È notte. Una selva di grattacieli, rappresentati da un tappeto di minuscoli punti luminosi, prevalentemente di colore bianco, giallo e azzurro, si staglia su un cielo scuro e nuvoloso, che ha una sottile sfumatura arancione. Qua e là, alcune torri espellono alte fiamme di colore arancione e giallo, gas di scarico bruciati, che creano forti contrasti con il buio. È uno dei frame più iconici del film Blade Runner (1982) di Ridley Scott, tratto dal romanzo Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (Do Androids Dream of Electric Sheep?, 1968) di Philip K. Dick. Per molti anni quest’immagine ha rappresentato il nostro futuro, ciò che ci aspettavamo all’orizzonte di uno scenario presente in cui il capitalismo più sfrenato e lo sfruttamento selvaggio delle risorse del nostro pianeta hanno reso il mondo in cui viviamo una distopia perenne. Tant’è che nel romanzo di Dick e nel film di Scott gli umani sono costretti a rifugiarsi sulle colonie extramondo, in cerca di una vita migliore, ma dove i Replicanti protagonisti della storia sono schiavi.

Blade Runner
Blade Runner

Uno scenario che il cyberpunk ha saputo cogliere e rilanciare, restituendoci un immaginario ancora più crudo e, per certi versi, spaventevolmente realistico. Così, dagli anni Ottanta fino a tutti i Duemila, è stato un susseguirsi di realtà in cui il mondo è stato sempre spaccato in due: in alto, in spettacolari grattacieli, i ricchi, i potenti, coloro che governano le multinazionali e l’economia globale; in basso, i derelitti, i poveri, coloro che non hanno potere e che non vivono, ma semplicemente sopravvivono, in fatiscenti e disumane baraccopoli . È stata la distopia, dopo il cyberpunk, a dominare l’immaginario della fantascienza e non solo.

Il futuro è, e resta, un territorio inesplorato, ma la fantascienza degli ultimi trent’anni ce lo ha mostrato negativo, pessimista, spesso apocalittico e senza vie d’uscita. Dal cyberpunk alla distopia, l’uomo sembrava destinato a imperiture diseguaglianze economiche, digitali, sociali e politiche, in cui domina la legge darwiniana del più forte. Un immaginario che è stato lo specchio del capitalismo delle multinazionali, della finanza selvaggia, della globalizzazione.

In risposta proprio a questo pessimismo, all’incirca verso la fine degli anni Duemila, nuovi filoni della narrativa speculativa si sono contrapposti a questi apocalittici scenari, con nuove idee, futuri decisamente ottimisti e perfino proposte sia sul fronte dell’immaginario sia sul fronte politico per cambiare prospettiva e immaginare, ma anche cominciare a costruire, un futuro improntato a un’alternativa al capitalismo.

Tra i filoni letterari, ce ne sono almeno tre che stanno offrendo uno sguardo alternativo: la “climate fiction”, la narrativa sul cambiamento climatico, il “cosypunk”, ovvero una fantascienza che guarda ai buoni sentimenti e alla semplicità della vita, e il “solarpunk”, la fantascienza che immagina un futuro sostenibile.

Il solarpunk, in particolare, guarda al tempo che ci attende con un insperato ottimismo. Una maggiore inclusione sociale e politica sono le premesse per una società di là da venire che rimette l’uomo al centro di tutto. Tenta di portare tali valori nell'essere nel qui-e-ora, prefigurando il mondo da creare, attraverso la fantascienza e la letteratura fantasy, le arti, la moda, il cinema, la musica, i giochi e una serie di idee che riguardano la politica, l’attivismo economico ed ecologico. E non c’è dubbio che le radici vanno sicuramente cercate nell’Utopia

In fondo il solarpunk e l’Utopia hanno in comune la ricerca di un luogo idilliaco, e spesso irraggiungibile, in cui vivere. La parola “Utopia”, la cui ideazione va ascritta a Thomas More, scrittore e politico cattolico inglese, nasce dai termini “outopia” (luogo che non esiste) e “eutopia” (luogo benefico, ideale) e la si legge per la prima volta nella sua opera Utopia (1516), il cui titolo in latino per esteso è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia. L'umanista inglese fornisce le coordinate di quello che diventerà un vero e proprio genere letterario, laddove nella prima parte del romanzo descrive l'Inghilterra del XV° secolo, il luogo e la società in cui vive, mentre nella seconda racconta del viaggio del filosofo Raphael Hythlodaeus e del suo approdo sull'isola di Utopia, un luogo idilliaco e perfetto sotto ogni punto di vista. L'economia di base su cui si fonda la comunità è lo scambio dei beni, ma un ruolo centrale è assunto dal lavoro nei campi, che viene insegnato a scuola e di cui ogni abitante a turno si occupa. Non c'è moneta, così come non hanno valore l'oro, i metalli e le pietre preziose. Dal punto di vista sociale, il perno su cui si regge il regno di Utopia è la famiglia. Tutti − uomini, donne e bambini − hanno un ruolo e un lavoro, che di solito si tramanda di padre in figlio. La città è governata da un Principe, che viene eletto a vita e che viene scelto da una lista di quattro candidati, a loro volta eletti dai duecento Filarchi, dei magistrati designati dalle famiglie.

Ispirandosi al dialogo di Platone La Repubblica (scritto tra il 390 e il 360 a.C.), More denuncia le contraddizioni sociali, politiche ed economiche del suo tempo, come ad esempio l'aperta critica alla proprietà privata, per poi immaginare il suo Stato ideale, con un'organizzazione sociale e politica che oggi definiremmo democratica, la cui unità di base è la famiglia, e dove vige la condivisione dei beni.

Al modello letterario di More s'ispireranno altri autori, chi con semplici rivisitazioni senza nessuna originalità, come il letterato italiano Ludovico Agostini e il suo La repubblica immaginaria (1580), chi apportandovi interessanti variazioni, come ad esempio il teologo tedesco Johannes Valentinus Andreae che nel suo Christianopolis (Beschreibung des Staates Christenstadt, 1619) sostituisce l'agricoltura e la famiglia come elementi di base della comunità ideale creata dal politico inglese con la figura dell'artigiano e la bottega, facendo di quest'opera la prima utopia basata sul lavoro.

Molto note e spesso citate come modello del romanzo utopico sono La città del Sole (1623) del frate domenicano Tommaso Campanella e La nuova Atlantide (New Atlantis, 1627), il racconto incompiuto del filosofo inglese Francis Bacon (noto anche con il nome italianizzato di Francesco Bacone). Di stampo squisitamente politico è La repubblica di Oceana o Oceana (The Commonwealth of Oceana, 1656) di James Harrington, filosofo inglese. Alle lusinghe dell'Utopia cede anche Jonathan Swift, laddove in una parte del suo romanzo più famoso, I viaggi di Gulliver (Travels into Several Remote Nations of the World, in Four Parts. By Lemuel Gulliver, First a Surgeon, and then a Captain of Several Ships, noto semplicemente come Gulliver's Travels, 1726), descrive la società degli Houyhnhnm, chiaramente di stampo utopica; così come in Les aventures de Télémaque (1699) di Fénelon vengono descritte due società vicine alla perfezione: Betica e Salento.

Da queste fondamenti opere, si possono trarre dei tratti comuni del romanzo utopico. Prima di tutto il viaggio, come metafora del distacco dal mondo, dalla società e dalla vita in cui è immerso l’autore, per arrivare in un’isola o comunque in una terra non segnata dalle carte geografiche. In secondo luogo, il confronto che avviene tra la società a cui lo scrittore appartiene e quella in cui è giunto, nel quale emerge con forza l’idea di un luogo e di un modo di vivere che è desiderabile, che sotto tutti i punti di vista – politico, economico, della giustizia sociale, dell’organizzazione del lavoro e del tempo libero, delle arti militari, della vita sociale – è incentrato sul benessere non del singolo uomo, ma della collettività. Uno dei tratti più caratteristici, infatti, è l’assenza o l’abolizione della proprietà privata, ritenuta da molti degli scrittori utopici come la fonte generatrice di tutti i sentimenti di stampo egoistico, che sono alla base dei comportamenti criminali dell’uomo. Infine, quasi sempre, il personaggio-narratore della storia torna a casa, torna alla realtà da cui è partito, quasi a voler rimarcare che ciò che ha visto con i suoi occhi non è realizzabile, non è praticabile, ma il tutto è quasi vissuto come un sogno, un’utopia per l’appunto.

Tratti che in parte possono essere ascritti anche al solarpunk. Il solar significa mettere al centro della vita dell’uomo l’energia delle fonti rinnovabili, inesauribili e naturali, come il sole, il vento, l’acqua e calore terrestre. Il punk è l’atteggiamento ribelle necessario per contrapporsi al capitalismo imperante. Oltre il significato del neologismo, il solarpunk immagina città in cui prevale un’architettura improntata alla biodiversità, con costruzioni letteralmente circondate dal verde, così come il verde predomina sui tetti delle case e negli spazi di condivisione come giardini e piazze. Ancora, la tecnologia, soprattutto quella digitale, accessibile a tutti, finalizzata al benessere collettivo e alla protezione dell’ambiente, non sfruttata come fonte di ricchezza per pochi. Il solarpunk vuole essere soprattutto uno stile di vita, costituito su un’economia del riciclo, dello scambio, del riutilizzo di oggetti e tecnologie che diventano obsolete e inclusione sociale.

Non è un caso che il movimento è nato dal basso, dall’attivismo di persone convinte che un futuro alternativo al capitalismo non solo sia possibile, ma necessario. Come un blogger anonimo del sito Republic of the Bees, che nel 2008 pubblicò un post in cui sottolineava come la tecnologia possa lavorare insieme alla natura e non contro di essa. Il titolo dell’articolo era Dallo Steampunk al Solarpunk e raccontava di come una nave mercantile era parzialmente alimentata da un sistema di aquiloni controllato da un computer. O come l'artista visiva Olivia Louise, che sul social network di microblogging Tumblr cominciò a pubblicare nel 2014 dei concept art in cui erano rappresentati edifici ricoperti di vegetazione. Un’immagine che diventerà iconica del solarpunk. Un momento fondativo, poi, è stata la pubblicazione nel 2012 dell’antologia Solarpunk: Histórias Ecológicas e Fantásticas em um Mundo Sustentável curata da Gerson Lodi-Ribeiro ed edita dalla casa editrice brasiliana Editora Draco. Questa potente radice letteraria è significativamente impiantata in un paese come il Brasile, a significare che il movimento letterario, e non solo, non era occidentale o eurocentrico, ma trovava spazio soprattutto nelle cosiddette economie emergenti, in nazioni periferiche rispetto alle capitali dell’impero capitalistico.

Altro momento significativo è stata la redazione di un vero e proprio manifesto, dal titolo Notes Toward a Solarpunk Manifesto (2014), scritto dal ricercatore Adam Flynn, che diede una sorta di piattaforma politica a un movimento che abbracciava la società nel suo complesso e si chiedeva se una società sostenibile era raggiungibile in un prossimo futuro.

Flynn, tra le altre cose, scrive nel manifesto del solarpunk: “Il Solarpunk ha a che fare con la ricerca di modi per rendere la vita meravigliosa per noi in questo momento e, cosa più importante, per le future generazioni, prolungando la vita della specie umana, piuttosto che del singolo individuo. Il nostro futuro deve prevedere il riutilizzo e la creazione di cose nuove a partire da ciò che già abbiamo (invece del principio distruggi tutto e costruisci qualcosa di completamente diverso tipico del modernismo novecentesco). Il nostro futurismo non è nichilista come il Cyberpunk ed evita le tendenze potenzialmente quasi reazionarie dello Steampunk: è inventivo, generativo, indipendente e comunitario”.

Questo filone della speculative fiction, dunque, guarda al tempo che ci attende con un insperato ottimismo. Una maggiore inclusione sociale e politiche green sono le premesse per una società di là da venire, che rimette l’uomo al centro di tutto, prefigurando un mondo in cui un ruolo centrale lo avranno anche la politica, l’attivismo economico ed ecologico. Un mondo che sia a dimensione di uomo e che abbia il senso della comunità come valore centrale, in cui il mutuo-aiuto e la solidarietà siano le basi delle relazioni fra gli esseri umani, dove non c’è solo il rispetto per la natura, ma la ricerca di una convivenza costante con animali e piante, in cui a prevalere sia una economia di stampo cooperativo e basata sul riutilizzo di materiali. E, in tal senso, non c’è dubbio che il solarpunk può essere definito come un vero e proprio antidoto al capitalismo contemporaneo, quello basato sul dominio, sulla sorveglianza, sul possesso, di stampo digitale e finanziario.