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L'occhio amorevole

Dopo la laurea in filosofia, un po' per amore un po' per studio, ho trascorso (e perso felicemente) anni errabondi in città d'Europa e degli USA. Ho scritto vari racconti (alcuni pubblicati su magazine negli Stati Uniti e in Italia) e due romanzi giovanili che più che incompiuti definirei malcompiuti. Un terzo romanzo invece l'ho appena ultimato, e non aspetta altro che vedersi stampato. Su Delos ho pubblicato Vita mentale di alcune macchine e Il canto dell'ultima voce. L'occhio amorevole è un racconto che nessuno capisce (nemmeno io) e che ciò nonostante è arrivato terzo al Premio Alien 2002. Nel 1998 con mia grande sorpresa mi sono ritrovato tra i finalisti del Premio Calvino con una raccolta di racconti intitolata L'accumulazione delle distanze.
Ma che tipo di roba scrivi? mi chiedono spesso. E io non so mai cosa rispondere; la fantascienza mi piace molto, ma poi produco fantascienza che è poco fantascientifica; e lo stesso capita con l'horror: il mio è horror soft, o soft-horror, che è come dire: horror non troppo horror. Ultimamente ho deciso di rispondere così: scrivo cose di confine. E chi vuole intendere...
Il romanzo appena terminato (di horror? di fantascienza?, di confine?) parla di mutazioni possibili, di un'idea di corpo metaforico e mutante, di arte del corpo e sul corpo e col corpo, e parla di carne, di tanta carne, di corpi pieni di carne, di poetesse in carne, di scorribande notturne di un tassista-trasportatore di corpi, di medici plastici con pruriti artistici, di una scultura di carne che aspira alla vita.
Insomma, per chi non l'avesse capito, la carne mi piace. In tutte le sue forme...


Illustrazione di Luca Vergerio

Se qualcuno avesse potuto vederlo sarebbe stato colpito dal suo aspetto tozzo, dalla pesantezza dei movimenti, dal suo camminare lento in cerca di equilibri difficili da mantenere sulle sue gambe massicce. Ora, come sempre più spesso faceva nelle sue lunghe giornate, si guardava allo specchio, muovendo appena gli occhi sulla superficie lucida che lo rifletteva. L'immagine non era perfetta, alterata da leggere deformazioni del vetro che generavano onde di luce intrecciate. Il suo occhio azzurro si posava sul torace gigantesco dell'immagine, sul riflesso di una spalla; la luce laterale creava ombre lievi che amplificavano le superfici delle increspature di pelle. Amava le geometrie rotonde del suo corpo. Poteva rimanere ad osservare la sua immagine per ore. Ore a scrutare la sua carne morbida, le simmetrie, le valli, le nicchie, le concavità, le vibrazioni dei tessuti, strati su strati di grasso lucido.

D'improvviso gli animali urlarono e l'uomo si girò di scatto; aprì la bocca e la richiuse. Trascorsero pochi istanti ed ecco le urla ripetersi, rauche come grida strozzate, e allora mosse gli occhi. Gli veniva da pensare alle sirene; il canto delle sirene doveva essere come quel suono lungo che udiva, che si spegneva di colpo e riprendeva. Gli animali hanno fame, pensò. Già, come sirene sotto un sole opaco in attesa delle prede da incantare. Immaginò un cielo al tramonto, i primi bagliori delle stelle, il mare in basso e le scogliere rosse e rumorose. E le sirene sdraiate sulle rocce, la loro pelle lucida, le sirene che si muovevano agitando le braccia e le code e urlando per la fame, con le bocche spalancate e i denti affilati. Sì, come ora gli animali...

Gli animali, certo. Si spostò di scatto, subito una vertigine lo colse, e allora tornò a fermarsi. Dalla finestra filtravano i colori del tramonto, tinte azzurre, toni rossi, chiazze di blu grigi e gialli mescolati. Le urla riempirono di nuovo l'aria e lui capì che doveva muoversi in fretta e nutrirli prima che fosse troppo tardi. Eppure rimase ancora immobile ad ascoltare l'ansimare delle bestie lontane. Lo affascinava l'idea che di lì a poco avrebbero cominciato a cambiare forma. Voleva aspettare fino al momento in cui il pericolo sarebbe diventato troppo per esitare ancora.

Guardò l'orologio appeso al muro, la lancetta dei secondi scandire il tempo, percorrere cerchi. Sorrise in silenzio deformando la bocca in una smorfia. Le sue braccia gonfie di carne si appoggiavano morbide ai lati del suo corpo, pelle contro pelle. Gli piaceva questa sensazione di contatto, amava percepirsi grande e pesante, sentirsi protetto da strati di grasso soffice. Poi finalmente si mosse scattando veloce verso la porta; la aprì precipitandosi fuori e prese a correre quasi, dirigendosi verso il capannone e emettendo grida rauche in risposta a quelle degli animali.

Gli animali allora si zittirono di colpo, ed era come se la loro presenza fosse stata annullata, come se non fossero mai esistiti. Il silenzio era assoluto; non il più piccolo movimento, non un respiro, un suono o un fruscio, o il raschiare di unghie contro l'acciaio spesso delle gabbie.

L'uomo esitò prima di aprire. Col suo occhio marrone lanciò uno sguardo all'orologio da polso, inarcò le sopracciglia e scrutò la luna piena e rossa emergere oltre la linea dell'orizzonte. Questo era il momento speciale, l'ora del mutamento. A fatica estrasse le chiavi dalla tasca e aprì la porta blindata del capannone. Nel buio l'odore aspro degli animali lo avvolse con forza e immediatamente provò la vertigine dell'eccitazione: il cervello che trasmette rapido gli impulsi dalle ghiandole al sesso, le mani impregnate di sudore freddo, il cuore che accelera il battito fino a ingolfare il respiro, le tempie che pulsano impazzite, sangue che scorre, le guance farsi di fuoco...

pagina 1 di 6 - continua
Autore: Sergio Cicconi - Delos Science Fiction 88 - Data: 20 marzo 2004

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