Di tutto questo Un anno nella città lineare (A Year in the Linear City, Odissea Delos Books) pubblicato in USA nel 2002 e finalista al premio Hugo, allo World Fantasy Award, allo Sturgeon e al Locus, sembra essere quasi una summa. Su tutto, insieme alla scrittura ricercata e sofisticata, domina l’ambientazione: una città improbabile, decisamente irreale, quasi al limite fra la fantascienza e il fantastico di Kafka o Beckett. La Città Lineare, disposta lungo un corso infinito, fra il paradiso e l’inferno, visitata da esseri strani e impenetrabili, è una comunità molto americana, un’America che cerca di comprendere se stessa e la propria natura, sempre con lo spettro di finire dal Lato Sbagliato della strada senza fine. La ricerca della verità sulla vita americana contemporanea, da Kerouac fino alla fantascientifica Strada di Cormac McCarthy, come sempre si svolgerà lungo una via di comunicazione in apparenza sterminata, e che forse non conduce da nessuna parte. Della comunità che abita il suo mondo, Di Filippo dà una descrizione satirica ma anche affettuosa. Alla fine, in una città popolata da nomi che riecheggiano figure di prestigio (Gaddis è sicuramente William Gaddis, padre nobile della narrativa postmoderna, e Patchen fa pensare al poeta Kenneth Patchen, ispiratore dei beat e compagno di strada della controcultura), i più attrezzati a persistere nella ricerca sono gli scrittori, artigiani della penna di un genere chiamato CF (“Cosmogonic Fiction”). La rutilante America della dancelandcontinentale, con il suo incessante movimento, evocata dal teorico Beat John Clellon Holmes nell’epigrafe del romanzo, ha tante ambiguità, sembra dire Di Filippo, e per comprenderla i meglio attrezzati sono gli intellettuali che non dimenticano l’autoironia, scrittori e lettori di “CF”, e di SF.