Isaac Asimov, nato il 2 gennaio 1920 a Petrovichi, Russia, è considerato uno dei grandi scrittori della fantascienza. Ha pubblicato a partire dal 1950 circa 500 volumi, tra fantascienza, libri di biochimica e di divulgazione scientifica, fino a poesie, libri umoristici, ed a trattati sulla Bibbia e su William Shakespeare. Il suo ciclo di romanzi sulla Fondazione, e le storie sui robot, sono tra le sue opere più note. Nell'antologia I, Robot (1950), Asimov sviluppa un'etica specifica, nelle cosiddette "tre leggi della robotica", che ha influenzato molti altri lavori nel campo della robotica e della fantascienza. A lui abbiamo chiesto di parlarci dei suoi interessi e sulla fantascienza.

Vorrei iniziare questa nostra conversazione chiedendole qual è la sua definizione di fantascienza… 

La fantascienza è quel ramo della letteratura che si occupa dell’impatto del progresso scientifico sugli esseri umani.

Quindi per lei è la scienza a essere la colonna portante della science fiction. Ma che ruolo ha la scienza nella vita dell’uomo contemporaneo? 

La scienza non è mai ferma: essa è come un panorama che si dissolve impercettibilmente e si trasforma sotto i nostri occhi. Non è possibile in un momento qualsiasi coglierla in tutti i suoi particolari senza trovarsi immediatamente superati. L'aspetto più triste della vita in questo momento è che la scienza raccoglie conoscenza più velocemente di quanto la società raccolga saggezza.

E la fantascienza che compito si può ritagliare nella odierna società? 

È il cambiamento, il cambiamento continuo, il cambiamento inevitabile, che è il fattore dominante nella società odierna. Nessuna decisione sensata può essere più compiuta senza tenere conto non solo del mondo come è ora, ma di come sarà… Questo, a sua volta, significa che i nostri uomini di stato, i nostri imprenditori, i nostri uomini comuni, devono orientarsi verso un modo di pensare fantascientifico.

Quando lei ha cominciato a scrivere e pubblicare storie di fantascienza, l’uomo muoveva i primi passi nel campo dell’astronautica. Pensa che l’uomo debba proiettarsi oltre il nostro pianeta, alla ricerca di nuovi mondi da esplorare e magari in cui vivere? 

L'Umanità ha le stelle nel suo futuro, e il futuro è troppo importante per essere perso a causa della sua follia infantile e della superstizione che la mantiene nell'ignoranza.

Lei parla di superstizione e ignoranza, ma le chiedo se la religione e il concetto di Dio non siano un ostacolo al progresso scientifico? E mi piacerebbe sapere se lei crede in Dio? 

Io sono un ateo, in tutto e per tutto. Mi ci è voluto parecchio tempo per dirlo. Io sono stato ateo per anni e anni ma in qualche modo sentivo che era una scorrettezza intellettuale dire si è atei, perché suppone una conoscenza che non si ha. In qualche modo era meglio dire che si è umanisti o agnostici. Io non ho prove evidenti che Dio non esista, ma ho il così forte sospetto che non ci sia che non voglio sprecare il mio tempo.

Eppure, spesso si fanno guerre in nome di Dio e l’uomo sembra non riuscire ad affrancarsi dal fare del male al suo prossimo. Che ne pensa della guerra? 

La guerra è l'ultima risorsa degli incapaci.

Oggi si fa un gran parlare dell’intelligenza artificiale. Non crede che talvolta una nuova tecnologia possa essere anche uno strumento da usare in guerra o comunque da poteri forti per imporre la propria volontà sugli altri? 

Qualsiasi innovazione tecnologica può essere pericolosa: il fuoco lo è stato fin dal principio, e il linguaggio ancor di più; si può dire che entrambi siano ancora pericolosi al giorno d’oggi, ma nessun uomo potrebbe dirsi tale senza il fuoco e senza la parola.

Come giudica l’attuale situazione politico-culturale degli Stati Uniti? 

C’è un culto dell’ignoranza negli Stati Uniti, e c’è sempre stato. Una vena di anti-intellettualismo si è insinuata nei gangli vitali della nostra politica e cultura, alimentata dalla falsa nozione che democrazia significhi “la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza”.

Lei è noto per aver inventato la psicostoriografia, una scienza immaginaria presente nel suo ciclo di romanzi denominato Fondazione. Ci spiega che cos’è? 

La psicostoriografia è la quintessenza della sociologia; era la scienza del comportamento umano ridotto ad equazioni matematiche.

Nei romani della Fondazione, la psicostoriografia è utilizzata per prevedere il futuro dell’umanità, ma l’uomo sembra non essere capace di imparare neanche dalla sua Storia. Perché secondo lei? 

Le leggi della Storia sono assolute come quelle della fisica, e se in essa le probabilità di errore sono maggiori è solo perché la storia ha a che fare con gli esseri umani, che sono assai meno numerosi degli atomi, ed è per questa ragione che le variazioni individuali hanno un maggior valore.

Si deve essere pessimisti, allora, perché l’umanità è sorda non solo nei confronti della Storia, ma anche con gli appelli sullo stato della Terra che lanciano gli scienziati. Non crede? 

Dì alla gente che lo strato di ozono si sta esaurendo, che le foreste vengono abbattute, che i deserti stanno avanzando, che l’effetto serra aumenterà il livello del mare di due metri, che la sovrappopolazione ci sta soffocando, che l’inquinamento ci sta uccidendo, che la guerra nucleare potrebbe distruggerci – e sbadiglieranno e si coricheranno per un comodo pisolino. Ma dì loro che i marziani stanno atterrando e urleranno e scapperanno.

Non posso non chiederle un consiglio ai giovani che vogliono scrivere fantascienza, che diciamolo a parte casi come il suo e di pochi altri, non è un genere letterario che ti rende famoso… 

Devi continuare a mandare in giro il tuo lavoro; non devi mai lasciare che un manoscritto resti a non far altro che ammuffire in un cassetto. Devi mandare fuori quel lavoro ancora e ancora, mentre stai lavorando a una nuova idea. Se hai talento, riceverai una qualche misura di successo – ma solo se persisti.

Lei ha scritto oltre 500 libri, ovviamente le storie di fantascienza, ma anche gialli e molti libri di divulgazione scientifica e culturale. Che cosa significa per lei la scrittura? 

Scrivo per lo stesso motivo per cui respiro, perché, se non lo facessi, morirei.