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SPECIALE:
Predators

Storia di una saga, tra predatori e aliens

Dal primo film del 1987, di John McTiernan con Arnold Schwarzenegger, a Alien vs. Predator 2: successi e flop di un franchising di Hollywood che non sembra aver mai fine.


Un intenso primo piano del protagonista. ingrandisci
Da Predator ad Alien vs. Predator: Requiem ne è passata di acqua sotto i ponti hollywoodiani. Eppure l’ossatura della saga, tra stratificazioni e ammiccamenti alle mode del momento, ha conservato l’inossidabile topos della “caccia infernale”, la lotta per la sopravvivenza. Una caccia all’uomo  avvincente, che possiamo riassumere nella formula “Dieci piccoli indiani” e l’alieno sadico, per giunta invisibile. Ma con alcuni nobili elementi tipicamente americani: quella pennellata vermiglia dal retrogusto splatter (come si diceva una volta, “un soldo al morto”), quella claustrofobica ambientazione che fagocita uno ad uno gli attori sacrificabili, dal più debole al più nevrastenico, e quell’intramontabile e marcio eroismo western, in ragione del quale l’eroe e l’anti-eroe si confondono, ma tra i due sopravvive l’attore con il cachet più alto.

E sopravvive perché si arrabatta con quel poco che ha,  perché mantiene i nervi saldi, evita di correre e sparare come un idiota, e soprattutto perché non si prende mai la briga di chiudere le fila.

Con Predators, che è di fatto un “riavvio” della serie (Robert Rodriguez “canonizza” e salva dalla “continuity” solo il primo episodio), vogliamo ripercorrere la saga dei Predatori, ma in modo inedito. Vogliamo analizzare anche il materiale extra-filmico (che spesso sfugge persino ai patiti) e raccontarvi qualche chicca che, speriamo, possa risultare  gradita anche a chi ha già visto i film. Procediamo con ordine.

Siamo nel 1987. Arnold Schwarzenegger, dopo le “prove attoriali” di Commando (1985) e Codice Magnum (1986), ha una dizione americana e una mimica reputate credibili al punto da concedergli vere e proprie battute. L’ex mister-universo rompe gradualmente il muro del mutismo di Conan il barbaro (1982) e del suo seguito, che avevano costretto i registi a soppiantarlo con incalzanti ed evocative  musiche wagneriane. Ed ecco la sua grande occasione: un commando mercenario, una giungla inestricabile e una minaccia invisibile. Il fascino intramontabile degli archetipi.

La saga di Predator si apre così, con John McTiernan dietro la macchina da presa (al suo secondo lavoro, ma già solidamente capace di intercettare il gusto del grande pubblico) e i fratelli Jim e John Thomas alla sceneggiatura (un lavoro semplice ed efficace). Ma non basta.

Nel cast, oltre a Schwarzy (il mercenario “Dutch”) figura anche Carl Weather (nel film Dillon, un ex — militare passato alla CIA), voglioso di scrollarsi di dosso i guantoni di “Apollo Creed”, indossati fino a due anni prima (Rocky 4, 1985). Dutch e Dillon, ex commilitoni, sono due volti della stessa medaglia: disilluso il primo, al punto da non volere più “fare i lavori sporchi” per conto del governo, disincantato il secondo, che obbedisce agli ordini dello “Zio Sam” con disinvolto cinismo (“io mi sono svegliato. Svegliati anche tu” dirà al suo vecchio collega). Dutch ha accettato una rischiosa missione (“perché è il migliore”, si chiarisce subito in un dialogo, per evitare fraintendimenti): salvare poveri prigionieri tenuti in ostaggio da un gruppo di guerriglieri centroamericani.

I fratelli Thomas si sbizzarriscono a concepire un manipolo di personaggi da affiancare a Schwarzenegger, riuscendo in un capolavoro di semplicità e di curioso “melting pot”. L’origine etnica dei componenti del team inchioda i caratteri in ruoli naturali, li fissa secondo una distorta e chiara predestinazione “darwiniana”: Blain (Jesse Ventura) è il fanatico cowboy mastica tabacco e, in quanto texano, ha l’arma più grossa e rumorosa, non si trattiene dall’aprire il fuoco contro qualunque cosa respiri nella boscaglia e trasuda testosterone ad ogni piè sospinto; Mac Eliot (Bill Duke), è l’afroamericano integrato, che si commuove pateticamente per la morte del suo amico Blain (il “tirannosauro superdotato”, come ama definirsi all’inizio del film) e in una scena patetica arriva a reclamarne istericamente le spoglie, riuscendo, involontariamente, a suggerire una malcelata omosessualità latente.

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Autore: Alessandro Cenni - Delos Science Fiction 125 - Data: 6 giugno 2010

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Commenti

1 Una vera cronistoria, documentata e centrata. Bene così.

» postato da (ANNODAREMANI ) alle 22:06 del 07-06-2010

2 E' un fumettone, lo so!! Ma a me queste smargiassate americane piene di testosteronico machismo e freddure "made in America" mi fanno piegare in due dalle risate; pertanto non riesco ad essere eccessivamente critico verso questi film che hanno almeno il pregio di far passare una serata spensierata crogiolandosi nell'idea che il mondo sia un posto sicuro... protetto dall'America!

» postato da (Nero Mancini) alle 22:25 del 13-06-2010

3 Il primo inimitabile Predator con il grande Schwarzy per me rimarrà sempre il migliore! il più riuscito alieno della storia! =D

» postato da chunlizang85 alle 17:19 del 14-06-2010

4 Che buon articolo! Ricco, preciso e che riesce anche a strappare qualche risata, mi è piaciuto davvero =D. Prepariamoci però a ridere a crepapelle davanti a Predators (viversi film come questi con leggerezza e spirito goliardico è secondo me la scelta più saggia!) ... ai posteri l'ardua sentenza!

» postato da *TheEyeInTheSky* alle 14:26 del 05-07-2010

5 pessima recensione infarcita di elementi demenziali(quella sull'omosessualità latente è fantastica!). interessante cronistoria.

» postato da (Llukas Rossi) alle 16:04 del 16-07-2010

6 Veramente di videogame di Aliens vs Preadotrs ce n'era già stato uno (ottimo) per PC nel 1999, precedeuto nel 1994 da uno arcade.

» postato da Franius alle 10:40 del 23-07-2010

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