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Dick, in un pezzo per la fanzine Lighthouse (Sarà mai perfezionata la Bomba Atomica? e se si, che ne sarà di Robert Heinlen?, 1966), descriveva come “di gran lunga più belle e degne" proprio "le piccole, silenziose, insignificanti creature". Ma a ben guardare, nelle trasposizioni filmiche delle sue opere, le “dramatis personae” confezionate per il grande schermo finiscono intruppate negli stereotipi degli eroi hollywoodiani, cicca tra i denti e stivali, pur di innescare noiosi meccanismi mitopoietici. Il cinema americano, è cosa nota, ingigantisce, deforma, colorisce. “Sarebbe bello se solo la smettessero di far saltare in aria quelle stazioni orbitanti” commentò Dick (“Artefici (e distruttori) di universi”, SelectTvGuide, 1981). “I film di SF non finiscono mai con un mugolio, bensì sempre con un'esplosione.” Poi alla fine, dimostrando di prenderla fin troppo bene, aggiungeva: “E forse così dev’essere, nella migliore delle galassie visive”. Il problema non è il risultato finale (che può essere encomiabile, come Blade Runner, pur allontanandosi dal romanzo originale), quanto piuttosto il margine di confronto libro-film che sopravvive. A dispetto dell’ “eroe personale” dei romanzi, la versione in celluloide del protagonista può acquisire tinte fosche e lunghi silenzi degni di un anti-eroe hardboiled, trasformarsi di punto in bianco, da inconsapevole protagonista in ruvido e nerboruto calcolatore, capace di disinnescare, a suon di legnate ed esplosioni, l'intreccio originale della fabula.
“Mi sono stancato delle persone che alla fine si rivelano robot” dirà Dick nello pezzo citato “e soprattutto delle battaglie delle Midway rivisitate nello spazio”. E purtroppo le più estreme conseguenze delle tante “licenze poetiche” hollywoodiane, hanno prodotto Paycheck (diretto da John Woo, 2003), nel quale il brillante ingegnere Michael Jennings (Ben Affleck) è talmente un “uomo comune” da rimorchiare con disinvoltura pin-up, giganteggiare nell’arte marziale del bojutsu, elargendo un fracco di botte a plotoni di malcapitati, e si fa beffe persino dei suoi inseguitori, con rocambolesche fughe in motocicletta, che quasi fanno impallidire il Tom Cruise di Mission Impossibile II (non a caso dello stesso regista). Ed è per questo che vogliamo occuparci di A Scanner Darkly di Richard Linklater, film del 2006 tratto dall'omonimo romanzo di Dick. Perchè, con il dovuto rispetto per i celebri cineasti che si sono confrontati con le opere di Dick, in questo film non solo le stazioni orbitanti non esplodono e non ci sono battaglie spaziali, ma il protagonista, soprattutto, è lo stesso — è il caso di dirlo — povero Cristo del romanzo. E questo, assieme alle tante soluzioni visive non convenzionali, assieme ad un cast serio e non eccessivamente impomatato, ad un setting sobrio e soprattutto in linea con l'originale dickiano, ci garantisce quanto meno un discreto spazio comparativo.
Il libro presenta un mondo distopico (“tutti i telefoni del mondo sono controllati”, ci informa l’autore), e focalizza l’attenzione sulla California flagellata dalla sostanza M (“Morte”), una potente droga anfetaminica. Bob Acrtor è un tossico, e così i suoi amici, con i quali condivide la quotidiana ricerca della dose, gli effetti della dipendenza, la paranoia dell’ arresto. In realtà Bob è un agente della narcotici sotto copertura (nome in codice: Fred); la corruzione dilagante impedisce alle autorità di risalire ai centri di produzione della droga e pertanto, onde evitare le soffiate di eventuali talpe, nessuno conosce la vera identità di Fred grazie ad una peculiare tuta “disindividuante”da lui indossata (“avrebbe potuto esserci chiunque altro lì dentro," scrive Dick in proposito "così come nessuno. Un vuoto”). E così Fred si limita a fare rapporto costantemente ai suoi superiori, vivendo la disperazione e il degrado di un tossico, in tutto e per tutto.
2 Una delle cose che mi ha sempre colpito di a scanner darkly è la sua densità. Di fatti, persone, posti, cose. Dick in questo romanzo non si limita a parlare di tossici, ma costruisce loro un mondo intorno, per poi farlo sfumare accompagnando la progressiva "discesa agli inferi" del bob/fred. Il film è grandioso per i motivi descritti, ma se proprio si dovesse trovargli un difetto, sarebbe proprio la sua fedeltà a oltranza. Ricordo che la mia impressione fu negativa, mi era parso che il regista avesse preso il romanzo come una piccola Bibbia da cui trarre gli episodi più significativi e realizzare come un bigino. Non è così naturalmente, e l'articolo spiega bene perché. A me francamente rimane l'impressione che il regista non abbia saputo girare l'angolo, introducendo una sua visione complessiva a livello più di contenuti e tematiche che di soluzioni stilistiche. Non so se mi aspettassi qualcosa di più "attuale" (anche se il romanzo è attualissimo) o qualcosa che tradisse di più il romanzo, come fece Scott (fallendo, a mio modestissimo parere).
» postato da AleMure alle 07:58 del 12-04-2010
3 Documentato e frizzante,per chi ha letto dick (io ho letto molti suoi racconti e romanzi ma questo mi manca,e mi manca anche il film). Non è facile analizzare un libro dickiano; tali opere si prestano sempre a più analisi(contestuali, acontestuali,personali,ecc) ,bisogna insomma conoscer bene l'autore,tra i piu controversi dello scorso secolo,e chi ha redatto tale articolo si muove agilmente in un territorio non facile,restituendoci una visione chiara delle sue opere e delle sue trasposizioni,rendendo giustizia anche a quelle oscurate dall'inflazionato "blade runner". Continua cosi!
» postato da asimov78 alle 14:47 del 12-04-2010
4 Si intuisce chiaramente, da questo articolo, che chi lo scrive è un appassionato estimatore di Dick.Tra libro e film c'è di mezzo il mare! Motivazioni ben spiegate, obiettivo. Mi trova d'accordo.
» postato da (anna de marino) alle 23:35 del 13-04-2010
5 Di uno dei più discussi autori contemporanei, viene fatta una spregiudicata analisi tra "realtà" narrativa e "finzione" cinematografica senza perdere mai di vista il reale focus dello scrittore: l'uomo. Uomo, superuomo o uomo comune è questi che l'autore costantemente interroga e sul quale costantemente si interroga per cercarne una proiezione futura, a tutto tondo, più completa e più profonda dei film che ne evidenziano troppo spesso le sole virtù circensi. Ma al solito, ci si è accorti dell'ampiezza del suo intento e la profondità del suo ingegno solo "postmortem e così sia". E il pezzo ben descrive tutto ciò: ottimo!
» postato da (nero.mancini@gmail.com m alle 13:41 del 14-04-2010
6 Sei molto bravo, complimenti! I like your style! =)
» postato da *TheEyeInTheSky* alle 15:01 del 05-07-2010
7 basta............!!!!!!!!!!!
» postato da MARCELLO COLOMBO alle 19:29 del 09-07-2010
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1 Mi sembra un'analisi molto precisa ed interessante. Mi ha fatto venire voglia di leggere questo libro (che mi manca, tra quelli di Dick già letti, il film l'ho visto già)!!! Trovo che non sia facile raccontare di Philip Dick e delle sue opere in questo modo così lucido ed attento. Bello, davvero! =)
» postato da (Carla Manno) alle 18:41 del 11-04-2010