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Chi sono i fenomeni del nostro tempo? Coloro che riescono a rompere le barriere che li circondano e affrontano e vincono le difficoltà lasciando sul terreno, morti o feriti, pregiudizi e luoghi comuni su cosa può e non può fare l’essere umano. Ma a volte il modo in cui si affronta la battaglia è in grado di rivelare parecchio sulla nostra capacità di “vedere” oltre i nostri limiti. È il caso dei due straordinari, seppur diversissimi, personaggi che stanno viaggiando nelle cronache degli ultimi anni.

Oscar Pistorius
Simona Atzori ha trentaquattro anni. È milanese, mora, sottile, dolcissima, un sorriso che riempie l’aria con passo lieve e delicato. Il destino con lei è stato ancora più crudele, privandola dalla nascita di entrambe le braccia. La sua volontà di raggiungere una vita piena e ricca è invece rimasta dentro il suo corpo, rifiutando protesi ed estensioni come un presagio di disumanizzazione prossima ventura. E allora i piedi di Simona sono diventati le sue mani; con questi piedi Simona dipinge, danza, studia, guida la macchina, prende il caffè, coccola il fidanzato. È partita da Milano per andare a laurearsi in Canada, e strada facendo ha raccolto fama e ammirazione in giro per il mondo, ricevendo e consegnando premi (ce ne è uno che porta il suo nome). Il suo corpo incompleto è diventato l’emblema dell’espressività senza confini; l’estensione emotiva e l’empatia comunicativa di Simona colmano le distanze per arrivare là dove con gli arti forse non sarebbe mai arrivata.

Il vero sogno di Pistorius è di gareggiare con gli atleti normodotati. In altre parole, trovare il modo di inserire la propria diversità in un contesto di normalità sociale prima che sportiva; l’accettazione da parte degli altri di un velocista con protesi in fibra di carbonio equivale a ricondurre la differenziazione in un quadro di categorie mentali condivise, nel quale tale differenziazione viene di fatto assorbita. Invece Simona Atzori compie il percorso esattamente contrario: la pulita esibizione della sua diversità, senza alcun filtro tecnologico, ha come obiettivo quello di scardinare l’ordine prestabilito di ciò che si può e non si può fare, e di rendere normale ciò che “normale” non è. Davanti a questa ragazza il concetto di normalità è costretto ad adattarsi, a trovare nuovi spazi e nuove definizioni, contorcendosi e dibattendosi in un’operazione che, alla fine, è di ampliamento delle categorie mentali già citate. Oscar dice: “Io sono diverso, ma posso fare quello che fanno tutti”. Simona dice: “Io sono diversa, e posso fare cose che tutti gli altri non fanno”.
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