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Che rapporto c'è tra fantascienza e politica?
Quando si fanno domande come questa penso che si voglia intendere: politica in senso costruttivo ed esplicito, "manifesto"; risponderò dunque che si tratta di un rapporto molto simile a quello che c'è tra fantascienza e storia. Come genere utopico, almeno nelle intenzioni, la sf tenta di descrivere un mondo futuro o le modificazioni del presente, e nel far questo attua non solo un tentativo dell'immaginazione, ma una vera e propria strategia politica. Si occupa cioè, più o meno direttamente, dei problemi connessi alle istituzioni umane e al loro evolversi, spesso a causa dell'influsso tecnologico.
Come cambia — se cambia — questo rapporto dopo la seconda guerra mondiale?
La guerra è stata uno spartiacque: ha finito di seppellire il vecchio mondo e quello nuovo, rappresentato dall'America, ha preso il sopravvento. Nel dopoguerra tutto è stato più "americano": anche il rapporto con la politica e il modo di immaginare alternative. La critica della società vittoriana che H.G. Wells aveva adombrato nella Macchina del tempo alla fine dell'Ottocento, e le grandi utopie negative europee come Il mondo nuovo e 1984 (che prefiguravano i pericoli della società di massa) hanno lasciato dopo di sé un vuoto intellettuale e morale che la fantascienza "di genere" non ha potuto colmare. Non mi sembra che dopo il 1950 siano state scritte utopie o distopie di pari forza, tranne forse Fahrenheit 451 che comunque è un romanzo visionario molto più che un testo basato su una linea di pensiero forte. La principale speranza utopica espressa dalla fantascienza americana rimane la conquista dello spazio, il diffondersi dell'umanità tra le stelle: ma questa è in fondo una visione mitica, palingenetica, e di conseguenza l'aspetto politico vi ha un ruolo secondario. Vi si parla di Imperi o Federazioni galattiche, ma salvo casi sporadici queste istituzioni vanno intese come archetipi anziché come progetti politici effettivi. E' il sogno di una civiltà tecnologica di massa che moltiplica se stessa all'infinito, in una sorta di specchio cosmico collettivo: la visione di risorse illimitate, mondi vergini e pastorali com'era una volta la frontiera americana, pericoli innumerevoli ma che è possibile affrontare. Tornando a una fantascienza di tipo terrestre, forse più consapevole del suo immediato impatto sociale, possiamo dire che il dopoguerra abbia visto l'affermarsi di una produzione — quella sociologica prima, la "new wave" degli anni di mezzo (Ballard, Le Guin, Spinrad, ecc.) e il cyberpunk poi — che ha come esclusivo punto di riferimento il mondo americano e le sue semplificazioni. Per semplificazioni intendo un generale livellamento del gusto e delle idee: Ballard è forse il solo che abbia cantato questo processo, trasformandolo in arte. Che la vecchia civiltà del pensiero e della scienza sia entrata nella bocca di Mammone ormai vi è poco dubbio, al punto che persino la critica di questo stato di cose non può più far capo a un grande modello intellettuale, ma muove dall'interno, è essa stessa un prodotto dell società tecnicistica, che coltiva un certo radicalismo puramente edonistico.
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