene fatta anche al cinema poliziesco e d'azione americano,
omaggiato attraverso le figure di questi poliziotti tutto d'un
pezzo (di titanio) che percorrono le strade notturne della città
a bordo delle loro macchinone scure, con l'arma sul cruscotto
e la grinta che trabocca dai finestrini. Se qualcuno si fosse
mai chiesto come si sarebbe comportato l'ispettore Callaghan
con un corpo bionico (da unire alla mascella di granito e alle
palle d'acciaio in dotazione di serie), eccolo accontentato:
Kusanagi e Bateau forniscono un'eloquente (anche troppo)
risposta.
Ma la figura cinematografica con più assonanze,
naturalmente, è il celeberrimo Robocop. In Ghost
in the Shell i richiami al film di Verhoeven sono numerosi: vale
la pena citare l'inquadratura soggettiva a "visione
distorta" dei cyborg in riparazione/costruzione, e la crudezza
(o truculenza) a volte eccessiva delle lotte e degli scontri a
fuoco. In effetti la violenza contenuta in Ghost in the Shell
fa sembrare Robocob una fiaba per bambini: il sangue scorre a
barili (viene sparso quello dei "cattivi" e quello
dei "buoni" con sovrana equità), i corpi vengono
allegramente squarciati dai proiettili esplosivi, colpire alle
spalle sembra una norma universalmente riconosciuta...
Tutto ciò, unito a una certa compiaciuta libertà
nel presentare scene di nudo, è senz'altro il motivo
per cui non vedremo mai Ghost in the Shell trasmesso
a puntate su qualche rete televisiva: di fatto, il film di animazione
di cui abbiamo parlato è vietato ai minori di diciotto
anni. Bisogna sottolineare però come il concetto di pornografia
in Giappone sia piuttoso lontano dai parametri occidentali. In
particolare, è ammesso presentare il nudo integrale, purché
l'immagine venga opportunamente ritoccata a mascherare
gli organi genitali. Nel caso di Ghost in the Shell questa tecnica
non rappresenta neppure una forzatura: chi dice infatti che i
cyborg debbano essere necessariamente "completi"?
Robocop quasi certamente da quel punto di vista non avrebbe superato
i test di accettazione, povero Murphy.
Facile, troppo facile, concludere che forse i cyborg
sono violenti e sanguinari proprio perché sono frustrati
sessualmente. Nevrosi collaterale da sommarsi al Complesso di
Roy Batty? Mah... Sono lontani i tempi in cui gli esseri bionici
erano allegri, positivi, soddisfatti della loro condizione, calmi
ed equilibrati. Ricordate il faccione solare e sorridente di Steve
Austin, l'Uomo da Sei Milioni di Dollari? Sembrava
tutto così semplice, allora: via un braccio, via una gamba,
avanti con quelle protesi, due anni di garanzia e tutto come (o
meglio) di prima, a incarnare il mito positivista (tutto americano)
della Scienza che risolve ogni problema. Chi di noi non ha invidiato
il colonnello Austin, l'uomo rinato dall'utero metallico
di Madre Tecnologia, a quei tempi?
E invece oggi ci dicono che Mamma High-Tech è
una matrigna, che la Scienza partorisce spesso mostri (la bomba,
sempre la bomba, dannati giapponesi!), che i problemi, lungi da
risolversi, si moltiplicano. Oggi, come in un perverso gioco delle
parti, sono gli Uomini da Sei Milioni di Dollari (o più,
quanto costa un replicante Nexus?) a invidiare noi banali,
mediocri, comunissimi esseri umani. Di certo per i robo-psicologici
del futuro (Susan Calvin docet) il lavoro non mancherà.
Alla prossima.
 
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