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La Jetée è un cortometraggio del 1962, da lui scritto e diretto, diventato famoso per aver ispirato il film di Terry Gilliam L'esercito delle dodici scimmie, del 1995.
Il corto inizia con la scena di un bambino che si trova a Parigi all’Aeroporto di Orly. È lì con i suoi genitori e assiste alla morte violenta di un uomo. Nonostante la concitazione, il bambino è attratto da una donna e la fissa incurante di quello che accade attorno a lui. Dopo una trentina d'anni il film mostra un futuro post guerra atomica, nel quale l'umanità si è rifugiata nel sottosuolo per sfuggire alle radiazioni. Tuttavia il progresso non si è fermato, alcuni scienziati sperimentano il viaggio nel tempo. L'obiettivo è quello di stabilire un ponte con le epoche passate e future per fare arrivare da queste viveri e materie prime. Il protagonista verrà inviato parecchie volte nel passato e conoscerà quindi la donna che aveva visto da bambino. Sarà infatti questa potente visione a renderlo il candidato adatto. Il viaggio nel tempo, infatti, è letale per le coscienze non preparate. Dopo alcuni viaggi nel passato, il protagonista è inviato anche nel futuro, dove otterrà l'aiuto dei discendenti dell'umanità, generando un paradosso classico della fantascienza. Ma l'ossessione del protagonista ha il volto della donna, e la sua ossessione lo porterà nuovamente verso il passato, dove la vicenda avrà il suo epilogo.
“Nulla distingue i ricordi dagli altri momenti” è forse la frase chiave di quest’opera, che propone l’esistenza come una serie di ricordi vacillanti tra passato e futuro.
Il cortometraggio è realizzato con una povertà di mezzi alla quale Marker sopperisce con la tecnica visiva del fotoromanzo in bianco e nero. Infatti lo spettatore assiste a una sequenza di belle fotografie in bianco e nero, con una voce narrante fuori campo. Ne risulta un meta linguaggio, misto di cinema, fotografia, narrativa, che pur usando le grammatiche dei tre media sembra crearne nuove. Il film resta quindi sospeso a metà tra distopica visione di un futuro ormai senza speranza e mirabolante esercizio narrativo. La narrazione procede non nel fluire dell’azione, ma nella fissità dell’immagine, che viene “disturbata” dal fluire delle parole: la trama procede attraverso il narrato, mentre il “significato” viene presentato attraverso le immagini. A volte il processo s’inverte, e sono le immagini a “parlare”, come nell’evidente citazione del capolavoro hitchcockiano La donna che visse due volte, in un fotogramma nel quale l'anonimo protagonista mostra alla donna a cui egli fa visita nel passato, il punto/tempo da cui proviene raffigurato in una sezione del tronco d'albero, esattamente come faceva Kim Novak con James Stewart.
Il risultato è di forte impatto emotivo. Ottima la resa claustrofobica del futuro post atomico. Inquietanti sono i viaggi nel passato e nel futuro.

Il corto vinse il premio Jean Vigo nel 1963. Tale premio è assegnato ogni anno e attribuito a “un regista francese che si è distinto per la sua indipendenza di spirito e per la sua originalità di stile”; in pratica ad essere premiate non sono le qualità formali del film, ma la portata sociale ed umana della regia. Il premio è di solito assegnato a giovani registi. Fino al 1960 è stato attribuito un unico premio indipendentemente dalla lunghezza del film. In seguito sono stati attribuiti di solito due distinti premi: uno per i lungometraggi e uno per i cortometraggi, che è appunto quello che si è aggiudicato il film di Marker.
2 Aggiungo che più o meno sulla stessa linea (ma con maggiori o minori attinenze con fantastico e/o sf) mi vengono ora a mente i film "L'anno scorso a Marienbad" e "Providence" di Alain Resnais; "Agente Lemmy Caution - Missione Alphaville" di J.-L. Godard. Ma una lista completa credo che non sarebbe breve...
» postato da Vittorio Catani alle 15:24 del 18-05-2010
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1 Ebbi modo di visionare una prima volta "La jetée" negli anni '90, tramite una videocassetta inviatami da un amico. In precedenza - primi anni '70 - avevo letto il raccontino omonimo dello stesso Chris Marker: due paginette sintetiche ma estremamente pregnanti e personali, come sapevano esserlo il fantastico e la sf in Francia, almeno a quei tempi, che certamente risentivano ancora dell'ubriacatura di "nouvelle vague", o del surrealismo. Una sf che certamente in Italia sarebbe stata giudicata spazzatura, e infatti la sf francese in Italia non attecchì mai, nonostante autori quali Jacques Sternberg o Maurice Renard o Jacques Spitz - riscoperto da poco ma per pochi - o Daniel Drode. Il racconto di Marker era apparso in una delle antologie che spesso affiancarono "Gamma", la migliore rivista di fantascienza apparsa in Italia prima di "Robot". Anche il film di Gilliam ha un linguaggio inconsueto, coraggioso, ovviamente non quanto quello di Marker nel suo "corto". Ci vorrebbero comunque più titoli di questa specie, certamente in via di estinzione (se non gia' estinta). Si dirà che se non interessa a nessuno, tanto vale fregarsene. Io penso di no. Sbaglierò, ma ogni volta che un linguaggio espressivo già condiviso a suo tempo, o una "lingua" vera e propria spariscono - e oggi ne spariscono a centinaia - è un modo diverso di pensare - direi una "biodiversità" - e quindi un tesoro inestimabile che si perde, nell'indifferenza generale. Ben vengano quindi tutte le iniziative che cercano di mantenere vive anche questa memoria. Saluti.
» postato da Vittorio Catani alle 15:09 del 18-05-2010