Apple TV+ è sicuramente la piattaforma con le produzioni originali di genere fantascientifico più interessanti e variegate, capaci di spaziare dal genere Kaiju con Monarch: Legacy of Monsters alla SciFi sociologica di Severance. A ben pensarci sembra naturale che Vince Gilligan, autore di Breaking Bad e Better Call Saul, si sia rivolto proprio ad Apple per la sua nuova serie di fantascienza. Pluribus rappresenta infatti una miscela di noir psicologico, dramma sociale e speculazione filosofica ambientata in un prossimo futuro che ha già fatto molto parlare di se tra critici e appassionati.

Ambientata ad Albuquerque, New Mexico, la serie segue Carol Sturka, scrittrice di romanzi romantici con un carattere cinico e spigoloso, unica sopravvissuta (assieme a pochi altri) a un evento che ha trasformato quasi tutta l’umanità in una mente collettiva pacifica e felice nota come gli “Altri”. Carol, immune al fenomeno, diventa allo stesso tempo simbolo di resistenza e oggetto di “attenzioni” da parte dell’umanità condivisa che vuole risvegliarla alla felicità universale.

Il titolo Pluribus (scritto nel titolo come Plur1bus) gioca con il motto latino E pluribus unum, “da molti, uno”, trasformandolo in un interrogativo inquietante: è desiderabile, per l’individuo, mantenere la propria identità in un cosmo di umana felicità universalmente condivisa?

Pur originale nel suo impianto, Pluribus intrattiene un dialogo diretto con alcune delle opere più significative della fantascienza e dell’horror che l’hanno preceduta. Gilligan e i critici hanno apertamente segnalato influenze evidenti o comparative con The Twilight Zone, la serie antologica simbolo di fantascienza filosofica e inquietante, da cui Pluribus riprende la capacità di coniugare idea speculativa e riflessione umana profonda; con Invasion of the Body Snatchers (1956), il classico che ha definito l’immagine delle menti aliene che assimilano l’umanità. Inoltre ispirazioni sono state anche indicate da The Leftovers, The Last Man on Earth e opere distopiche come 28 Days Later e Night of the Living Dead per il modo in cui frammentano e ricostruiscono la socialità umana. Senza dimenticare la “presenza” in scena di opere classiche della fantascienza scritta come La Mano Sinistra delle Tenebre di Ursula K- Le Guin che appare tra le mani della protagonista nell’ultimo episodio della prima stagione.

Nei primi episodi emerge un tributo alle strutture narrative classiche della fantascienza filosofica, reinterpretate attraverso l’obiettivo di una lente contemporanea e profondamente umana. Gilligan scrive e dirige (parzialmente) la serie con la sua consueta cura per i dettagli narrativi e visivi. La scrittura si distingue per l’equilibrio tra introspezione e speculazione: mettendo in scena un dramma umano che interroga i paradossi dell’identità, della felicità e della libertà.

La progressione della storia è lenta e meditativa: una cottura lenta alla Gilligan che privilegia lo sviluppo dei personaggi e la profondità emotiva rispetto alle rivelazioni scioccanti, evocando lo stile di Severance o di The Prisoner.

A questo si associa una visione registica sofisticata: l’uso della singola camera, composizioni accurate e la scelta di Albuquerque come spazio narrativo creano una forte identità visiva, sia nel minimale che nel catastrofico. Gilligan stesso ha dichiarato di aver sviluppato l’idea più di un decennio fa, riflettendo su cosa significhi vedere un mondo in cui tutti amano e accettano la realtà così com’è tranne una sola persona.

Al centro della serie sta la performance di Rhea Seehorn nei panni di Carol Sturka, un ruolo scritto appositamente per lei da Gilligan. La sua interpretazione combina fragilità, sarcasmo e forza emotiva, offrendo un ritratto sfaccettato di un’eroina riluttante ma radicata nella complessità umana. Accanto a Seehorn, il cast, tra cui Karolina Wydra e Carlos-Manuel Vesga, contribuisce a costruire un mosaico narrativo ricco di tensioni, ironia e registri emotivi variabili, spesso accentuando la distanza tra la coscienza individuale e l’omogeneità collettiva.

Pluribus ha battuto il record di debutto su Apple TV+ e, secondo aggregatori di recensioni, ha ottenuto valutazioni critiche molto elevate sin da subito. Critici e spettatori hanno elogiato l’originalità della narrazione, la scrittura profonda e la performance del cast, pur segnalando negativamente il ritmo lento e la non facile empatia con la protagonista.

Il dibattito degli spettatori si è acceso attorno alla serie soprattutto come riflessione sui temi generali: la felicità imposta, la perdita dell’individualità e delle distopie “gentili” risuona con le paure e le fantasie della cultura digitale contemporanea, soprattutto in un’epoca di crescente interesse per l’intelligenza artificiale e la condivisione di dati. L’episodio pilota è un manifesto tematico. Gilligan introduce il mondo “dopo” senza mostrarci l’evento catastrofico. L’umanità è ormai unita in una coscienza collettiva serena, collaborativa, sorridente.

 Rhea Seehorn in <i>Pluribus </i>(2025)
 Rhea Seehorn in Pluribus (2025)

Al centro delle vicende c’è Carol Sturka, immune, irritata, profondamente umana. La regia insiste su piccoli gesti dissonanti: silenzi, sguardi che non si allineano, battute sarcastiche fuori posto. La fantascienza entra in punta di piedi, ma il conflitto è già chiarissimo: la felicità imposta può essere una forma di violenza? Con lo scorrere degli episodi il mondo collettivo viene svelato poco alla volta. Gli “Altri” non sono mostri, ma persone gentili, empatiche, quasi amorevoli. È qui che Pluribus rovescia il cliché dell’invasione: non c’è paura, non c’è odio. Carol diventa un’anomalia statistica, un problema da risolvere con pazienza. Carol tenterà di isolarsi, per poi scoprire che in un mondo collettivo l’isolamento è impossibile.

La regia usa il suono in modo magistrale: voci lontane, sussurri, rumori che contribuiscono alla inquietante narrazione. Quando gli Altri iniziano a proporre a Carol di unirsi a loro Rhea Seehorn risponde con una delle sue interpretazioni più sfumate, oscillando tra rabbia, paura e una fugace tentazione di resa. Ma esistono anche altri “resistenti”, individui che sembrano parzialmente immuni o in fase di transizione. E sorge una domanda: perché qualcuno dovrebbe voler restare solo, infelice, incompleto? L’argomento viene affrontato nell’episodio centrale, allo stesso tempo chiarificatore, metanarrativo e verbosamente letterario, quello sul quale ci sono stati più pareri negativi.

Carol continua ad oscillare nel suo atteggiamento e ad interfacciarsi con la sua ex compagna che è il suo “chaperon” con gli Altri e le garantisce, almeno per il momento, un contatto individuale con la collettività in modo da farle capire quanto la collettività sia una forza organizzata, efficiente, inevitabile. Tanto da chiedersi se porsi in conflitto rivendicando il diritto all’infelicità sia davvero una scelta.

Il finale di stagione oscilla tra una Carol che vorrebbe lasciarsi andare e quella che invece vorrebbe “salvare il mondo”, e l’episodio chiude su una scelta “di impatto massivo” (e molto in stile Gilligan) che prelude alla seconda stagione in lenta lavorazione.

La prima stagione di Pluribus è un esempio di serie mainstream che prende a prestito l’ambientazione fantascientifica per affrontare altre tematiche (un po’ come anche L’Eternauta fumetto e serie), una serie sociologica più interessata ai dilemmi che alle soluzioni. Episodio dopo episodio, Vince Gilligan costruisce una distopia insinuante, dove il vero orrore non è la perdita del corpo, ma quella della voce interiore. Della libera scelta.

Come la protagonista Rhea Seehorn e il creatore Vince Gilligan hanno confermato il team è già tornato alla scrittura della stagione 2, con l’intento di mantenere la qualità e la profondità che hanno caratterizzato la prima, pur ammettendo che la produzione richiederà tempo per essere all’altezza delle aspettative. Sempre in un intervista Gilligan ha parzialmente ipotizzato un arco narrativo su tre stagioni, ma da professionista esperto sa che tutto è in relazione agli ascolti e alle decisioni della piattaforma.

Esistono diversi tipi di temi fantascientifici affrontabili sul grande e piccolo schermo e se vogliamo averne una panoramica, basta guardare o ri-guardare la serie originale di Ai Confini della Realtà. Ciascuno di quegli episodi è stato il preferiti di alcuni e il non apprezzato di altri, e così sta accadendo con le produzioni di fantascienza di Apple TV+. Il merito assoluto della piattaforma è quello di dedicare attenzione e cura al genere fantascienza e ai prodotti che propone, puntando ad una qualità migliore rispetto alle concorrenti, almeno fino ad ora. A noi, come sempre, resta il piacere di scegliere e seguire quelle storie che appagano di più il nostro gusto individuale.