Esce per la vulcanica Edizioni XII il romanzo I vermi conquistatori, dell’americano Brian Keene, scrittore 44enne vincitore di un paio di premi Bram Stoker Award, che lo hanno consacrato come uno dei maggiori writer dell’horror moderno; questo “vermi conquistatori” è una delle opere più importanti di Keene e la casa editrice lecchese lo pubblica nella consueta, ineccepibile ed elegante forma cartacea, che contraddistingue praticamente da sempre le sue uscite editoriali.

Partendo dalla quarta di copertina, sappiamo che Teddy Garnett è un arzillo vecchietto e non vuole saperne di lasciare la casa in cima agli Appalachi, dove ha vissuto per decenni con la compianta Rose. Non gli importa della pioggia incessante, un diluvio catastrofico che ha messo in ginocchio l’intero pianeta, né di essere l’unico essere umano ancora vivo nella piccola comunità di Punkin’ Center, ormai ridotta a un isolotto in mezzo alle acque. Senza paura, Teddy aspetta il giorno in cui si avvererà il suo unico desiderio: riabbracciare la moglie. Ma quando riceve la visita di Carl, il suo migliore amico creduto morto o portato in salvo dalla Guardia Nazionale, scopre che ci sono cose peggiori della pioggia. Cose che serpeggiano sottoterra, creature striscianti che tarlano il sottosuolo e scavano verso la superficie per rivelarsi al mondo. E conquistarlo.

Da queste premesse, cominciando a leggere ci accorgiamo subito che Keene ci lega a sé, alla sua narrativa melliflua; la storia si dipana apocalittica, incredibile, intrinsecamente biblica per via del diluvio che tutto sommerge. Il romanzo è diviso in tre parti, ma mentre la prima e l’ultima si svolgono in un asfittico cottage perso tra i monti e la perenne pioggia, l’episodio centrale si lega in modo un po’ artificioso al resto, anche se fornisce il pretesto per rimpolpare il numero dei personaggi coinvolti nella storia e dona al romanzo, anche, qualche brandello di mitologia biblica in più, in cui s’innestano meravigliose lezioni lovecraftiane e citazioni del Dracula di Bram Stoker (Renfield, inaspettato e terrificante, oltre che rivoltante).

In questo mondo che annega nel diluvio universale 2.0 – dove le terre emerse sono ridotte, dopo quaranta giorni di pioggia ininterrotta e serrata, a poche isole – l’umanità stessa, con la sua cultura e tecnologia, è stata spazzata via e sopravvivono qua e là soltanto piccoli drappelli di disperati, o di cultori delle forze inumane che sembrano governare occultamente il nostro continuum, l’universo stesso o ciò che esiste sotto la forma della materia e della realtà che noi umani percepiamo; Keene ci prende per mano in questo lucido delirio e sembra suggerirci la quasi perfetta inutilità della speranza umana, soprattutto quando in gioco ci sono forze ed entità ancestrali davvero terrificanti, poco descritte nei tratti fisici e che lasciano spazio soltanto a una labile aspettativa di sopravvivenza, non più rappresentata da una colomba bianca ma da un corvo nero, non più da un ramoscello di ulivo ma da un rivoltante vermiciattolo, simbolismi capaci però di cambiare in qualche modo il mondo, simbolismi capaci entrambi di esser veri a causa di un effetto quantistico che non permette di scartare nessuna verità teorica e possibile.

Ecco che quindi la lettura del romanzo sa di magico, perché capace di unire con la Sincronicità (it.wikipedia.org/wiki/Sincronicit%C3%A0) giornate di pioggia interminabili, un’apocalisse quale quella che ha colpito il Giappone, la scoperta resa nota solo pochi giorni fa di alcune muffe (www.nationalgeographic.it/natura/2011/03/04/foto/formiche_zombi_con_il_fungo_killer-198426/1/ che effettivamente compaiono nel romanzo) in grado di zombizzare le formiche e, in ultimo, l’HAARP (it.wikipedia.org/wiki/High_Frequency_Active_Auroral_Research_Program anche questo menzionato nel romanzo) che i cospirazionisti giudicano responsabile del terremoto giapponese: tutto aiuta a dare il colpo finale alla nostra immaginazione, lasciandoci in balia della paura di un evento colossale incombente, in grado di cambiare le nostre vite o, più facilmente, di cancellarle.

Non basta riprendere fiato dopo la lettura, l’incubo è ancora lì e, a pensarci bene, non troppo improbabile. Eppure è solo un romanzo; forse fa quest’effetto soltanto perché è scritto assai bene?