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Memorie robotiche (2)

Non sappiamo se Delos sia entrato nella storia della fantascienza italiana, ma sicuramente la storia della fantascienza italiana è entrata in Delos. Vittorio Curtoni, già direttore delle mitiche riviste Robot e Aliens - e comunque un bel po' mitico già di suo - ha accettato di portare sulle nostre pagine una collezione di gustosi aneddoti del fandom e dell'editoria italiana. Ah, per sua volontà, il sottotitolo di questa rubrica è "i farneticanti ricordi del vecchio vic". Almeno sapete cosa aspettarvi...
Riassunto della prima puntata: nel corso di un avventuroso viaggio
Rogoredo-Calcutta sulla Aston Martin ipertruccata di Giovanni Armenia, finto
editore, vero agente dei servizi segreti armeni & implacabile cacciatore di
ufini, il nostro Eroe, scaraventato per sbaglio nell'etere dal sedile
esplosivo della AM, precipita a terra di testa sul suolo indiano e ha una
visione mistica. Dopo una fuggevole apparizione di madonne che ridono, Egli,
che non si era mai interessato alla fantascienza, prevede in un lampo
l'identità: Internet=pedofilia=fantascienza. E pur non essendosi mai curato
della sf, si rende conto che creare una rivista di pedofilia non
contribuirebbe molto al rialzo delle sue quotazioni, e d'altro canto
Internet all'epoca (1975) stava ancora nel limbo, sicché con geniale
intuizione decide di CREARE UNA RIVISTA DI FANTASCIENZA!
Partorito il concetto, si trattava di renderlo operativo, tradurlo in
pratica. Più facile a dirsi che a farsi. Quel che mi occorreva era
assemblare un team di persone competenti, affidabili, capaci di reggere il
ritmo mensile della rivista e gli eventuali problemi che si potessero
presentare (sono sempre più di quanto uno possa immaginare, credetemi).
Inoltre, la battaglia per Robot (o meglio per la rivista che Armenia mi
aveva incaricato di allestire, al momento ancora priva di nome) si doveva
svolgere su due fronti, e per quanto mi scervellassi non riuscivo a capire
quale dei due fosse il peggiore: da un lato i racconti, dall'altro la
saggistica/informazione.
Vorrei soffermarmi per principiare sul problema dei racconti. E rendere
onore al merito alle non poche riviste italiane che in passato si sono mosse
su questo terreno; oggi ahimè non ve n'è traccia. Non a caso. Per quel che
ne so, compilare ai nostri giorni antologie di racconti scelti a uno a uno è
di una difficoltà disumana. A metà degli anni Settanta era senz'altro più
facile, ma solo in un senso molto relativo.
E perché? si chiederà il lettore ignaro degli arcani meccanismi editoriali.
Perché, in parole povere, gli agenti letterari, cioè le persone che
rappresentano e vendono nei diversi paesi l'opera di un autore, traggono il
loro guadagno da una percentuale sui contratti di vendita dell'opera;
sicché, ad esempio, se uno scrittore americano vende un romanzo in Italia,
il grosso della torta andrà a lui, ma due fettine se le papperanno
rispettivamente il suo agente americano e il suo agente italiano. Come
appare intuitivo, la percentuale che un agente ricava da un romanzo avrà una
certa consistenza, così come la percentuale su un'antologia acquistata in
blocco; ma sui singoli racconti, si parla davvero di spiccioli, e in
compenso tutta la produzione di ciarpame burocratico richiesta dalla
cessione dei diritti di un racconto (lettere, contratti che viaggiano avanti
e indietro tra un paese e l'altro, eventuali telefonate o fax, eccetera)
equivale a quella di un romanzo. In soldoni, un agente deve fare per un
racconto lo stesso lavoro che gli comporta un romanzo, ma il guadagno è
enormemente inferiore.
Non bastasse questo, c'era all'epoca (chissà se oggi il panorama è
migliorato) l'ulteriore difficoltà di reperire l'agente italiano di un
determinato autore. Vero è che negli anni Settanta la maggioranza dei big
della fantascienza era gestita dalla ALI, Agenzia Letteraria Internazionale,
di Milano; che però non era l'unica detentrice dello scettro. E loro stessi
tendevano, di fronte alla richiesta dei diritti di un racconto, ad andare in
confusione. Non scorderò mai la telefonata di un funzionario della ALI che,
nel periodo di Robot, una mattina mi chiamò in redazione per chiedermi: "Ma
lei è sicuro che questo autore sia nostro?" Se non sbaglio, si trattava di
Frederik Pohl. Ostia, e dovevo dirglielo io? Con un romanzo non sarebbe mai successo!
C'erano poi autori di spicco che non avevano un agente italiano. Alcuni di
loro (rammento in particolare Ray Bradbury e Jack Finney) erano
rappresentati per l'Europa da un'agenzia londinese che chiedeva il doppio di
ciò che Robot pagava. Con Armenia avevamo stabilito una tariffa: o cinque o
sette dollari a pagina a stampa per racconto; chiedo scusa
dell'imprecisione, ma son passati vent'anni e chissà quanti miliardi di miei
neuroni sono morti... Io all'epoca facevo il pendolare
Piacenza-Milano-Piacenza. Non vi dico il divertimento. Dal dicembre 1975,
partita l'idea della rivista, cominciai a viaggiare in treno (be', almeno
all'epoca non c'erano troppi deragliamenti) carico di antologie in lingua
inglese, che poi continuavo a leggere il sabato, la domenica, e anche molte
sere infrasettimanali. Un bagno di sf per certi versi inebriante, ma che per
altri versi tendeva pure a tirarmi scemo. Comunque. Eseguite le debite
letture, ogni due mesi circa spedivo alla ALI, o agli altri agenti italiani,
una lunga lettera con l'elenco dei racconti dei quali chiedevo i diritti,
seguiti dalla rispettiva offerta.
Non ho mai fatto calcoli precisi, ma ritengo che come minimo un terzo del
materiale che ho chiesto in quegli anni non ci sia mai stato venduto, per un
problema o per l'altro. Nel caso dell'agenzia londinese citata sopra, il
problema era che raddoppiava le offerte, e non ha mai ceduto di un
millimetro. Sicché, tanti saluti, au revoir! Se puoi avere un Leiber a
cinque perché devi pagare un Finney dieci? Ditemelo voi. La logica dei
numeri, a certi livelli, diventa inconfutabile. Per l'editore, s'intende.
Hai voglia a spiegargli la sfolgorante bellezza del racconto, l'unicità
dell'autore: se c'è un budget, c'è un budget, e non si scappa. Era vero
allora, è verissimo oggi.
Quindi, o voi pochi fortunati possessori di tutti i numeri di Robot,
sappiate che tante delle cose che il suo direttore avrebbe voluto pubblicare
in quelle auree pagine giammai han potuto vedervi la luce. E rivolgete un
affettuoso, deferente pensiero d'ossequio ai molti prodi che come me negli
anni si sono cimentati nell'impresa, e ai pochissimi che ancora oggi la
tentano. Cappello giù per tutte le riviste e antologie italiane di racconti
scelti fior da fiore!
Vero è che, col procedere delle cose, col diffondersi della fama anche
internazionale di Robot, le cose cominciarono a migliorare decisamente anche
su questa sponda, ma è un'altra storia...
(continua continua continua)
 
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