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Giuseppe Lippi al Festival di Trieste, 2001
È stata una buona iniziativa, mette la fantascienza italiana sotto gli occhi di tutti e crea un’attesa. Al tempo stesso, la gente pensa: “To’, ecco il premio di quest’anno…” come se fosse un’istituzione. Il che è vero, ormai, ma ogni libro va giudicato per proprio conto come un qualsiasi numero di Urania, non come il membro di una specie protetta.
Parecchio da una parte, relativamente poco dall’altra. Mi spiego: il premio segnala all’attenzione quel determinato romanzo, lo mette a disposizione del pubblico più qualificato perché oggi i nove, diecimila lettori che comprano Urania o se lo fanno prestare dagli amici sono intenditori e collezionisti molto attenti. Al tempo stesso, è un’iniziativa che non raggiunge il gran pubblico esterno: il limite, almeno per i romanzi più ambiziosi, potrebbe essere questo.
Io penso che in molti lettori non ci sia più un pregiudizio per partito preso: “È italiano, dunque non lo compro”. La prova l’abbiamo nel fatto che, copia più copia meno, il premio vende esattamente come gli altri titoli e anzi qualche volta è capitato che superasse alcuni concorrenti angloamericani. D’altra parte, sono consapevole che in una parte del pubblico una riserva rimane perché la sf italiana continua ancor oggi a rappresentare un settore minimo del mercato: e allora c’è un certo timore che possa rappresentare una fregatura. In genere, tuttavia, più il lettore è avvertito, maggiore è la sua esperienza e minori sono le resistenze.
A me sembra che l’aver pubblicato autori come quelli che lei ricordava prima — Valerio Evangelisti, per fare l’esempio più evidente — abbia contribuito a sprovincializzare l’ambiente. In genere il vincitore del premio è sempre un autore o un’autrice abbastanza professionale, in qualche caso originale, mentre la massa dei manoscritti che arrivano continua ad essere di un livello molto basso. I vincitori dimostrano che almeno una piccola parte degli aspiranti scrittori ha capito una cosa fondamentale: per vincere, o almeno per avere buone possibilità, bisogna saper narrare, costruire una trama. Non buttare fumo negli occhi.
Oggi le regole sono un po’ cambiate, proprio per scremare subito la marea dei senza speranza. In passato c’era una giuria preliminare composta da più persone che leggeva più o meno integralmente tutti i manoscritti, con notevole dispendio di tempo ed energie. Oggi si riunisce un comitato di direzione ristretto che esamina i testi con un occhio professionale e salva quelli che hanno un minimo di scrittura e interesse. Per gli altri, non c’è una seconda chance. I salvati, che su un totale di una settantina di romanzi in media sono una ventina o poco più, vengono poi avviati alla giuria composta da più lettori, ed è quest’ultima a decidere i quattro o cinque romanzi che andranno alla finalissima. Della quale sono giudici esclusivi l’editor e il curatore.
È una strategia che continuerà. L’anno prossimo avremo un “Millemondi” che pubblicherà due brillanti finalisti del premio 2006, e precisamente L'ultimo ascensore di Alessandro Fambrini e Stefano Carducci e Ph0xGen! di Paolo Frusca e Italo Bonera. Avremo anche un volume con due romanzi italiani in Urania normale. Tutto entro il primo semestre, e non finisce qui.
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