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Salvatore Proietti
Con Salvatore Proietti abbiamo fatto una lunga chiacchierata sul momento che vive la fantascienza scritta da autori italiani e siamo sicuri che le sue riflessioni saranno oggetto di un fecondo dibattito.
I tuoi esempi dimostrano chiaramente che gli unici pregiudizi sono provenuti, e provengono ancora, da una parte del mondo dell’editoria. I lettori c’entrano poco e, anzi, sono le prime vittime di un pregiudizio che si rivolge alla SF in generale. C’è sfiducia nelle potenzialità commerciali di un genere che non ha mai richiamato i grandi numeri dei blockbuster: costruire un catalogo di slow sellers, di questi tempi, attira poco. Ed esistono pregiudizi più impalpabili che, in molte pagine culturali, si fanno virulenti: dai pregiudizi assolutizzanti contro i generi popolari fino alle accuse specifiche nei confronti della SF. Dobbiamo elencarli? La SF è troppo “americana”, troppo “scientifica”, troppo difficile o troppo semplicistica, troppo erudita e letteraria o troppo adolescenziale e priva di spessore, troppo nuova se recente o troppo datata se meno recente, troppo astratta o troppo radicata nella storia. E da qualche anno, ci si assicura, la SF è morta. La realtà è che nessuno ha mai articolato in maniera convincente quello che semplicemente è un riflesso, non una riflessione.
Nei casi da te citati, tendo a guardare retrospettivamente alla Cosmo Ponzoni con molto affetto. Per quasi una decina d’anni agli autori italiani si aprì uno spiraglio di pubblicazione professionale, che Rambelli, Briatore, Gastaldi e altri usarono con passione e competenza, come agli albori di Urania era successo con i timidi tentativi di Johannis, Enna e Fayad. Molte di queste figure, in seguito, perseguirono carriere in altri campi della scrittura: più del “disonore” dello pseudonimo straniero potè la ristrettezza delle tariffe, sospetto. Sarei molto più severo nei confronti del tabù trentennale lanciato da F&L nei confronti degli italiani, ancor più se lo leghiamo alle scelte editoriali soprattutto nella seconda metà del loro periodo, che ignorò totalmente quegli anni di straordinario rinnovamento, di ricerca letteraria, di sofisticazione formale, che altrove creava anche una profonda attenzione critica sulla SF. Se come autori di gialli-neri Fruttero e Lucentini dimostravano una sensibilità originalissima alle suggestioni del genere di massa, come curatori di SF è come se avessero lasciato riemergere un rimosso, il super-io delle gerarchie culturali. Quello spazio fu riempito da altri editori e altri editor, che portarono in Italia quelle opere. Ma certo i vari CELT, Nord, Fanucci, Armenia ecc. non avevano la stessa potenzialità di penetrazione nel mercato. Come dire, mentre il rock era nel suo massimo fulgore Urania ci offriva il festival di Sanremo. Una versione “all’italiana” della fantascienza, che non poteva che escludere la fantascienza italiana. E ancora oggi, continuiamo a lottare contro quell’anatema: “A Lucca, mai!”. La morale è: gli autori italiani trovano un loro spazio autonomo in proporzione all’attenzione dedicata alla SF in generale.
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