La signora Le Guin (perdonate l'eufemismo) è notoriamente una scrittrice con due palle così. C'è gente (non so perché, mi viene in mente l'amato direttore) che vorrebbe avere tanti capelli in testa quanti premi Hugo e Nebula lei sfoggia sulla mensola buona del soggiorno. Evento piuttosto raro nel mondo SF, la brava Ursula raccoglie equamente il consenso di critici e del grande pubblico, mescola a pari dosi (da perfetta massaia, si direbbe) intrecci appetibili e profondi concetti filosofici, religiosi e politici, non scade mai nel commerciale, non si lascia tentare dalla serializzazione, colora e mantiene la sua narrativa in una rigorosa caratterizzazione, uno stile e una scelta di temi del tutto personale.

Ok, il cappello era doveroso. Ora passiamo alle cose serie...

La signora Le Guin (perdonate ancora) è notoriamente una scrittrice che ci fa due palle così. Le sue opere sono universalmente note come la migliore cura per qualsiasi forma di insonnia, e anche per diverse sindromi intestinali. La Le Guin ha una narrazione introversa, autocompiaciuta, stagnante, che sembra non osare favorire il lettore, forse perché (come direbbe lei stessa) diminuirebbe il suo shifgrethor. Di fronte al ritmo ipnotico (diciamo meglio "catalettico") della Le Guin, l'immagine che più viene in mente è quella della celeberrima striscia di Peanuts in cui Snoopy legge Guerra e Pace una parola al giorno.

L'intimismo triste della Le Guin, il suo marxismo lento, il suo ambientalismo da vegetale militante, il suo buddismo da yogi in meditazione secolare sono stupende caratterizzazioni narrative, ma ci fanno due palle, signori, veramente due palle come l'Hindenburg.

Soprattutto, la carissima Ursula ci fa gonfiare le suddette appendici sferiche oltre il livello di guardia con il suo femminismo. Per carità, si tratta di un tema più che legittimo, e lo era ancor di più ai tempi in cui la nostra componeva i suoi capolavori. Ma il troppo è troppo. La Le Guin sembra non voler permettere ai propri lettori di dimenticare che lei è una scrittrice-donna, anzi una donna-scrittrice. Da I reietti dell'altro pianeta a soprattutto La mano sinistra delle tenebre, l'accento femminista è calcato in modo sinceramente pesante. In tutti i sensi.

Però, poiché la cattiveria ha comunque un senso, confessiamolo: noi apprezziamo la grande Ursula proprio per le sue fissazioni. Una scrittrice che riesca a suscitare con le sue opere sensazioni vigorose (non necessariamente positive) è in ogni caso un'artista, questo lo abbiamo sempre pensato. E, non illudendoci di poter produrre nulla più di un'insulsa imitazione, speriamo di riuscire a evocare le tanto personali atmosfere leguiniane (tormentoni compresi) nel breve e irriguardoso racconto che andiamo a proporre.

Buona lettura.

Cosa fai con la mano sinistra, là nelle tenebre?

di Ursula K. Le Guin (?) 

1

Giunsi in Karhide alla quinta ora del terzo giorno nel mese di Kurem, nell'anno uno. In Karhide è sempre l'anno uno, e questo permette agli sviluppatori di software di intascare miliardi agitando a ogni capodanno lo spettro del millennium bug. La nazione di Karhide, come le altre del pianeta Gethen, aveva aderito di recente all'Ecumene: io facevo parte della missione commerciale destinata a stabilirsi nella capitale per inaugurarvi gli scambi d'affari. Il notabile che ci accolse, un certo Pemmer Harge Kar Ith Yodel Ehmemens (all'inizio pensai che il mio ansible linguistico si fosse guastato, poi scoprii che il tizio si era semplicemente presentato) ci salameccò doverosamente, poi indirizzò ogni membro della nostra missione verso il relativo rappresentante della corporazione mercantile. A me, visto ciò di cui mi occupavo, consigliò di recarmi nel quartiere di Karhosh e di presentarmi con le mie credenziali al Focolare di Tuppeshem. Io controllai la mappa della città, e vidi che Karhosh distava una dozzina di chilometri. La navetta ci aveva sbarcato ed era ritornata in orbita, per cui avrei dovuto servirmi di veicoli locali. All'angolo del palazzo vidi qualcosa che sembrava una fermata d'autobus. La raggiunsi e mi rivolsi al nativo che vi sostava.

- Scusate - dissi - C'è un mezzo che possa portarmi a Karhosh?

Il nativo si strinse nei suoi abiti pesanti. - Il tram che sto aspettando. Va precisamente a Karhosh.

- Ah. - commentai io, sollevata - E tra quanto arriverà?

Il karhidiano sollevò un sopracciglio. - Voi non siete di questo pianeta, vero?

Io trasalii. L'ansible linguistico mi dava una dizione perfetta, ma col mio aspetto non avrei potuto ingannare nessuno: i getheniani sono normalmente asessuati, mentre io vado in giro con un reggiseno Lovable di quinta misura e ho un fondoschiena di cui mio marito, su Hain, si è fatto un calco in gesso da tenere come posacenere sulla scrivania.

- Dite perché ho un aspetto da donna ma non sono in kemmer , vero? - dissi.

- Niente affatto. - replicò il nativo - Il fatto è che nessun getheniano porrebbe una domanda come la vostra.

Rimasi sorpresa - E perché mai?

Lui (o lei?) strinse di nuovo le spalle. - Il nostro popolo non conosce la fretta: il tram arriverà quando arriverà. Non serve a nulla essere impazienti, in Karhide.

Aspettammo infatti alcune ore, durante le quali il nativo mi illustrò con straordinaria prolissità le qualità della neve e del ghiaccio che ricopriva il fondo stradale e le facciate degli edifici. La città, capii, aveva un clima orrendo, migliore solo di quello di Bologna sulla vecchia Terra. L'indigeno mi raccontò con impietosa dovizia un numero infinito di storie getheniane, quasi tutte riguardanti terribili vicende invernali sospese tra tempeste di neve e attacchi di lupi. Usava un tono strano, ambiguo, carico di doppi sensi e di sottintesi. Non avevo idea di cosa volesse concludere, di dove volesse andare a parare, ma ero certo che non intendeva quello che apparentemente intendeva. Mentre le ore passavano, si faceva sempre più oscuro, enigmatico, indecifrabile. Decisi che non avrei giocato il suo gioco contorto, che non mi sarei addentrata nel suo labirinto.

Non vi riferirò tutto ciò che mi disse (riporterò una sola delle sue storie, alla fine di questo capitolo), ma a un certo punto decisi di fare mia una delle massime locali favorite "Quando l'azione non è più vantaggiosa, raccogli delle informazioni. Quando le informazioni non sono più vantaggiose, dormi". Così mi addormentai, risvegliandomi soltanto quando il tram, finalmente, ci raccolse per portarci a Karhosh.