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Lippi a Trieste, novembre 2008.
Ancora oggi, a quarant’anni dalla sua uscita nelle sale, la pellicola continua a esercitare sullo spettatore il fascino del sublime e del meraviglioso, investendolo con una concentrazione di simboli e significati che resta tuttora ineguagliata. Per sviscerare una delle opere più complesse del cinema moderno, Lippi ha adottato un approccio decisamente inusuale, optando per il sistema alfabetico del dizionario ragionato. Una soluzione che gli ha permesso di esprimere un’ambizione enciclopedica che abbraccia la vastità di riflessioni e interpretazioni generata dal film attraverso gli anni e, allo stesso tempo, concede al lettore il piacere di un’esplorazione personale, completamente libera dai vincoli che avrebbe altrimenti imposto un’opera accademica.
Sul libro, sul film, sull’universo e su tutto il resto, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con l’autore.
Non credo, in genere avviene esattamente il contrario. I film di fantascienza vengono pensati come immediati successi di cassetta e nella gran parte dei casi ci riescono, oggi come in passato. 2001, dal canto suo, non fu pensato come un ordinario film commerciale e neppure soltanto come film di fantascienza. Quando parlava del “proverbial good science fiction movie” Kubrick era sincero solo per metà, la sua metà di appassionato di SF. Per il resto, come si è visto, aveva idee molto personali su come realizzarlo. È vero, invece, che il riconoscimento critico di questo tipo di film può essere tardivo. A parte pochi estimatori di Don Siegel, chi avrebbe detto, negli anni Cinquanta, che L’invasione degli ultracorpi sarebbe diventato un film-chiave di quel periodo? Ma è andata proprio così.
Ci voleva un’idea che mi allontanasse dal pericolo del saggio accademico, magari paludato. Ho pensato alla formula del dizionario per mescolare la componente saggistica a quella informativa e “narrativa”. Idealmente, il libro vorrebbe essere l’odissea/bis in un sistema solare di carta. Un romanzo con i capitoli in ordine alfabetico, o quasi.
Hai ragione. L’inner space non l’ha inventato Ballard e neppure Moorcock: la fantascienza degna di questo nome l’ha sempre frequentato, come dimostra un romanzo capitale dei primi anni Sessanta: Solaris di Stanislaw Lem. Il problema era capire che l’uno non escludeva l’altro, che l’inner proiettava la sua ombra sull’outer e viceversa. E di questo, lasciami dire, si sono resi conto davvero in pochi. Lem, Kubrick, Moorcock nel Corridoio nero, Malzberg in Oltre Apollo e altri romanzi su quella falsariga, Clarke nei “Nove miliardi di nomi di Dio”… A proposito, scrivendo il libro ho immaginato un universo parallelo in cui 2001 non fosse basato sulla “Sentinella” o “Spedizione sulla terra”, ma sui “Nove miliardi”. Ne succederebbero delle belle, e avevo creato una voce apposita per raccontarlo nei particolari. Poi, per pudore, l’ho tagliata. C’è da aggiungere, a questo punto, che alle due dimensioni già ricordate Kubrick ne aggiunge una terza: il super space, che non solo nasce dalla fusione delle precedenti due ma attinge a quella del mito. La sua è un’odissea nel superspazio perché ci mette a contatto con una surrealtà.
Sì, mentre in Kubrick si tratta fondamentalmente del mito della rinascita, il rinnovamento di tutte le cose. Gli esseri umani si trasformano come i mondi, l’universo stesso. Accanto a questo, che è alla base del suo racconto, c’è il mito della modernità che qui trascende i suoi limiti artistici e si eternizza, diventa un parametro ideale. 2001 ha la fortuna di non essere un’opera minimamente toccata dalla consapevolezza del postmodernismo: se lo fosse, potremmo tranquillamente collocarla nei suoi anni (come i romanzi di Ballard) e la cosa finirebbe lì. Invece il film di Kubrick è un prodotto del tempo che ha la capacità di travalicarlo, esattamente per gli stessi motivi per cui l’hanno travalicato le pitture di Pompei o quella, più vicina a noi, di Botticelli. Il super spazio, come l’ho chiamato, è la dimensione mitica che lo caratterizza e che si estende indietro e avanti nella mente, dunque nel tempo.
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