Ma ormai è arrivato a destinazione e non c’è tempo per i ripensamenti. Salta giù dal bus proprio davanti all’ingresso della banca. Ted è già lì che consuma nervosamente il marciapiede. Una rapida occhiata d’intesa e i due entrano, accompagnati dalla sola forza di un’idea.

Arcade è il nome perfetto. Breve ma evocativo, in grado di essere afferrato in qualsiasi lingua in qualunque posto del mondo. I videogiochi arcade rappresentano l’ariete con la quale l’industria cerca di aprirsi nuove strade commerciali, creare un nuovo mercato dell’intrattenimento basato sulle emergenti tecnologie elettroniche unite alle capacità di programmazione dei nuovi talenti dell’informatica. La strada è già aperta dai coin-op, perlopiù flipper e altre macchine simili presenti a migliaia nei locali e nei parchi giochi di tutti gli USA. Si tratta ora di sfruttare la scia introducendo nuove tipologie di giochi che, per catturare l’attenzione del pubblico svagato ed eterogeneo frequentatore dei locali pubblici, devono possedere un requisito fondamentale: permettere al giocatore di entrare subito “in partita”. Poche semplici regole, facile padronanza dei comandi, grande impatto visivo e sonoro. In una parola, divertimento. Immediato, facile, senza limiti, puro e semplice divertimento.

Gli arcade (letteralmente, “da portico”) diventano quasi subito un fenomeno di massa. La prima generazione di tali giochi, ancora privi di colore e dalla grafica piuttosto rudimentale, conquista subito il grande pubblico americano e successivamente mondiale, proprio per l’assoluta semplicità che lascia intatto l’immaginario dei giocatori. L’idea di Bushnell e Dabney è tutt’altro che una bolla di sapone: ATARI (dal nome di una mossa nel gioco giapponese GO) diventa immediatamente leader incontrastata dei coin-op, e il suo primo prodotto, Pong, un successo leggendario. Altre compagnie si inseriscono ma il dominio ATARI resiste per tutti gli anni settanta e i primi anni ottanta, accompagnando l’arrivo degli arcade di seconda e terza generazione, nei quali la sostituzione dei circuiti con microprocessori sempre più potenti e specializzati, permette l’uso di effetti grafici e sonori più raffinati. È questa l’epoca di Space Invaders, Galaxian, Pac Man, Donkey Kong, Missile Command e molti altri ancora, entrati nella storia del genere e più volte imitati e riproposti, anche sui computer moderni, mediante emulatori come MAME.

Paradossalmente, è proprio la seconda grande intuizione di ATARI a spezzare il connubio giochi arcade-macchine coin-op, predestinando la fine di quest’ultime. L’idea di portare l’atmosfera delle sale giochi sui televisori di casa si concretizza con l’ATARI 2600, la prima leggendaria console domestica. Ancora non può reggere il confronto con le specializzate e ben più potenti macchine da sala, ma è un gap che è destinato a colmarsi prestissimo attraverso prima la concorrenza spietata tra produttori di console; e poi l’irrompere sulla scena dei primi personal computer, prodotte da aziende giovani e aggressive come Commodore e Sinclair. I coin-op avranno ancora un momento di gloria a cavallo degli anni novanta, quando da un lato trovano nuova linfa nel genere dei picchiaduro, di cui la serie Mortal Kombat è un esempio, e dall’altro si specializzano sul versante hardware, dotandosi di estensioni di vario genere che li fanno somigliare a veri e propri simulatori (classici quelli di guida, a forma di abitacolo di automobile). È però gloria momentanea, perché ormai il mercato degli arcade è saldamente in mano ai big dell’home consumer, in grado di proporre prodotti sia per le console sempre più potenti e raffinate, sia per i pc anch’essi ormai in grado di prestazioni da fantascienza.

Ma che si tratti di processori a otto bit oppure di straripanti Quad Core Extreme, la meccanica e soprattutto la filosofia degli arcade non è cambiata negli ultimi quarant’anni. Il gameplay è ridotto all’osso, basandosi su poche e chiare regole. I livelli del gioco sono brevi e di difficoltà sempre crescente, allo scopo di mantenere sempre alta la concentrazione e il livello di adrenalina. I modelli fisici implementati sono basilari, per lasciare il giocatore libero di concentrarsi sull’obiettivo del gioco, e le intelligenze artificiali degli “avversari” sono in grado di adattarsi allo stile del giocatore per non “frustrarne” gli sforzi. Che si tratti di giochi di guida, (come la serie Test Drive), simulatori di volo, sparatutto a scorrimento, picchiaduro o altro, la filosofia non cambia e non può cambiare.