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— Sì. — Una pausa impacciata. — Mi chiamo John Martin. E lei?
— Maddy Holbright. — Qualcosa nella sua diffidenza la rende più sicura. — Anche lei è uno dei coloni? Non l’ho vista in giro.
L’uomo si tira su e stringe le giunture delle zampe del trepiedi, avvitandole finché non sono a posto. — Non sono un colono, sono un ricercatore. Cinque anni, tutto spesato, per andare a esplorare il nuovo continente. — Con attenzione solleva il corpo principale del telescopio e lo fissa sulla piattaforma, per poi cominciare a stringerne le viti. — E io dovrei puntare questa cosa verso il cielo e annotare regolarmente quello che osservo. In realtà, sono un entomologo, ma ci sono così tante cose da fare che vogliono che sia una specie di factotum, penso.
— E perciò le hanno fatto portare un telescopio, eh? Non penso di aver mai incontrato prima un entomologo.
— Un cacciatore di insetti con un telescopio — conviene l’uomo, — incontro piuttosto inatteso.
Affascinata, Maddy lo osserva mentre mette a posto il visore, tira fuori un block notes e scribacchia qualcosa. — Cosa sta guardando?
L’uomo fa spallucce. — Da qui si vede molto bene S-Doradus — risponde. — Chiaro? Satana e i suoi due piccoli angeli?
Maddy guarda in alto verso quell’intenso puntino luminoso, poi subito distrae lo sguardo altrove prima di bruciarsi gli occhi. È una stella, ma così brillante da lanciare la sua ombra a una distanza di mezzo anno luce. — I dischi?
— Proprio loro. — C’è una macchina fotografica nella sua borsa, una massiccia, vecchia Bronica di prima che i sovietici ingoiassero in un sol boccone Svizzera e Germania. Con attenzione la avvita sopra il visore ottico del telescopio. — L’Istituto vuole che ne prenda una serie di fotografie... niente di straordinario, solo quello che questa lente da otto pollici è in grado di fare... nell’arco di sei mesi. Tracciando sulla carta la posizione della nave. Una volta arrivato, ho nella stiva un telescopio più grande, e si dice che manderanno un vero astronomo un giorno o l’altro, ma per adesso vogliono fotografie prese attraverso uno spazio di sessantamila miglia attraverso il disco. Lo fanno per calcolare la parallasse e quindi stabilire la velocità a cui si spostano questi dischi.
— Dischi. — A lei sembrano soltanto delle lontane astrazioni, ma è difficile ignorare l’entusiasmo di John. — Pensa che anche lì sia, uh, come qui? — Non dice Terra, perché tutti sanno che questa non è più la Terra. Non come lo era prima.
— Forse. — Perde quasi un minuto armeggiando con un rullino piuttosto robusto. — Sappiamo che hanno ossigeno nell’atmosfera e che sono grandi a sufficienza. Ma si trovano comunque a una distanza di quasi un anno luce: molto più vicino delle stelle, ma ancora troppo distanti per i telescopi.
— O per dei razzi lunari — dice la donna, con una certa ansia, — o degli sputnik.
— Ammesso che quelle cose funzionino ancora. — La pellicola va a posto: John si china sul telescopio e lo sposta in direzione del primo dei due dischi, a un paio di gradi di distanza da Satana (i dischi sono invisibili a occhio nudo e occorre un telescopio per osservarne la luce riflessa). Alza gli occhi verso la donna. — Si ricorda della Luna?
Maddy alza le spalle. — Ero solo una bambina quando è accaduto, ma ho visto la luna in certe notti. E anche di giorno.
L’uomo annuisce: — Non come certi bambini di oggi: se gli racconti che vivevamo su una grande sfera rotante, ti guardano come se fossi matto.
— Cosa pensano che la velocità dei dischi possa dire loro? — chiede la donna.
— In primo luogo se hanno una massa rilevante come quella del nostro disco. Poi, di che materiale possono essere fatti. E quindi cercare da questo di evincere chi possa averli fatti. — Alza le spalle. — Non lo chieda a me, io sono solo un cacciatore di insetti. E questa roba è grande, molto più grande degli insetti. — Ridacchia. — C’è un nuovo mondo là fuori.
La donna annuisce seriosa, poi lo guarda davvero per la prima volta: — Credo di sì.
Traduzione di Roberto Chiavini
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