Già sul finire degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, alcuni scrittori e alcune opere prefigurano un vero e proprio ritorno della space opera, tant’è che i critici Kathryn Cramer e David G. Hartwell, curatori della poderosa antologia The Space Opera Renaissance (2006), scrivono nell’introduzione che per vent’anni, dal 1982 al 2002, il premio Hugo (il maggiore riconoscimento nel campo della fantascienza americana e quindi mondiale) nella categoria miglior romanzo dell’anno è stato vinto regolarmente da un titolo definibile come space opera.

Già alla fine degli anni Settanta esplode in tal senso il fenomeno Carolyn Janise Cherryh (1942-), scrittrice che è stata definita la “Regina della space opera”, grazie al ciclo della “Lega e Confederazione”, formata da numerosi romanzi e racconti, di cui segnaliamo i romanzi La lega dei mondi ribelli (Downbelow station, 1981), vincitore del premio Hugo nel 1982, I 40.000 di Gehenna (Forty Thousand in Gehenna, 1983) e Cyteen (1988), anch’esso vincitore dell’Hugo nel 1989.

Anche una voce originale come quella dell’americano John Varley (1947-2025), che si è imposto all’attenzione generale prima con il romanzo breve La persistenza della visione (The Persistence of Vision, 1978), vincitore dei premi Hugo, Nebula e Locus, sfrutta gli stereotipi della space opera con la trilogia di Titano, formata dai romanzi Titano (Titan, 1979), Nel segno di Titano (Wizard, 1980) e Demon (1984), dove si racconta di un viaggio verso Saturno di un’astronave per intercettare uno strano satellite nei pressi di Titano e il ritrovamento di un habitat artificiale.

Ma si può parlare a ben ragione di un vero e proprio ritorno alla space opera, dovuto a un gruppo di scrittrici e scrittori angloamericani che, senza un vero e proprio obiettivo comune, rilanciano questo filone della science fiction, pubblicando una serie di opere che la rinnovarono nei temi e nella scrittura e la cui ascesa continuerà anche per tutti gli anni Duemila, tanto che i critici ribattezzeranno questa pletora di opere sotto l’etichetta di New Space Opera. I loro nomi? Iain Banks, David Brin, Joe Haldeman, Vernor Vinge, Orson Scott Card, Greg Bear, M. John Harrison, Ken MacLeod, David Weber, Dan Simmons, Peter F. Hamilton, John C. Wright, Walter Jon Williams, Charles Stross, James S. A. Corey, pseudonimo di Daniel Abraham e Ty Franck, John Scalzi e più tardi Alastair Reynolds, uno dei più talentuosi scrittori di fantascienza degli ultimi anni. Sul versante femminile, ci sono la già citata C. J. Cherryh, e poi Catherine Asaro, Vonda N. McIntyre, Marion Zimmer Bradley, Nancy Kress, Elizabeth Moon e più recentemente Ann Leckie.

L’americano Orson Scott Card (1951-) con il romanzo Il gioco di Ender (The Ender's Game, 1985), che vince nel 1986 sia il premio Hugo sia il Nebula, primo della saga di Ender, spinge la space opera sul campo minato della narrativa per ragazzi, visto che il protagonista dei suoi romanzi è un adolescente che viene addestrato alla guerra con tecnologie virtuali, ma è coinvolto in quello che è un vero e proprio genocidio. Ancora, tra la fantascienza romantica e militaresca si muove il ciclo di Vor della scrittrice statunitense Lois McMaster Bujold (1949-), con L’onore dei Vor (Shards of Honor, 1986), primo di una lunga serie di romanzi. Sulla stessa linea tematica e di genere si muove anche Superluminal (1983) di Vonda N. McIntyre (1948-2019), autrice statunitense che si era già fatta apprezzare per il notevole Il serpente dell'oblio (Dreamsnake, 1978).

Copertina del Drago Urania che contiene <i>Pensa a Fleba</i>
Copertina del Drago Urania che contiene Pensa a Fleba

Sono poi lo scozzese Iain Banks (1954-2013) e l’americano Dan Simmons (1948) a restituire in chiave moderna tutto il sapore dell’epopea galattica, il primo con il romanzo Pensa a Fleba (Consider Phlebas, 1987) che appartiene al più ampio ciclo della Cultura, il secondo con il romanzo Hyperion (1989), anch’esso primo di un ciclo di quattro romanzi denominato I Canti di Hyperion (The Hyperion Cantos).

A proposito del ciclo della Cultura di Banks, lo scrittore e critico Giovanni De Matteo (La mappa del futuro: uno sguardo alla fantascienza dal 1984 ad oggi) scrive: “Con il ciclo della Cultura Iain M. Banks ha reinventato negli anni del cyberpunk una science fiction in forte debito verso il senso del meraviglioso delle origini, con i suoi scenari galattici di rutilante e vertiginosa profondità. La sua opera è forse quella più rilevante, per gli esiti letterari, la forza d’impatto e l’influenza esercitata sul genere, nell’ambito della cosiddetta nuova space opera, che a partire dai tardi anni ’70 continua a proporre in rottura con la tradizione del filone storie più cupe e drammatiche, con un deciso aggiornamento tecnologico, una maggiore aderenza alle leggi della fisica e una convinta presa di distanze dai toni trionfalistici della colonizzazione spaziale promossa dai predecessori” (De Matteo, 2014).

Lo statunitense Lucius Shepard (1943-2014) esordisce nel 1984 con il romanzo Occhi verdi (Green Eyes), a metà tra il fantascientifico e l'horror, ma si afferma con Settore Giada (Life During Wartime, 1987), un’opera che s’inserisce nel filone della science fiction militare: in un futuro da incubo, l’America è coinvolta in una guerra in Guatemala, simile a quella del Vietnam.

Negli anni Novanta, il racconto continua a essere coltivato dalle riviste, non solo per essere uno strumento grazie al quale far emergere il talento di autrici e autori esordienti o quasi, ma anche come termometro della qualità letteraria della stessa fantascienza. Basta pensare al lavoro di un editor come Gardner Dozois (1947-2018) che come curatore della rivista Asimov's Science Fiction e delle antologie The Year's Best Science Fiction ha pubblicato storie di scrittori emergenti quali James Patrick Kelly, Kim Stanley Robinson, John Kessel, Lucius Shepard, Michael Swanwick e Connie Willis. O come, dall’altra parte dell’Oceano, a una rivista quale la britannica Interzone, curata da David Pringle, su cui hanno pubblicato racconti, tra gli altri, Steve Baxter, Nicola Griffith, il canadese Geoff Ryman e l’australiano Greg Egan. Ed è sempre in questo decennio che si affermano alcune delle voci più originali della storia della science fiction.

La copertina originale di <i>Snow Crash</i>
La copertina originale di Snow Crash

Cybergolem (He, She and It, 1991) di Marge Piercy (1936-) si muove a metà tra le ambigue utopie di una scrittrice come Ursula Le Guin è gli scenari del cyberpunk, ambientando la storia tra il ghetto ebreo di Praga del XVII secolo e una città immaginaria di un futuro distopico. Sempre appartenente all’estetica cyberpunk è anche Snow Crash (1992) di Neal Stephenson (1959-), che introduce in modo potente la nozione di metaverso, inteso come un ambiente virtuale in 3D, così come un decennio prima Gibson aveva introdotto il concetto di cyberspazio.

L’anno del contagio (Doomsday Book, 1992) dell’americana Connie Willis (1945-), romanzo vincitore dei premi Hugo, Nebula e Locus, utilizza il topos della macchina del tempo per raccontare in modo innovativo il tema del paradosso, permettendo alla protagonista del romanzo di andare indietro nel Medioevo, in un anno in cui c’è la peste nera, mentre nel suo presente (un futuro non  troppo lontano per il lettore) si scatena un virus letale.

Ricambi (Spares, 1996) del britannico Michael Marshall Smith (1965-) propone la clonazione quale elemento distopico, laddove i ricchi e chi detiene il potere alleva in fattorie umane dei cloni per preservare il proprio corpo dal naturale disfacimento.

L’afroamericana Octavia E. Butler (1947-2006) si fa notare nel 1979 con il notevole romanzo Legami di sangue (Kindred), un’originale interpretazione del classico tema del viaggio nel temo, conferma le sue doti di originale narratrice con i romanzi del ciclo dei Patternisti – composta dai romanzi Patternmaster (1976), La nuova stirpe (Mind of My Mind, 1977), Seme selvaggio (Wild Seed, 1980) e Incidente nel deserto (Clay's Ark, 1984) –, ma s’impone con il dittico di romanzi appartenenti al ciclo delle Parabole: La parabola del seminatore (Parable of the Sower, 1993) e La parabola dei talenti (Parable of the Talents, 1998), in cui una giovane donna di nome Lauren Olamina ha il dono di sentire sul proprio corpo il dolore altrui e tenta di creare una nuova comunità sulla base di una nuova religione da lei forgiata, in un futuro distopico in cui l’umanità è al collasso e sul precipizio della barbarie.

Bevenuti sulla vostra nuova casa...
Bevenuti sulla vostra nuova casa...

L’americano Kim Stanley Robinson (1952-) si fa notare nella seconda metà degli anni Ottanta per la Trilogia di Orange County, formata dai romanzi La Costa dei Barbari (The Wild Shore, 1984), Costa delle Palme (The Gold Coast, 1988) e La Costa del Pacifico (Pacific Edge, 1988), in cui racconta tre diversi futuri della California, ma esplode negli anni Novanta con la Trilogia di Marte, composta dai romanzi Il rosso di Marte (Red Mars, 1992), Il verde di Marte (Green Mars, 1993) e Il blu di Marte (Blue Mars, 1996), in cui narra dell’epopea umana della colonizzazione del pianeta rosso, che il critico Salvatore Proietti descrive come una  “[…] vera e propria riscrittura della storia americana attraverso il racconto polifonico di quella marziana: i conflitti e i progetti alternativi della nuova comunità multietnica, composta perlopiù di scienziati, nel corso della costruzione del mondo” (Proietti, 2009).

Pur esordendo negli anni Sessanta, l’americano Vernor Vinge (1944-2024) giunge all’attenzione della critica e del pubblico negli anni Ottanta, prima con il romanzo breve Il vero nome (True Names, 1981), uno dei primi a narrare del cyberspazio, termine che verrà introdotto l’anno dopo da William Gibson, e poi con i romanzi Quando scoppiò la pace (The Peace War, 1984), Universo incostante (A Fire Upon the Deep, 1992) e Quando la luce tornerà (A Deepness in the Sky, 1999), gli ultimi due vincitori del premio Hugo. A Vinge si deve anche l’aver portato all’attenzione della comunità scientifica e fantascientifica il concetto di singolarità, descritto nel 1993 nel saggio breve Technological Singularity, e che poi ha fatto capolino in molte sue opere narrative. Per singolarità tecnologia lo scrittore americano intende descrivere un progresso della tecnologia tale che trascende la comprensione umana, con l’avvento di un’intelligenza artificiale, e che porterà a una nuova civiltà.

Con il racconto lungo, poi espanso a romanzo, Mendicanti di Spagna (Beggars in Spain, 1991), l’americana Nancy Kress (1948-) vince sia il premio Hugo sia il Nebula, affermandosi come autrice di fantascienza tra le più originali degli anni novanta. La storia è del racconto è ambientata in un’America futura in cui l’ingegneria genetica ha creato una nuova stirpe di esseri umani denominati Sleepless, persone che sono state modificate geneticamente per non dormire mai e per essere più intelligenti e resistenti fisicamente degli Sleepers, ovvero i non modificati. A questo primo romanzo, l’autrice ne aggiunge altri due: Mendicanti e superuomini (Beggars & Choosers, 1994) e La rivincita dei mendicanti (Beggars Ride, 1996).

Il decennio Novanta si chiude all’insegna della space opera, con Elizabeth Moon (1945-), a cui si deve la Saga dell’Eroina dello spazio, in cui si raccontano i primi passi della carriera militare di Esmay Suiza, con i romanzi Eroe della Galassia (Once a hero, 1997), Ponte di comando (Rules of engagement, 1998), Cambio al comando (Change Of Command, 1999) e Contro ogni nemico (Against the Odds, 2000) e con il britannico Peter F. Hamilton (1960-), che s’impone all’attenzione degli appassionati con la saga dell’Alba della notte, formata dai romanzi La crisi della realtà (The Reality Disfunction, 1996), L'alchimista delle stelle (The Neutronium Alchemist, 1997) e Il dio nudo (The Naked God, 2000).

L’Impero Skoliano di Catherine Asaro (1955-) è una delle saghe di space opera avventurosa con elementi romantici, sulla scia di Lois McMaster Bujold, tra le più longeve del panorama fantascientifico americano, con all’attivo ben 14 tra romanzi lunghi e brevi, dal 1995 al 2011, conquistando due premi Nebula, di cui uno con il romanzo La rosa quantica (The Quantum Rose, 2000), che ha per protagonista Kamoj Argali, una governatrice di una provincia povera dell’Impero Skoliano, che deve affrontare intrighi politici e tentativi di matrimonio forzato da parte di nobili potenti, il tutto per salvare il suo popolo.

Sul fronte della fantascienza hard si attesta l’australiano Greg Egan (1961-), a cui si devono romanzi in cui inserisce elementi di fisica quantistica, matematica e informatica in opere quali La Terra moltiplicata (Quarantine, 1992), Permutation City (1994), Distress (1995), Diaspora (1997), La scala di Schild (Schild's Ladder, 2002) e Incandescence (2008). In Permutation City, forse il suo romanzo più noto, siamo in un futuro non troppo lontano dal nostro, la Terra è devastata dagli effetti del cambiamento climatico, l'economia e la cultura sono ampiamente globalizzate e la civiltà ha accumulato enormi quantità di potenza di calcolo e memoria nel cloud, una possibilità che permette la creazione di copie dell'intero cervello di un essere umano.