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L'altro abbozza un sorriso. Non fa freddo nella bettola, c'è una stufa a legna e fumo di trinciato e odore d'umanità che si lava poco. Ma lui se ne sta chiuso nel cappotto pesante, e ha tenuto i guanti, del tipo che lasciano le dita scoperte. E' un uomo asciutto, quasi magro, con occhi pece e capelli bruni, corti, e carnagione ambrata. Ma, caratteristiche fisiche a parte, una cosa è certa: incute rispetto. E la sua risposta è una domanda: — Lei si ritiene uomo di mentalità aperta? Capace di valutare l'attendibilità di rivelazioni apparentemente paradossali? Capace, quand'è il caso, di accantonare ogni tipo di pregiudiziale?
— Be', sì. Insomma, credo di sì. Però non mi ha ancora risposto.
— Perché proprio lei? — Sorride di nuovo. Intinge un pezzetto di pane nel rosso e lo assapora con soddisfazione. Non ha fatto altro per tutta la sera. Il vino è di pessima qualità, naturalmente, del tipo che quando se ne lasciano cadere gocce sul tovagliolo si spande come inchiostro, disegnando fiori bluastri. — Lei è un poliziotto, no? Uno di quelli che si occupa di uccisioni, che fa indagini.
— Sì, ma questo come si collega alla sua storia?
— Si collega. Perché ci stanno uccidendo. Tutti.
Il commissario Giovanni D'Ippolito manda giù un sorso d'inchiostro rosso. — Tutti? Tutti voi... com'è che ha definito il suo stato?
— La condizione è quella di άγενής, di non vivo. O anche di άβαρής, non pesante.
— E quest'ultima definizione non ha nulla a che vedere con il peso fisico, dico bene? — Il poliziotto s'interrompe per accarezzare con lo sguardo la rotondità esagerata del proprio ventre. — Voglio dire, se lei sale sopra una bilancia, lo strumento registra un peso adeguato alla...
— E' così. Noto con piacere che sta già entrando nell'ordine d'idee. E mi convinco sempre più d'essermi rivolto alla persona giusta.
A D'Ippolito sfugge una smorfia. — Vorrei esserne convinto anch'io.
L'uomo lo fulmina con uno sguardo affilato. Quando aggrotta la fronte, affiorano fra le rughe tracce di vecchie cicatrici. — Si fidi — gli dice in un soffio.
— Ma chi è che vi sta uccidendo? E perché?
— Ha mai sentito parlare dell'Ordine degli Illuminati?
— Un ordine religioso?
— No, una setta. Una società segreta nata nel settecento, ma, le assicuro, ancora in attività. E nella mia attuale condizione non posso contare sulle facoltà della prima natura, per combatterla... Altrimenti non l'avrei cercata, commissario. Non crede? In ogni caso, non voglio anticiparle conclusioni personali: rischierei di confonderla. Posso soltanto darle un consiglio. Un consiglio e un indizio. Se fossi in lei comincerei a documentarmi sulla questione Ernetti. Servirà a chiarirle le idee.
— Questo per il consiglio, immagino. E l'indizio?
Intinge nel vino un altro pezzetto di pane. — Posso solo suggerirle di raccogliere informazioni nel modo giusto. Nel posto giusto. Per dirla con Erasmus, nunc adeamus bibliothecam, non illam quidem multis instructam libris, sed exquisitis.
— Devo confessarle che di latino mastico poco. Credo d'aver afferrato il senso, ma...
— Non si fermi al significato letterale e scoprirà che l'indizio è utile.
D'Ippolito estrae dalla tasca interna della giacca extra-large un piccolo taccuino, si fa ripetere la frase e la trascrive. — Tutto qui?
— Tutto qui, per ora. La prima necessità è che lei si convinca. Questo è fondamentale. Soltanto così potrà aiutarmi davvero.
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