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In particolare quella di porre domande scomode: una delle prime proiezioni di Moon è stata alla Nasa in Texas. Cenando con gli scienziati ho potuto porgli delle domande scomode come quella se avessero mai pensato di inviare su Marte astronauti malati terminali di tumore. Questo avrebbe permesso loro di non dovere faticare ad immaginare un modello possibile per il viaggio di ritorno. Ovviamente è un tema che avevano affrontato. Anche in Source Code tocco tematiche politicamente scorrette: come quella, ad esempio, di qualcuno pronto all’estremo sacrificio, anziché subire gli abusi e le angherie della tecnologia.
Non molto perché ero consapevole dei legami della sceneggiatura con quel film, ma anche con Deja Vu, L’Esercito delle dodici scimmie e con Quantum Leap cui abbiamo reso omaggio con un cameo vocale del protagonista Scott Bakula nel ruolo del padre del protagonista. Era, semmai, eccitante avere a che fare con tutte queste influenze differenti e giocare con loro per una storia incredibile. Mi interessava dare un grande ritmo ad una storia molto classica che, evidentemente, vuole omaggiare anche Alfred Hitchcock. In questo senso, per me come regista, il problema principale era quello di come rivisitare in maniera ogni volta diversa gli otto minuti sul treno. Io volevo rendere differente ogni ritorno sul treno e, per questo motivo, abbiamo dovuto ricostruire il vagone, perché, altrimenti, non sarebbe stato possibile lavorare su questo elemento su un treno vero.
Molto, perché io ho sempre giocato sin da quando ero piccolo. Sono un regista sufficientemente giovane per essere cresciuto con i videogames e averne assimilato idee e concetti da tenere presente come riferimento culturale. Nella scena in cui Jake salta dal treno ho voluto, per esempio, fare una citazione da Grand Theft Auto. L’idea di un tizio che ha multiple opzioni per concludere una missione proviene certamente dalla filosofia dei videogiochi.
Io sono cresciuto guardando film in cui era l’elemento umano e personale a prevalere rispetto alla spettacolarità degli effetti visivi. La migliore fantascienza è quella che si concentra sempre sui personaggi e su come gli individui reagiscono a quanto vivono. La tecnologia è molto meno interessante e coinvolgente.
I film della mia gioventù degli anni Settanta e Ottanta, i libri di Dick e Ballard…narrazioni in cui l’elemento umano è sempre al centro della storia e la fantascienza è utilizzata per raccontare come una persona è toccata e trasformata da circostanze straordinarie. Source Code è anche molto divertente… Ho voluto io aggiungere molto humour per consentire al pubblico di restare concentrato sulla trama e sui suoi diversi elementi. Mi piace pensare che andando a vedere il mio film lo spettatore si lasci coinvolgere in un viaggio emozionante.
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