Conan e l'immaginario western
A differenza di molti romanzi d'avventura, le storie di Conan scritte da Howard non si basano sul manicheismo classico tra bene e male, ma principalmente su un diverso tipo di contrasto. Il tema esplorato è infatti quello del barbaro che entra in contatto (o meglio, si scontra) con una civiltà più antica e raffinata, e si concentra «sull'opposizione tra l'uomo innocente (eppure non integrato nel suo mondo: il barbaro, il paria) e una società che gli appare corrotta e incomprensibile», per citare quanto scritto a suo tempo da Giuseppe Lippi nell’introduzione alla raccolta L’era di Conan (1989).
Il contrasto tra barbarie e civiltà era un tema ampiamente dibattuto nella corrispondenza tra Robert E. Howard e H.P. Lovecraft. Il dibattito, iniziato nel 1931, durò quasi tre anni, accompagnando la genesi di Conan. S.T. Joshi, uno dei maggiori studiosi del Solitario di Providence, in un importante studio su questa corrispondenza (“Barbarism vs. Civilization: Robert E. Howard and H. P. Lovecraft in Their Correspondence”, 2008), scrive: “In termini generali, la divergenza fondamentale di vedute tra i due scrittori può essere riassunta nella preferenza di Howard per la vita barbarica e nella preferenza di Lovecraft per la civiltà”. Secondo Howard, l'uomo non è naturalmente civilizzato. Le righe conclusive di Oltre il Fiume Nero sono esplicite: “La barbarie è lo stato naturale dell'umanità. […] La civiltà è innaturale. È un capriccio delle circostanze. E la barbarie, alla fine, deve sempre trionfare”. Non possiamo soffermarci sulla concezione di barbarie di Howard, che è molto più complessa della semplice esaltazione della natura selvaggia e della violenza; quello che qui ci interessa è che Howard pone esplicitamente il legame tra la barbarie – intesa come spirito vitale della gioventù di un popolo – e la vita dei coloni nella frontiera americana.
In realtà, nella concezione di Howard – e lo vediamo in particolare nei racconti di Conan – l'opposizione tra barbarie e civiltà si ricollega ad altre forti opposizioni come natura contro cultura, nuovo contro vecchio, giovinezza contro vecchiaia, libertà contro dispotismo, purezza contro corruzione; si tratta di temi ricorrenti nella cultura e nell’immaginario americano tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo e che ritroviamo in gran parte delle opere di Howard. È all'interno di questo paradigma che possiamo comprendere la logica e il significato dell'esaltazione della barbarie da parte dello scrittore texano.
Come il suo predecessore Kull, esiliato dalla nativa Atlantide, Conan è in definitiva uno sradicato in patria come nelle civilizzate terre hyboriane, caratterizzato da uno spiccato individualismo e da un forte spirito d’indipendenza. In lui il cupo fatalismo attribuito alla sua popolazione d’origine è temprato da una intrinseca vitalità e da una pervicace volontà di affermazione. In questo senso Conan è in fondo l’ennesima incarnazione del self-made man americano. Si veda quanto egli stesso rivendica in un passo di La cittadella scarlatta, rivolgendosi ad Amalrus re di Ophir, che lo ha sconfitto e catturato con l’inganno:
I vostri padri hanno combattuto e sofferto, e vi hanno consegnato le loro corone su vassoi d'oro. Ciò che voi avete ereditato senza muovere un dito – se non per avvelenare qualche fratello – io l'ho conquistato combattendo. Voi ve ne state seduti su tessuti di raso a tracannare il vino per cui il popolo ha sudato, e parlate di diritti divini di sovranità – bah! Io sono risalito dall'abisso della barbarie più sfrenata fino al trono, e in quella scalata ho versato il mio sangue con la stessa generosità di quello dei nemici. Se c’è uno di noi che ha il diritto di governare gli uomini, per Crom, quello sono io!
In questa controversia sul diritto di sangue c'è qualcosa di tipicamente americano: un’ideologia, retaggio della Rivoluzione, che oppone all’arretratezza e alla decadenza materiale della vecchia Europa, con i suoi regimi basati sulla violenza e sul sopruso feudale, la modernità e l’eguaglianza della democrazia americana (si pensi al Mark Twain di opere come Gli innocenti all’estero o di Un americano alla corte di Rè Artù). Come osserva Matteo Sanfilippo nel suo Il medioevo secondo Walt Disney. Come l’America ha inventato l’Età di Mezzo (1998) questa contrapposizione tra vecchio e giovane – e tra decadenza e rinnovamento – è funzionale alla rottura (culturale oltre che politica) con la madrepatria inglese, ma anche alla lotta contro la riproposizione di un ordine aristocratico nei grandi latifondi degli stati del sud.
In questo senso, la figura di Conan deve molto a un concetto che era diffuso nella cultura americana durante la seconda metà del diciannovesimo secolo, che considerava il Medioevo come la matrice del mondo moderno. Questa idea risale allo storico George Bancroft (1800-1891), autore di una monumentale Storia degli Stati Uniti in 10 volumi (1867-1874). Nel tentativo di fornire alla Rivoluzione americana un retaggio culturale e politico, Bancroft fa risalire l'origine dei moderni concetti di libertà e uguaglianza, che accompagnarono la rivoluzione, alle antiche popolazioni barbariche, in contrapposizione alla tirannide e alla decadenza del tardo Impero romano.
Secondo questa concezione, l'epoca della tirannide non è più quella feudale, bensì quella del tardo Impero Romano, che segnò la fine del mondo classico, cancellando le libertà che caratterizzavano Atene e la Roma repubblicana. Da questo punto di vista, il Medioevo appare come un nuovo inizio dello sviluppo umano e sociale. Grazie al loro coraggio e alla loro indipendenza, i barbari germanici contribuirono alla caduta dell'Impero, dando inizio a una lotta per la libertà contro la tirannide che, passando per l'imposizione della Magna Carta alla monarchia (1215), culmina con l'Esodo dei Padri Pellegrini nel Nuovo Mondo e si conclude con la Rivoluzione Americana. Il mito della purezza dei barbari, germani o celti, che con le loro invasioni rinnovano la società occidentale, ponendo fine alla corruzione materiale e morale del basso Impero Romano, e l’identificazione tra le antiche popolazioni germaniche e i coloni del Nuovo Mondo, esercitarono un fascino enorme sul pubblico americano.
Il mito della frontiera unisce dunque i coloni del Nuovo Mondo ai germani e ai celti. Come ha scritto Michele Tetro (in Robert Howard e gli eroi della valle oscura, 2028) “l'identificazione tra il barbaro teutonico e il rude pioniere americano, entrambi forti, indipendenti e fedeli alla loro eredità naturale, non potrebbe essere più completa”. Anche S.T. Joshi, analizzando le lettere che Howard scrisse a Lovecraft, concorda sul fatto che nell’autore texano la nozione di frontiera fosse intimamente fusa con la sua concezione di barbarie.
Nella concezione storica di Howard, ogni civiltà è destinata a decadere e poi a scomparire, sopraffatta da popolazioni più giovani e integre. I barbari, a loro volta, fonderanno regni , si civilizzeranno e poi decadranno, sostituiti da altre popolazioni, all'infinito . Si tratta di una prospettiva palingenetica, pienamente espressa nel saggio storico-fittizio L'era hyboriana.
Insomma, Conan è alla fin fine un figlio del Vecchio West, un uomo di frontiera, come lo definì a suo tempo Salvatore Proietti. Vagando per il mondo hyboriano immaginario, “proprio come i pionieri del Vecchio West che si spostavano verso ovest o i cowboy che percorrevano le vaste pianure del Texas di frontiera prima che la terra venisse recintata”, egli è “una versione alternativa dell'eroe americano di frontiera in un'ambientazione fantastica” (Günther) .
Robert Howard era orgoglioso di essere un uomo del West ed era completamente immerso nella sua simbologia. Fin da giovane aveva coltivato un grande interesse per la storia, le leggende e i personaggi della Frontiera, e possedeva una conoscenza approfondita della storia del Texas, appresa non solo dai libri, ma anche dall'esperienza diretta. L'interesse di Howard e il suo coinvolgimento personale con la Frontiera e le storie dei pionieri che la colonizzarono emergono chiaramente in molte pagine delle memorie di Novalyne Price. Ad esempio, Price ricorda come Howard non mancasse mai, quando passava da casa sua, di chiacchierare con “Mammy”, la nonna ultrasettantenne di Novalyne, per sentirla raccontare gli eventi a cui aveva assistito e apprendere le storie, le leggende e i canti popolari che essa conosceva.
Agli inizi del XX secolo, lo spirito della frontiera era ancora molto vivo in Texas, e non era raro incontrare persone che, in gioventù, avevano fatto la storia (o la leggenda) del West. In una lettera a H.P. Lovecraft, Howard ricorda una serie di persone che aveva incontrato a San Antonio:
San Antonio è piena di gente dei vecchi tempi: anziani sceriffi, mandriani, allevatori di bestiame, cacciatori di bufali e pionieri. Non c'è posto migliore per uno che desideri ottenere informazioni di prima mano sulla frontiera. La proprietaria delle stanze che avevo affittato, ad esempio, era un’anziana pioniera che aveva vissuto in un ranch nel pieno della “guerra dei recinti” nella contea di Brown; e nella strada dietro casa sua viveva un anziano signore che aveva risalito la pista di Chisholm negli anni '80, aveva piazzato trappole per animali selvatici sulle Montagne Rocciose, aveva dato una mano nella caccia a Toro Seduto ed era stato sceriffo ai tempi selvaggi del Kansas occidentale. Vorrei avere tempo e denaro per dedicare un anno a cercare tutti queste persone in giro per lo stato e ascoltare le loro storie.
In un altra lettera Howard ricorda di aver sentito racconti di prima mano sulla vita dei pionieri fin dall'infanzia. Nella sua biografia dello scrittore texano (Dark Valley Destiny: The Life of Robert E. Howard, 1983), De Camp descrive l'influenza che Fanny McClung Adamson, detto “zio Cue”, ebbe sul giovane Robert e come i suoi aneddoti sul ruolo che egli ebbe nella colonizzazione e nello sviluppo del Sud-ovest influenzarono l'interesse del nipote per la frontiera, un interesse che lo accompagnò per tutta la vita.
Alla fine dei primi decenni del XX secolo, il mito e l'immaginario del Vecchio West erano già stati ampiamente mediatizzati. A partire almeno dai romanzi di James Fenimore Cooper fino ai Dime Novels, i popolari romanzi d'avventura della seconda metà dell'Ottocento, una vasta produzione letteraria aveva accompagnato l'epopea del West quasi in tempo reale, narrandola e trasformandola in un mito. Un mito che il cinema del nuovo secolo avrebbe saldamente radicato nell'immaginario collettivo.
Anche Daniel Weiss (nel suo articolo ““Robert E. Howard’s Barbarian and the Western. A Study of Conan Through the West and the Western Hero”, 2013) riconosce la stretta relazione tra i racconti di Conan e l'immaginario del Vecchio West; egli esamina diversi romanzi western ed esplora il loro rapporto con Conan e le sue storie, soffermandosi su alcuni elementi chiave ricorrenti presenti sia nelle narrazioni western che nelle storie di Conan:
idee relative alla mascolinità e al corpo, concezioni della legge e della giustizia i cui esiti sono radicati nella violenza, nozioni di progresso che delineano tensioni tra libero arbitrio e desiderio individuale, tra dominio e destino e tra concezioni della civiltà e della barbarie dall’altro (inclusa anche la tensione tra mondo naturale e desiderio umano di appropriazione economica).
Secondo Weiss, le storie di Conan traggono origine dal genere western e si intersecano con esso; è proprio questa relazione a definire le radici della popolarità e dell'importanza di Conan nella cultura americana.
L'esperienza howardiana del Texas e la genesi di Conan
Quanto sottolineato da Weiss è indubbiamente vero; tuttavia, la genesi di Conan non può essere ridotta a una riscrittura di modelli derivati dalla letteratura, soprattutto se si considera il disprezzo di Howard per il racconto western, ripetutamente espresso nelle sue lettere. Ad esempio, in una lettera a Lovecraft del febbraio 1931, scrive:
Quando gli uomini iniziarono a scrivere del West, lo fecero per sfruttarne gli aspetti più vistosi a fini sensazionalistici. Da qui è nato il mito del “cowboy”, il mito del “Selvaggio West” – una distorsione assolutamente criminale della crescita letteraria della regione. Tradizioni che hanno trasformato in una volgare barzelletta quello che avrebbe dovuto essere uno degli eventi più vitali e stimolanti della storia americana. […] I veri buoni scrittori, con poche eccezioni, evitavano il racconto western per non essere etichettati come autori di romanzi da quattro soldi.
Infatti, come scrisse Lovecraft nel suo necrologio per Howard, nella costruzione dei suoi personaggi egli “traeva sempre qualcosa dalla propria esperienza e dalla propria conoscenza della vita piuttosto che da uno sterile erbario fatto di piante essiccate”. Ciò è confermato da Novalyne Price, la quale ricorda che Howard parlava dei personaggi dei suoi racconti – e in particolare dei suoi racconti western – come di “personaggi reali, in carne e ossa, che egli conosceva personalmente”.
La genesi di Conan è strettamente legata alla vita di Howard e al fatto che fosse uno scrittore texano. De Camp nella sua biografia di Howard, non solo osserva “il Cimmero incarna tutti gli attributi che il suo creatore più ammirava”, ma va oltre: la creazione di Howard è intrinsecamente legata al Texas e radicata nella sua esperienza diretta del Texas rurale durante il boom petrolifero. Lo riconosce lo stesso Howard in una lettera dei primi del 1935 indirizzata ad Alvin Earl Perry: “Conan è semplicemente cresciuto nella mia mente qualche anno fa, mentre mi trovavo in una piccola città di confine sul basso Rio Grande. Non l'ho creato consapevolmente. È semplicemente emerso dall'oblio, già adulto, e mi ha spinto a scrivere la saga delle sue avventure”. In una celebre lettera indirizzata a Clark Ashton Smith datata 23 luglio 1935, Howard sembra confermare che Conan si ispirò a personaggi ricorrenti nell'ambiente texano:
Potrebbe sembrare assurdo associare il termine “realismo” a Conan; ma in realtà – avventure soprannaturali a parte – è il personaggio più realistico che abbia mai creato. È semplicemente una combinazione di diversi uomini che ho conosciuto, e credo che sia per questo che mi è parso come se emergesse già adulto nella mia coscienza quando ho scritto il primo racconto della serie. Qualche meccanismo nel mio subconscio ha preso le caratteristiche dominanti dei vari pugili, pistoleri, contrabbandieri, prepotenti dei giacimenti petroliferi, giocatori d'azzardo e onesti operai con cui ero entrato in contatto , e, combinandole, ha prodotto l'amalgama che chiamo Conan il Cimmero.
Le pagine dei racconti non fantastici di Howard, così come i suoi scritti autobiografici e in particolare il suo romanzo semi-autobiografico Il deserto e le querce stellate, sono pieni di pugili, pistoleri e altri simili personaggi.
Per concludere, in che misura la creazione dei personaggi e delle ambientazioni dei racconti di Howard è debitrice verso le forme e gli stereotipi della narrativa western e la mitizzazione attuata dai racconti orali? E in che misura, invece, è dovuta all’esperienza del profondo Texas vissuta da un ragazzo cresciuto a Cross Plans all'inizio del ventesimo secolo e alla sua conoscenza della storia della frontiera?
È un nodo difficile da sciogliere, se è vero che – come ci insegnano filosofi come Ricoeur e psicologici come Bruner – i modelli attraverso i quali organizziamo la nostra esperienza sono in realtà sempre narrativi; agli inizi del ‘900, inoltre, l'espansione ad ovest era già stata mitizzata attraverso la letteratura, il cinema – e anche la tradizione orale –, e le opere di narrativa western creavano la copertura ideologica di questa espansione e ne condizionavano l'interpretazione. Persino in un grande maestro della narrativa fantastica come Howard il confine tra realtà e finzione è spesso indecidibile.












