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Valerio, ci ritroviamo con una nuova intervista dopo qualche anno, in occasione del tuo nuovo libro "Antracite" (Mondatori, Strade Blu). Cosa ci riserva il tuo testo e come possiamo catalogarlo rispetto a tutta la tua produzione?
E' l'accusa che mi è stata in qualche occasione rivolta di "antiamericanismo". In realtà, oltre a non capire molto bene che cosa si intenda per "antiamericano" (che si è ostili a ogni cittadino degli Stati Uniti in quanto tale?), io non mi riconosco molto nella definizione. Sono stato profondamente influenzato da tanti aspetti della cultura statunitense, in letteratura ma non solo, e riconosco il mio debito, anche se non posso accettare le posizioni dell'attuale governo Usa. Antracite è un tentativo di mettere in luce le radici di un'America "alternativa" che ho sempre amato, e delle ragioni storiche che l'hanno resa minoritaria.
Sì, e di parecchio. I miei primi romanzi — alludo a quelli con Nicolas Eymerich protagonista — seguivano uno schema piuttosto rigido e, come in certi serial televisivi, il personaggio non conosceva alcuna evoluzione. In seguito ho cercato di apportare varianti sia alla struttura delle storie che alla psicologia del protagonista. Nel caso di Eymerich, credo sia piuttosto evidente che ora è meno granitico di quanto lo fosse nelle prime avventure. Ma anche il Pantera di Antracite è un po' cambiato rispetto a quello di Black Flag. La sua personalità, modellata sugli eroi del western all'italiana, resta più elementare e meno penetrabile di quella di Eymerich. Però ora vi si affaccia un accenno di complessità, o quanto meno di problematicità.
E' un po' il tipo di evoluzione che, nel fumetto, hanno conosciuto alcuni supereroi.
Assolutamente sì! Il prigioniero resta una grande serie perché anticipava quelli che oggi sono problemi all'ordine del giorno: l'alienazione, la manipolazione della personalità, l'assenza di punti certi di riferimento, il condizionamento massmediatico. Si trattava di temi già messi all'ordine del giorno, fin dagli anni '50, dalla cosiddetta "fantascienza sociologica". Il prigioniero li riprende con una coerenza degna di Philip K. Dick e mette in scena la lotta disperata di un individuo per difendere la propria identità a fronte di una realtà ingannevole. Mi meraviglia che non sia stata mai messa in luce (per quanto ne so) la sostanza tipicamente dickiana di quei telefilm.
Anche orwelliana, certo: il Numero Sei è quotidianamente osservato in tutto ciò che fa. In tempi di Echelon, di menzogne mediatiche coscientemente elaborate per influenzare il subconscio, questo appare di un'attualità bruciante. Ma Il prigioniero va persino oltre 1984. Se Orwell vedeva i pericoli incombenti solo nel comunismo (e, certo, nel fascismo), McGoohan, Dick e tutta la fantascienza sociologica, fino al cyberpunk, capiscono che l'ipercapitalismo non è che un'altra forma del nefasto "socialismo reale", e forse il suo perfezionamento.
Ma è un discorso complesso, che cercherò di sviluppare altrove. Il fatto è che, quando si parla de Il prigioniero, non mi fermerei più!
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