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— Rospi! — brontola alla fine, con aria disgustata. — Acqua, sorgenti, cascate... Acqua e rospi ovunque. Non ti viene in mente nulla di diverso?
No, non ha dato peso alla mia precisazione, e m'investe la curiosa sensazione che invece avrebbe dovuto. Distinguere una rana da un rospo, intendo.
Da sotto la tunica estrae il solito cannello, pieno a metà di liquido ambrato, e mi fa un cenno brusco, reclamando il mio braccio. Docile, allungo il sinistro, quello meno gonfio, arrotolando la manica della zimarra. Il braccio, seppure in condizioni migliori dell'altro, è deturpato da un unico grande livido: gli ematomi si sono cercati e fusi, disegnando un promontorio lungo l'avambraccio e altri due, meno estesi, sui lati. E mentre il laccio elastico sublima il gonfiore, e l'ago violenta per l'ennesima volta la vena, ho come l'impressione che l'estesa tumefazione timbri la carne come un'orrenda orma: una zampa palmata di rana.
— Mmm... Anche questo braccio è andato: per le prossime dovremo risolvere diversamente — borbotta il carceriere, recuperando il laccio.
Torpore.
La parete si distorce, le parti affrescate prendono a rincorrersi. Rane e cascate intrecciano figure di una danza vorticante. Poi tutto lascia posto a un oceano sospeso, dal quale s'innalza un'onda schiumosa, tanto alta che non riesco a vederne la fine. Quando la parete d'acqua del Grande Diluvio mi travolge, sommergendomi, quel che resta della mia mente si lascia annegare e fugge dalla prigione...
Utnapishtim rilascia una colomba dalla barcaVola via, descrive circoli sull'acqua e ritorna,
Non riesce a trovare pesce persico.
Rilascia poi una rondine dalla barca
Vola via descrive circoli sull'acqua e ritorna
Non riesce a trovare pesce persico.
Rilascia poi un corvo imperiale dalla barca
Vola via, e le acque si sono ritirate:
Mangia, graffia il terreno, non descrive circoli e non ritorna.
Utnapishtim manda le cose viventi in ogni direzione
Il torpore che si attenua.
Mi scopro supino sul giaciglio: la mia mente è rientrata nella cella. Il carceriere è in piedi davanti a me, e gli occhietti acuti mi scrutano indagatori.
— Cosa ricordi? — chiede, tradendo ansia. — Luoghi? Situazioni? Qualsiasi altra cosa.
— Solo buio e sensazione di dolore. — Mento, ma il dolore alle tempie è reale, pulsante.
Sul viso allungato del carceriere compaiono rughe di delusione, così scavate da sembrare cattive. — Sai cosa penso? Penso che tu stai provando a prendermi per il sedere. La sintetica che ti circola nelle vene è talmente ben calibrata che fallimenti così completi non sono verosimili. E penso che tu abbia deciso di non collaborare, ecco tutto — Prende a tormentare il copricapo floscio. — Devo ricordarti che quelli che rappresento si aspettano risultati, e se ti ostinerai a....
Lo interrompo con finto impeto: — Ti sbagli. Io non ricordo. Davvero non ricordo. — Non ho nessuna intenzione di cedere: non voglio che sappia delle visioni che coartano la monotonia della mia reclusione. Cerco di risultare lamentoso, convincente: — Credo che il mio cervello sia completamente andato. Non so chi sono, né cosa ci faccio in questa cella, né quando ci sono venuto. E non so chi sei tu e cosa credi che io debba ricordare.
— Enkidu — dice lui, secco, e stringe lo sguardo per percepire una mia pur minima reazione. — Ti dice niente questo nome?
— Enkidu?
— Si accarezza il mento con espressione rassegnata. — Credo sia il momento di fornirti un aiuto: ti dirò di un re chiamato Gilgamesh.
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