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L’umano e disumano di Nessun uomo è mio fratello. Intervista a Clelia Farris.

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Dall’introduzione di Salvatore Proietti si legge: “Trattandosi di romanzi SF e non

La copertina di Rupes Recta è di Edoardo Belinci, già autore della cover del romanzo vincitore del premio Fantascienza.com 2003, L'undicesima Frattonube di Massimo Pietroselli ingrandisci
di realismo psicologico, ancora più importante dello scavo intimo dei protagonisti è che attraverso di loro, con loro, scopriamo l’intricata complessità degli universi in cui si muovono. In questi mondi, in tanta parte alieni, le soggettività di queste umanità future ci costringono a chiederci cosa è naturale, cosa è umano o disumano, morale o immorale, giusto o ingiusto e in che modo questi concetti si possono ridefinire nell’intreccio fra scienza, tecnologia, politica e sentimento.” Tu sei laureata in psicologia. Quanto i tuoi studi ti hanno aiutata e ti aiutano nella costruzione di questi complicati intrecci fra caratterizzazione dei personaggi e sviluppo della trama?

Più che i libri o la psicologia, mi è d’aiuto osservare le persone. Quando scrivo mi succede che si ripresentino caratteri e personalità conosciute in passato, piccoli gesti, modi di parlare, certe frasi che svelano il modo d’essere dell’individuo, io uso tutto, dopo averlo passato al setaccio letterario. La trama viene da sé, sulla base dei caratteri dei personaggi. A ripensarci però Nessun uomo è mio fratello è diviso in tre parti, ognuna delle quali richiama le tre età dell’uomo, secondo l’indovinello della Sfinge di Edipo e devo ammettere che Enki ha un bel complesso di Edipo! 

Sei anche arrivata seconda alla terza edizione del premio Robot col racconto L’eroe dei mille mondi, uscito su Robot 56. Hai vinto il premio Oltrecosmo nel 2007 con La consistenza delle idee. Tuoi racconti sono raggiungibili attraverso il web, fra cui Dialogo Diabolo, su Fantasy Magazine. In tutti c’è una costante: l’accostamento alla fantascienza di riferimenti per “palati fini”, dalla musica all’alchimia, che però riescono a raggiungere anche un pubblico non necessariamente informato sugli argomenti in questione. Con cosa ti sei divertita a “giocare” stavolta?

Con le atmosfere, i luoghi, le parole. C’è molta Sardegna, nascosta nelle risaie e nelle città di questa storia. Credo sia più facile cogliere i riferimenti se si conosce l’isola, Salvatore Proietti li ha notati, ciò non toglie che ciascuno possa ritrovarci qualcosa di sé; la prima parte evoca l’infanzia, la seconda la giovinezza, la terza la maturità.

È difficile trovare uno scrittore che non abbia un rapporto simbiotico con la musica. È uno scambio di ispirazioni. Niente si crea e niente si distrugge. Credo non sia un caso che Rupes Recta fosse strutturato sui tempi delle forme musicali della musica colta. In molti hanno apprezzato nel romanzo la contaminazione fra i generi, tanto da definirlo crossover. Per accostarsi ancora di più al rock, io lo definirei più Industrial: sano vecchio metallo mischiato a elettronica alternativa. Oppure progressive, col suo intreccio fra rock e colta. Quale rapporto hai con la musica sia colta che pop/rock e quali sono stati i tuoi maggiori ispiratori nel corso degli anni? Cosa troveremo di musicale in Nessun uomo è mio fratello?

Mi dispiace deluderti. Nessun uomo è mio fratello è una lunga, lunga pausa nello spartito. La seconda parte inizia proprio con il protagonista che descrive il silenzio e credo che l’assenza di suono caratterizzi l’intero romanzo. Stavolta, mentre scrivevo, non avevo un sottofondo musicale, perché il silenzio avvolge le vittime.

Da un punto di vista strettamente letterario, quali sono gli autori e i romanzi di fantascienza che hanno segnato il tuo cammino nella ricerca di uno stile personale?

Lem, senz’altro. Solaris, senza dubbio. Solaris è un Moby Dick fantascientifico, ogni volta che ci si tuffa dentro si riemerge con qualcosa di nuovo, qualcosa che in precedenza era sfuggito. Pur non apprezzando del tutto i suoi romanzi, trovo che Dick abbia uno stile modernissimo, ancora attuale.

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Autore: Irene Vanni - Delos Science Fiction 119 - Data: 1 novembre 2009

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Commenti

1 L'articolo mi sembra buono, non conosco l'autrice del romanzo perchè non amo molto la fantascienza, ma essendo curiosa,ho letto l'articolo; auguri quindi al giornalista x l' intervista e all'autrice del romanzo, che devo dire mi ha incuriosita, forse lo leggerò ciao.

» postato da (vittoria sordelli) alle 17:40 del 01-11-2009

2 Un romanzo che mi sento di consigliare. L'autrice porta avanti di pari passo le rivelazioni sul "mondo delle Vittime e dei Carnefici"" e la storia del protagonista. Succede sempre qualcosa, gli sviluppi sono continui. Forse delle tre parti la centrale è la meno coinvolgente, dal mio punto di vista, soprattutto in confronto, contrasto di certo voluto, con l'incalzante ultima parte, che ha un ritmo da thriller investigativo. I rapporti tra i protagonisti esemplificano la dicotomia Carnefice-Vittima: i rapporti Padre-Figlio, Maestro-Allievo, Medico-Paziente, Padrone-Operai. Ma viene presentata anche l'Età Adulta come Carnefice della Giovinezza, la Consapevolezza e il Disincanto come Carnefici dell'Ingenuità. E poi, naturalmente, il Destino come Carnefice del Libero Arbitrio. Il destino di natura e il destino sociale e famigliare. Non ho colto i riferimenti alla Sardegna, chiaro che sono solo serviti all'autrice per avere un terreno solido, reale, da usare per l'ambientazione. Di sardo, magari, ho trovato un'atmosfera "rurale" famigliare alla "Padre padrone" in alcuni momenti della prima parte. In conclusione, e scusate la lungaggine di questa pseudo-recensione, un pensiero ispiratomi dalla lettura: il destino è carnefice del Libero Arbitrio, sì, però il Libero Arbitrio può essere Carnefice di ogni Carnefice. Un saluto, Sam.

» postato da samuele nava alle 23:00 del 03-11-2009

3 Ho letto solo le note di copertina e mi appresto a ordinare il romanzo. In questi giorni ci si chiede cosa può fare la sf per una società sempre più alla deriva, sempre più violenta, sempre meno a misura d'uomo. La sf può anticipare e denunciare. Questo mi pare un esempio per tutti. Avanti così. :-)

» postato da ammiraglio_naismith alle 07:14 del 04-11-2009

4 «auguri quindi al giornalista x l'intervista.» Grazie :)

» postato da Irene Vanni alle 12:54 del 05-11-2009

5 «auguri quindi al giornalista x l' intervista e all'autrice del romanzo, che devo dire mi ha incuriosita, forse lo leggerò ciao.» Grazie per gli auguri «Non ho colto i riferimenti alla Sardegna, chiaro che sono solo serviti all'autrice per avere un terreno solido, reale, da usare per l'ambientazione. Di sardo, magari, ho trovato un'atmosfera "rurale" famigliare alla "Padre padrone" in alcuni momenti della prima parte.» I riferimenti alla Sardegna sono presenti soprattutto nella prima e nella seconda parte del romanzo: mi sono ispirata ai luoghi, come la laguna di Oristano e le saline di Cagliari, ai balli tradizionali, alla ricorrenza delle anime, alla ribellione contro i baroni dello stagno di Cabras. Anche l'uso del termine tzio, tzia per indicare una persona anziana che non ti è parente è tipico della Sardegna (ma ho scoperto anche della Cina). «In questi giorni ci si chiede cosa può fare la sf per una società sempre più alla deriva, sempre più violenta, sempre meno a misura d'uomo. » Può indignarsi e non piegarsi al conformismo della violenza Ciao Clelia

» postato da Clelia alle 22:19 del 05-11-2009

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