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Talbot sudava copiosamente, arrancando centimetro dopo centimetro con la schiena incollata alle viscide piastrelle azzurre della parete. Ogni metro percorso gli lasciava nel fisico una fiacchezza simile a quella provata da uno scalatore dopo la conquista di una cima ritenuta inespugnabile. Arrivato alla biforcazione del corridoio si sporse prima alla sua destra, poi verso l’altro lato, accertandosi che non ci fossero pericoli in arrivo; poi fece alcuni grossi respiri e si lanciò verso il rettangolo marrone dell’uscita. Quando investì una forma umana che camminava verso di lui, lo stupore fu superiore soltanto al male che avvertì alla rotula del ginocchio destro. Michael Moorcock, sbuffando pesantemente, si chinò a raccogliere tutte le radiografie sparse sul pavimento; Talbot notò che si trattava di casse toraciche, crani stilizzati, assiomi di vertebre e sinuose spine dorsali, tibie ed articolazioni che sembravano fatte di gesso. Moorcock si accorse del suo sguardo: — Perché non viene ad assistere alla mia conferenza? Sarà forse un po’ noiosa ma sempre meglio che investire la gente nei corridoi. Guardi. — Gli mise davanti agli occhi una lunga lastra che rappresentava una cassa toracica; le linee delle vertebre somigliavano alle rampe rugose di un parcheggio multipiano. — La geometria dello spazio interiore potrà rivelare molto sul futuro di un individuo e, chissà, magari un domani, dell’intero sviluppo della razza umana. — Moorcock si allontanò con il fascio di radiografie sotto il braccio, inseguito dallo sguardo di Talbot che continuava a massaggiarsi la rotula. Ebbe la netta sensazione che lo avrebbe rincontrato presto, e non sembrava una buona notizia.
Le strade di Shanghai erano simili alle ramificazioni nervose di un malato di mente, così schizofrenicamente attraversate da veicoli di tutte le fogge e dimensioni. Travis se ne stava sdraiato sulla moquette della camera ad ascoltare i rumori del traffico. Con la mano destra sfiorava appena, semiaperta, le pagine di una rivista di fantascienza che si autodefiniva sperimentale. Al suo fianco Karen Novotny passeggiava completamente nuda, quasi stritolando una sottile sigaretta fra le dita smaltate; i suoi capezzoli puntavano l’aria come minuscole colonnine spartitraffico e ne avevano lo stesso colore, pallido riflesso di carne. Travis provava ad affondare nella moquette per percepire ogni minima vibrazione delle ruote sull’asfalto, con la speranza di trovare una linea di fratellanza tra le sue fibre e le venature del cemento. Karen si accucciò, spense accuratamente la sigaretta e gli fece scorrere un’unghia appuntita sul torace, come per marcare indelebilmente un territorio inesplorato.
(1) Estratto da "I miracoli della vita", J.G. Ballard, edizioni Il Canguro
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