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L'ultimo cosmonauta

Ecco un brano dal nuovo romanzo del maestro britannico della space opera moderna, Alastair Reynolds, uscito in ottobre in Odissea

Quando raggiungo la strada per Zvëzdnyj Gorodok l’ipotermia acuta ha già cominciato a manifestarsi. Riconosco i sintomi grazie al mio addestramento: al primo stadio segue un secondo, e il sangue si allontana dalla pelle per conservare il calore, con la conseguenza di brividi e una generale perdita di coordinazione. Più tardi mi aspetto un deterioramento delle funzioni vasomotorie, quando i muscoli che ora contraggono i vasi sanguigni periferici saranno esausti per la fatica. Quando il sangue tornerà nelle mie estremità congelate, inizierò a provare una sensazione di intenso calore invece del freddo. Scivolando ancora di più nel disorientamento, dovrò compiere uno sforzo di volontà per non soccombere alla nota e penosa sindrome della svestizione paradossale. I pochi strati di indumenti che ho addosso — il pigiama, il soprabito sottile che ho rubato al dottor Kizim — cominceranno a sembrarmi troppo caldi. Mi ritroveranno nudo e morto in mezzo alla neve.

Da quanto tempo sono fuori? Un’ora, due? Non ho modo di saperlo. È come trovarsi di nuovo a bordo della Tereškova, quando dormivamo così poco che un giorno sembrava una settimana. So solo che è ancora notte. Quando il sole sorgerà sarà più difficile stare in movimento, ma fino ad allora ho ancora tempo per trovare Neša Petrova.

Tocco il tesoro metallico che ho in tasca, per assicurarmi di averlo ancora.

Come evocata dall’atto di toccare il tesoro, una macchina mostruosa esce ruggendo verso di me dalla notte. È gialla, con una pala spigolosa sulla parte frontale. Entro barcollando nel raggio dei suoi fanali e alzo con prudenza una mano. Lo spazzaneve suona il clacson. Balzo all’indietro, evitando la pala e la pioggia di neve sporca che sposta di lato.

Per un attimo penso che tirerà dritto. Invece rallenta e si ferma. Forse pensa di avermi urtato. È una buona cosa: uno spazzaneve automatizzato non si fermerebbe, perciò ci dev’essere qualcuno a guidarlo. Giro zoppicando verso la cabina del mezzo, dove il conducente mi guarda truce attraverso il finestrino. Ha i baffi, un berretto di lana tirato su capelli e orecchie e il naso rosso del forte bevitore.

Sopra il ringhio nervoso del motore diesel, gli grido: — Avrei bisogno di un passaggio in città.

Il conducente mi guarda come se fossi spazzatura, un rottame sulla strada che avrebbe fatto meglio a spalare da parte. Così lontano dal centro abitato, su questa strada, non ci vuole molto a indovinare da dove vengo. L’ospedale, l’istituto, il manicomio, comunque vogliate chiamarlo, sarebbe visibile in lontananza in una giornata limpida: un inospitale agglomerato di edifici scuri dalle finestre minuscole, nascosto dietro un’alta recinzione di sicurezza sormontata da filo spinato.

Abbassa il finestrino di un paio di centimetri. — Fa’ un favore a te stesso, amico. Torna indietro, vattene al caldo.

— Non ce la faccio. Ho già i primi sintomi dell’ipotermia. Ti prego, portami a Zvëzdnyj Gorodok. Non ho molto da darti, ma puoi prendere queste. — Le mie dita sembrano diventate goffi arti telecomandati, come quelli che avevamo sul Progress. Tiro fuori goffamente un pacchetto di sigarette dalla tasca del cappotto e premo il rettangolo fradicio e schiacciato attraverso la fessura nel finestrino.

— È tutto quello che hai?

— Sono americane.

Il conducente grugnisce qualcosa di inintelligibile, ma prende le sigarette. Apre il pacchetto per ispezionare il contenuto, annusandole.

— Quanti anni hanno?

— Si possono ancora fumare.

Il conducente si piega ad aprire l’altro sportello. — Entra. Ti porto fino al primo incrocio al limite della città. Quando ci fermiamo, scendi. Da allora in poi te la sbrighi da solo.

Qualsiasi accordo che mi procuri qualche minuto al calduccio della cabina mi andrebbe bene. Per il momento sono ancora abbastanza lucido da riconoscere l’ipotermia che si fa strada nel mio organismo. Questo stato di clinico distacco non durerà per sempre.

Salgo nella cabina, traendo profondi respiri tremanti.

— Grazie.

— Al limite della città, arriviamo solo fin lì — dice lui, come se la prima volta non avessi capito. Il fiato gli puzza di alcol. — Se mi beccano a darti un passaggio, passerò dei guai.

— Li passeremmo entrambi.

Il conducente scala le marce del mezzo e si rimette in moto. Il motore ruggisce mentre la pala morde la neve. — A Zvëzdnyj Gorodok ti troveranno. Non è un posto tanto grande. È il buco del culo del nulla e i treni non ci passano più.

— Mi basta solo arrivarci.

Mi lancia uno sguardo, valutando la trasandatezza dei miei indumenti, lo stato incolto della mia barba e dei capelli. — Notte brava in vista?

— Qualcosa del genere.

Ha la radio accesa, sintonizzata sul canale statale di musica classica. Trasmette Prokof'ev. Mi chino in avanti e abbasso il volume finché le note si perdono nel rumore del motore.

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Autore: Alastair Reynolds - Delos Science Fiction 148 - Data: 15 ottobre 2012

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