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Nel bel mezzo della Depressione, nato in uno degli angoli più poveri d’America, Robert E. Howard sceglie di sbarcare il lunario scrivendo letteratura pulp, narrativa di intrattenimento. Se molti commentatori, mossi dall’intento di trasformare in mito la figura di questo padre fondatore della heroic fantasy (o sword and sorcery che dir si voglia), si dimenticano di questo fatto, Howard non ce lo permette mai. Proviamo a rileggere le sue dichiarazioni, di poetica e di umanità:
Sbattersi per guadagnarsi da vivere al gioco della scrittura non è uno schioccar di dita — ma non lo è nemmeno la vita dell’uomo medio, qualunque cosa faccia. Sono solo uno dei membri di un enorme esercito, che tirano tutti la corda, in un modo o nell’altro, per mettere un po’ di carne dentro la pancia […]. Ogni tanto uno di noi trova le cose troppo dure e si fa saltare il cervello, ma è tutto parte del gioco, mi sembra.
E poi:
La letteratura è un’attività commerciale per me — un’attività in cui mi guadagnavo ampiamente da vivere quando la Depressione mise a tappeto il mercato. Scrivendo, il mio unico desiderio è guadagnarmi ragionevolmente da vivere. Posso aggrapparmi a tante illusioni, ma non sono oppresso dall’illusione di avere qualcosa di meraviglioso o di magico da dire, o che conterebbe in maniera particolare se la dicessi. Non ho problemi con quelli dell’arte per l’arte. Al contrario, ammiro il loro lavoro. Ma le mie illusioni preferite vanno in altre direzioni.
Allora, a cent’anni dalla nascita, ripensiamo alla vicenda di uno scrittore che, pur definendo sempre il suo lavoro come a business, non aveva illusioni sulle difficoltà legate alla sua scelta di vita. Come lui, altri (nella letteratura “alta” e “bassa”, Hemingway e London come Lovecraft, Hammett o Dick) avrebbero sottoscritto quella coraggiosa dichiarazione di impegno, di dedizione a un sogno, al “gioco” della vita letteraria: pounding out a living at the writing game is no snap.
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