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Prima che venga il caldo

È l’unico racconto di questa raccolta scritto da una donna, ed è anche un racconto particolare. Non semplice, in verità, ma scritto con mano sicura. Gabriella Scialdone (1948) è stata una delle non poche firme femminili della sf nostrana apparse nei primi anni ’70 con alcuni racconti (per la Scialdone una diecina nell’arco d’un ventennio) per poi dileguarsi. Al punto che non sono riuscito a rintracciarla (le mie ricerche continuano), ma sono convinto che sarà ben lieta di vedersi – se mai si vedrà – in questa antologia. Anche Gabriella, come Pestriniero, ama visceralmente la sua città, Venezia, e crea fantascienza ispirandosi ad essa. Qui incontrerete una Serenissima che serena assolutamente non è, e personaggi particolari immersi in mega-contrattazioni planetarie più o meno losche. Come dire che tutto l’universo è paese. Trovo la scrittura a singhiozzi e sussulti e misteri adattissima al soggetto.

Pioviggina. Solo un poco. Quanto basta per fare molli e curve le case. L’acqua del canale verde quasi nera manda quel solito odore come di un ago che ti sale dentro lo stomaco, un po’ corrotto, eccitante, di limone maturo. L’onda si srotola, carnosa come seta pesante, col suo lucore soddisfatto di occhio che ammicca. Sento fiorire sotto i miei passi ogni crepa e ogni connessura di queste pietre vecchie, e a tratti i primi baci dell’onda: fra poco arriverà l’acqua alta. Meglio affrettarsi.

L’uomo di un altro mondo sarà qui oggi, a non so quale ore di non so quale giorno del calendario interstellare. Per me, è il 6 novembre, e i Mori hanno appena battuto le cinque di mattina. Fra poco arriverà l’acqua alta.

 

Ponte della Paglia: bianco piccolo perfetto dietro il velo della pioggia sembra intatto. L’uomo si ferma un attimo a guardare l’orizzonte, dove la nebbia si colora del rosso di fiamme senza incendio dell’eliporto di Marghera. E l’attimo è come lui, dritto immobile alto aguzzo stretto avvolto in un nero mantello di silenzio. E, come lui, l’attimo passa veloce, lasciando fruscii di suole di feltro e l’ombra di un lembo nero di mantello che palpita lungo gli scalini di pietra bianca.

Ha smesso di piovere: l’uomo inclina da un lato una sedia del Caffè Florian. È una sedia di metallo verniciata di rosso. L’acqua scivola veloce. Si siede a cavalcioni, le braccia incrociate sulle spalliera, il mento sulle braccia. E guarda la piazza tutto intorno a lui, e San Marco, proprio davanti. Il primo piccione di questa grigia mattina viene a cercar cibo ed affetto accanto al suo piede calzato di velluto nero.

 

San Marco, io ti prego spesso, perché non credo in dio, e qualcuno bisogna ben pregare. O forse non prego te, ma il tuo leone, o forse ancora è la chiesa, che prego. Questa chiesa che è quasi una moschea e dove per secoli la gente ha pregato solo te, santo, e nessuno si è mai sognato di pregare il dio dei cristiani. Oggi verrà qui un uomo che non conosco, per comprare la città: e mi hanno chiesto — perché  non hanno il coraggio di ordinarmi — di vendergliela. Io devo uccidere il mio piccolo orgoglio. E accettare, perché la città viva. È lei la cosa più importante, vero, santo? Anche se è così difficile rinunciare a quel po’ di stupido orgoglio che ancora mi aiuta a camminare. Ma io sono un uomo molto vecchio.

 

Venezia. Venezia d’oro e d’argento, di marmo e di cristallo. Appoggiata a uno specchio compatto di smalto azzurro, col suo preludio di isolotti verdi selvaggi a pelo d’acqua lungo il grande ponte. Con le radici che si perdono tra una vegetazione parassita di barche multicolori, tutte appese ai suoi fianchi di pietra come pesci pilota. E un gran silenzio che ha dimenticato perché attende.

L’uomo dell’altro mondo scende a fatica dal barcone. Scivola, anche, sulle prime pietre bagnate. Poi si trova solo, a guardare il barcaiolo che si allontana velocemente, con un sogghigno in viso, metà scherno metà paura. Dal bordo del canale emergono luccicanti i rostri delle gondole in riposo, l’onda le fa dondolare qua e là, le fa sbattere l’una contro l’altra. Sciacquio lento.

L’uomo cerca il sole, il bel sole rosso di Marte che copre la sabbia d’oro e di rubini; ma qui è tutto morbido e confuso nella nebbia sottile, così chiara che è quasi bianca d’un bianco malato. Fa freddo, troppo freddo.

Poi la nebbia si raggruma e prende forma, e diventa un uomo alto: l’uomo più alto che il marziano abbia mai visto. E ha visto molti uomini su molti mondi. Ma nessuno così alto, e con un mantello così lungo e nero e avvolto così stretto come se avesse un gran freddo, mentre si vede che non ha freddo affatto. E nessun uomo in nessun mondo ha capelli così bianchi e occhi così verdi di un verde fondo d’acqua densa e mobile che sembra quasi… ma che idea stupida gli è venuta.

L’uomo così alto — eppure non è troppo alto — sorride, e non c’è luce nei suoi occhi, parla, e la nebbia intorno a lui si scioglie in una canzone ininterrotta, e quasi a stento il marziano riconosce quella lingua tanto dolce e fluente e tutta nuova, che d’improvviso gli si para davanti come mascherata in forme già note, ma del tutto ignota nel suo fondo. E pensa: “Quanti anni ho passato io a imparare una lingua ormai quasi del tutto spenta, a leggere fino a tardi dieci, cento volte gli stessi vecchi libri, ad ascoltare registrazioni? Quante volte mi sono vantato di ciò che credevo di sapere? Ecco, ora vedo che non sapevo niente”. E alza gli occhi a cercare quelli dell’altro, e con loro la radice di tanta dolcezza: ma dio come fa freddo, qui.

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Autore: Gabriella Scialdone - Delos Science Fiction 136 - Data: 13 luglio 2011

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Commenti

1 racconto bello e complicato, scorrevole e nello stesso tempo tortuoso. come la stessa simpatica scrittrice.

» postato da (nico col) alle 23:43 del 26-09-2011

2 Per caso sai dove o come posso rintracciarla? Non la sento da un bel po', il n° di tel. che ho non è più valido, non ho un indirizzo email e neanche la trovo in FB.

» postato da Vittorio Catani alle 10:06 del 01-11-2011

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