Un giorno da leoni

Sul pianeta Venere terraformato, un uomo salva la propia donna da un incidente con l'elicottero. Per loro c'è solo il fugace attimo di una notte d'amore, perché il Sole sta finendo i propri giorni di vita...

Hal Doren si era svegliato presto senza attendere il suono della sveglia. Era mattina, beninteso, per modo di dire, seguendo l'inveterata abitudine umana di scandire il tempo in periodi di ventiquattro ore e le necessità fisiologiche dei cicli di sonno — veglia.

Se avesse abbassato il vetro della finestra a polarizzazione variabile, Hal Doren avrebbe potuto vedere all'incirca la stessa luminosità della “sera” precedente, e il sole che si era spostato di pochissimo nel cielo, per di più da ovest verso est nel suo apparente moto retrogrado.

Dopo essersi lavato e vestito e aver ingurgitato un caffè fumante, scese nella scuderia. Enos lo stava aspettando con il muso e il collo fuori dal box.

Certo, se lo avesse voluto, avrebbe potuto far sellare il cavallo dai robot, ma Enos sembrava non gradire il contatto di quelle dita artificiali.

— Come va, amico mio? -, disse carezzandogli il lungo muso.

Mise all'animale la coperta, poi la sella e i finimenti, si calcò bene in testa il cappello a tese larghe, poi avviò Enos al piccolo trotto per il consueto giro d'ispezione.

Poco oltre la casa, c'erano le officine e gli alloggiamenti dei robot, e più oltre, campi coltivati e boschi a perdita d'occhio.

Senza bisogno del comando umano, i robot agricoli erano come sempre al lavoro.

Generazioni di scrittori di fantascienza in un passato non remotissimo, si erano sbizzarrite a immaginare i robot e si erano perlopiù orientati sul modello umanoide; i robot umanoidi però nella realtà erano molto pochi: il corpo umano è una macchina di grande complessità “progettata” per svolgere più o meno bene un numero elevato di compiti, non è la forma più adatta da replicare per macchine che devono svolgere in modo ottimale una funzione sola. 

Hal Doren aveva una discreta conoscenza della narrativa fantascientifica che era stata fra le sue passioni giovanili. Gli autori della primissima generazione fantascientifica avevano immaginato anche che, essendo Venere un pianeta un po' più vicino al sole della Terra e di conseguenza più caldo, esso fosse coperto da folte giungle. Questo naturalmente all'epoca non era possibile: la temperatura sulla superficie del pianeta era tale da spezzare i legami fra le molecole organiche e non permettere l'esistenza di nulla di vivo. Ora invece le giungle di Venere esistevano.

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Autore: Fabio Calabrese - Delos Science Fiction 145 - Data: 13 giugno 2012

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