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Sonno di millenni

Scrittore, traduttore, critico, ideatore e curatore di collane, editore, talent scout di autori, Ugo Malaguti (Bologna, 1945) resta tuttora uno dei pochi che in Italia hanno dedicato alla fantascienza la loro vita fin da giovanissimi, riuscendo, sia pure con alterne fortune, a farne la propria attività prevalente. E quindi, a contribuire in modo cospicuo allo sviluppo e alla diffusione di questo genere narrativo. In quanto egli stesso valente autore, Ugo ha da sempre tenuto a stimolare e valorizzare firme nazionali. La narrativa di Malaguti ha attraversato vari periodi (avventuroso, sociologico, etc.), approdando sempre a tematiche molto personali e a una scrittura elaborata, complessa e inconfondibile. Il racconto che ho scelto, Sogno di Millenni, è tra i suoi primissimi e apparve nel 1960, anch’esso su Oltre il Cielo in un periodo in cui l’autore – come molti di noi – subiva il fascino misterioso della “fanta-archeologia” e annesse contaminazioni pacifiste. Argomento poi ridimensionato, ma mai del tutto tramontato e anzi ripreso in recenti programmi tv.

Erano rimasti soli.

Soli, su quel mondo che era un giardino di delizie, ma che per loro celava una cosa soltanto: la morte! Gli indigeni li avevano adorati come dèi... la loro civiltà aveva oscurato lo splendore dei Signori della Fiamma... E tutto era stato inutile.

Erano soli. Atrocemente soli, isolati da tutti su un mondo che non era il loro.

Il ricordo delle pianure di Lhan, delle maestose montagne, delle splendide città! Tutto perduto per una follia. Ricordavano ancora (come avrebbero potuto dimenticarlo?) il grande momento, la terribile notte della Guerra Finale. Tutto, tutto distrutto... E la fuga senza speranza, mentre lassù impazzava la Morte... Fossero periti come il loro mondo, quanto sarebbe stato meglio!

Ma adesso erano là, in quella cripta solitaria, a pensare, e a ricordare. A pensare alla loro superbia. A ricordare la tremenda condanna di millenni che pendeva sul loro capo. Perché le imprudenze si pagano, e loro stavano per pagare, come mai era accaduto a nessun uomo.

Rimaneva loro soltanto la formula della condanna, e l’implicita speranza — l’ultima — che essa conteneva. Poco a poco sarebbe diventata una leggenda, e in un lontano futuro qualcuno l’avrebbe ritrovata, perché è questo il destino delle leggende. Sarebbe stato quello i! tempo? Oppure avrebbero dovuto attendere ancora... e attendere ancora sarebbe stato imprudente, perché anche le più tenaci leggende tendono a scolorire e a perdere sostanza nel fluire del tempo. Non lo sapevano. Ma nelle loro menti risuonavano ancora le parole senza suono...

“…quando i cieli vedranno la Grande Luce Eterna ritornare fra nuove stelle degli uomini, colui del quale soltanto il Supremo Reggitore delle Cose conosce il volto e il nome scenderà nell’abisso per squarciare le tenebre... E allora i Figli del Sole rivolgeranno dal cielo i loro occhi, e vedranno sul mondo regnare la pace. E troveranno che ciò è giusto, e i tempi saranno maturi. Sarà allora che il mondo conoscerà il segreto dei Giganti.”

 

Conoscemmo il professor Blend al corso di archeologia, all’Università. Ora, a distanza di anni, e mentre mi accingo a scrivere il riassunto dei fantastici avvenimenti che ci hanno condotti fino al Regno delle Tenebre, desidererei iniziare riportando le sue parole, le prime che gli ascoltammo da lui.

— Ragazzi — diceva, dopo essersi aggiustato frettolosamente gli occhiali di foggia antiquata sul naso. Aveva il vezzo di chiamare sempre “ragazzi” i suoi allievi, anche quelli dei corsi superiori, che avevano più di ventisette anni, e anche i severi docenti che frequentavano i suoi corsi di specializzazione, perché l’autorità del professore era una delle poche certezze esistenti, in un mondo ribollente e infido come quello della scuola. — Ragazzi, per conoscere l’archeologia, questa misteriosa appassionante scienza, dovrete abbandonare ogni preconcetto. È vero, questa è una buona regola per qualsiasi scienziato perché preconcetti e dogmi rendono ciechi e sordi, ma l’archeologia rappresenta un campo davvero molto particolare, nel quale questa regola è più ferrea che negli altri. Nella nostra scienza non dovrete sperare di trovare la soluzione a ogni problema: al contrario, potrà darsi che ogni vostra scoperta faccia aumentare i problemi da risolvere. Se condurre un’esistenza di continua indagine, se l’idea di dover barattare anni e anni di ricerche e frustrazioni e buio per ogni piccolo raggio di luce che i vostri occhi potranno cogliere, vi spaventa, lasciate perdere. Se non vi sentite pronti ad affrontare delusioni, fatiche, vicoli ciechi a ogni vostro passo, rinunciate. Sarà anche questa una prova di lealtà e coraggio. Se invece pensate a un’esistenza tranquilla in qualche cattedra universitaria accogliente, bene, anche in questo caso vi consiglio di cambiare università.

Ma lui poteva dire tutto questo. Era il migliore.

Ricordo anche i miei compagni di corso: è strano come restino nella memoria, a distanza di anni volti, immagini, situazioni, piccoli episodi. Soltanto io, in seguito, riuscii a ottenere il successo — con le regole frustranti che Blend ci aveva delineato purtroppo! — in campo archeologico. I miei compagni di allora erano diventati fisici, matematici, astronomi: e per diversi anni, pur tenendomi al corrente delle loro scoperte in campo scientifico, li persi di vista.

In quel periodo di tempo, due eventi eccezionali misero a rumore il mondo scientifico, due fatti collegati in un certo senso tra loro, anche se il primo riguardava esclusivamente il mondo dell’astronomia, mentre l’altro si avvicinava di più alla mia sfera d’interesse.

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Autore: Ugo Malaguti - Delos Science Fiction 136 - Data: 13 luglio 2011

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Commenti

1 Corto ma ottimo anche come fantasia

» postato da (Enrico Bagni) alle 18:50 del 09-04-2012

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