C’è un momento preciso in cui ci si rende conto che il paesaggio culturale attorno a noi è cambiato con una lenta dissolvenza. Per la prima volta dopo decenni, i set di due dei franchise più longevi, influenti e identitari della storia della fantascienza televisiva si sono spenti contemporaneamente.
Da un lato dell’Atlantico, la BBC e i suoi partner di produzione hanno congelato il viaggio del TARDIS. Doctor Who entra in un periodo di pausa a ventun anni dal memorabile rilancio del 2005, quando Russell T Davies e Christopher Eccleston riportarono il Signore del Tempo sul piccolo schermo, dimostrando che l’esplorazione del tempo e dello spazio aveva ancora una voce potente nel XXI secolo. Dall’altro lato, nelle strutture produttive nordamericane, non c’è più nemmeno un set aperto dedicato a Star Trek. È un evento straordinario se si pensa che negli ultimi undici anni, a partire dall’annuncio e dal successivo debutto di Star Trek: Discovery nel 2017, l’universo creato da Gene Roddenberry ha vissuto una vera e propria rinascita espansiva, una specie di “rinascimento nello streaming” con produzioni simultanee, cartoon, spin-off e molteplici equipaggi in volo tra le stelle.
Certamente, gli appassionati vedranno ancora il frutto del lavoro svolto negli ultimi anni: le due ultime stagioni di Star Trek: Strange New Worlds e la seconda e conclusiva di Starfleet Academy offriranno ancora una riserva d’aria per i mesi a venire. Ma la realtà produttiva è inequivocabile: la macchina delle idee si è fermata. Non si girano nuove scene. I ponti di comando sono al buio, e l'iconica cabina telefonica blu riposa in magazzino.
Non si tratta, tuttavia, di un evento privo di precedenti. La storia della fantascienza è fatta di maree, di flussi e riflussi in cui il favore del pubblico e le priorità dei network si scontrano con i costi di produzione e la saturazione dei linguaggi. Se guardiamo indietro, scopriamo che il silenzio di oggi è già stato vissuto nel passato..
Nel 1989, al termine della ventiseiesima stagione della serie classica, la BBC decise di sospendere la produzione di Doctor Who. Quello che doveva essere un semplice intervallo si trasformò in una traversata del deserto durata ben quindici anni. Con la sola eccezione del coraggioso ma sfortunato film TV del 1996 con Paul McGann, un tentativo americano di rilevare il franchise che rimase un episodio pilota isolato. Il Dottore rimase un fantasma confinato ai romanzi per appassionati, agli audio drammi della Big Finish e alle riproduzioni VHS. Fu un'epoca di preservazione sotterranea, in cui la fiammella venne tenuta accesa da una comunità che rifiutava di far morire il mito.
Se analizziamo il percorso di Star Trek, i periodi d'assenza della serie regolare sul piccolo schermo dipingono un quadro ancora più emblematico di come la televisione abbia alternato entusiasmo e disinteresse verso il futuro. 3 giugno 1969 – 15 settembre 1973: Dopo la cancellazione di Star Trek: The Original Series al termine della terza stagione, la NBC chiuse i battenti sull'Enterprise. Il franchise sopravvisse unicamente grazie alle repliche in syndication, che crearono il primo vero fenomeno di fandom moderno, culminando nel breve ritorno in cartoon, Star Trek: The Animated Series.12 ottobre 1974 – 28 febbraio 1987 (Circa 12 anni e 4 mesi): Con la fine della serie animata, Star Trek scomparve dalla televisione per oltre un decennio. Fu un’assenza paradossale: mentre il franchise conquistava i botteghini cinematografici sulla scia del successo di Star Wars con la saga di film iniziata nel 1979 (The Motion Picture), la dimensione seriale domestica rimase congelata fino al 1987, anno in cui il debutto di Star Trek: The Next Generation rivoluzionò la syndication americana. 13 maggio 2005 – 24 settembre 2017 (Circa 12 anni e 4 mesi): La cancellazione di Star Trek: Enterprise segnò il punto di minima udienza e la saturazione da over-exposure dopo quasi vent'anni di produzioni ininterrotte (da TNG a DS9 e Voyager). Per oltre dodici anni, la Flotta Stellare abbandonò il formato episodico televisivo. Anche in questo caso, il marchio sopravvisse al cinema attraverso il reboot dell'Universo Kelvin firmato da J.J. Abrams (2009, 2013, 2016), prima che la rivoluzione delle piattaforme streaming riaprisse le porte della TV con Discovery.
Oggi ci troviamo di fronte a una coincidenza temporale inedita: la sovrapposizione esatta delle pause dei due giganti. La contemporaneità dello stop crea un vuoto narrativo per milioni di fans. Per comprendere la portata di questo vuoto, non basta contare le ore di palinsesto lasciate scoperte; occorre analizzare la natura del DNA narrativo che questi due pilastri hanno offerto per decenni.
Per comprendere la ciclicità della sua presenza televisiva, occorre esplorare nel dettaglio la tormentata storia produttiva di Star Trek. Il franchise di Gene Roddenberry non è mai stato un percorso lineare di successi ininterrotti, ma una sequenza di cadute drammatiche, resistenze del fandom e clamorose ripartenze. 1969: La cancellazione di TOS e la nascita del Fandom Dopo solo tre stagioni costellate da tagli di budget e spostamenti nell'infausta fascia oraria del venerdì sera (Friday night death slot), la NBC cancella la serie originale. Nonostante le proteste guidate da fan storici come Bjo Trimble (che organizzarono la prima campagna di lettere della storia della TV), l'Enterprise viene messa in disarmo. Ma è nelle repliche locali in syndication che la serie diventa un cult globale, dimostrando un potenziale commerciale inatteso. 1978–1979: L'aborto di Phase II e il balzo al Cinema A metà degli anni '70, la Paramount tenta di lanciare un proprio network televisivo (PTC) incentrato sulla nuova serie Star Trek: Phase II. La sceneggiatura del pilota è pronta, le scenografie sono costruite e il cast riassemblato (senza Leonard Nimoy). Tuttavia, il travolgente successo cinematografico di Star Wars (1977) spinge la Paramount ad azzerare il progetto televisivo per riciclare set e idee nel blockbuster Star Trek: The Motion Picture (1979). 1987–2005: La Golden Age della Syndication e la saturazione Con The Next Generation (1987), Roddenberry aggira i grandi network e vende la serie direttamente alle stazioni locali. È un successo finanziario gigantesco che apre la strada a diciotto anni ininterrotti di televisione: Deep Space Nine (1993), Voyager (1995) e infine Enterprise (2001). Ma l'accumulo di centinaia di episodi, unito alla nascita del sfortunato network UPN, porta all'inevitabile logoramento della formula. 2017–Oggi: La svolta dello Streaming e il presente Dopo dodici anni di assenza dal piccolo schermo (interrotti solo dalla parentesi cinematografica Kelvin di J.J. Abrams), CBS sceglie Star Trek: Discovery per lanciare la piattaforma streaming CBS All Access (poi Paramount+). Segue un'esplosione di contenuti (Picard, Lower Decks, Prodigy, Strange New Worlds). Il recente stop della produzione segna la fine di questa imponente seconda fase di espansione streaming.
Per quale motivo la pausa simultanea di Star Trek e Doctor Who provoca un senso di smarrimento così profondo tra gli amanti del genere? La risposta risiede nella specifica matrice filosofica e concettuale che queste due opere condividono. Sono entrambe incarnazioni di quella che possiamo definire fantascienza “positivista”: un modello di narrazione speculativa fondato sul valore dell'esplorazione, sulla fiducia nell'intelletto umano e, soprattutto, sull'idea che l'Ignoto non sia una minaccia da distruggere, ma un’opportunità di comprensione.
Sia il Dottore sia gli equipaggi della Flotta Stellare affrontano l'universo senza la paranoia dell'invasione imminente.
In Star Trek, la nave spaziale non è un incrociatore da battaglia progettato per la conquista, ma un laboratorio volante guidato da un mandato primario di ricerca scientifica e contatto diplomatico. La risposta federale alla diversità aliena è sintetizzata dal concetto vulcaniano di IDIC (Infinite Diversity in Infinite Combinations – Infinita Diversità in Infinite Combinazioni). La diversità biologica, culturale e filosofica viene vista come la pietra angolare dell'evoluzione sociale. L'Alieno non è il "Mostro" della tradizione horror o della fantascienza militare degli anni Cinquanta, ma un interlocutore con cui trovare un terreno comune attraverso il rispetto della Prima Direttiva.
In Doctor Who, questa filosofia assume una forma ancora più radicata e personale. Il Dottore è un eroe rivoluzionario e atipico: non impugna armi da fuoco, non risponde alla violenza con la forza bruta e viaggia attraverso il tempo e lo spazio armato unicamente di un cacciavite sonico, uno strumento di costruzione e riparazione, mai di distruzione, e di una mente sconfinata. La celebre massima attribuita all'era di Steven Moffat riassume la quintessenza del personaggio: “Never be cruel, never be cowardly. Remember – hate is always foolish, and love is always wise.” Il Dottore vince le sue battaglie curando la curiosità, smascherando l'intolleranza e ricordando agli esseri umani che anche l'individuo più insignificante può cambiare il destino del cosmo.
Entrambe le opere sono nate come atti di coraggio politico. Quando Gene Roddenberry presentò il ponte di comando dell'Enterprise nel 1966, vi inserì un equipaggio multietnico in piena Guerra Fredda: un ufficiale russo (Chekov), un pilota asiatico (Sulu), un primo ufficiale alieno (Spock) e una donna nera responsabile delle comunicazioni (Uhura).
Allo stesso modo, Doctor Who ha costantemente abbattuto le barriere sociali e culturali britanniche, trasformandosi da programma educativo per ragazzi a manifesto di diversità, celebrando l'eccentricità e accogliendo identità di genere, orientamenti affettivi e prospettive neurodivergenti molto prima che il mainstream televisivo ne facesse una prassi aziendale.
Mentre Star Trek articola la sua etica attraverso la cooperazione di istituzioni e diplomatici, Doctor Who affida la responsabilità morale del cosmo a un unico individuo multiforme. Dal rilancio del 2005, l'evoluzione morale del Signore del Tempo si manifesta attraverso le varie rigenerazioni della "Nuova Serie", riflettendo le ferite individuali e i dilemmi dell'epoca contemporanea.
Il Dottore del 2005 nasce dalle ceneri della Guerra del Tempo. È un veterano segnato da un disturbo da stress post-traumatico, avvolto in un giubbotto di pelle nera che somiglia a un'armatura emotiva. La sua etica è viscerale, spigolosa e guidata dalla rabbia per la distruzione del suo pianeta natio, Gallifrey. Il suo percorso morale si compie quando rifiuta di sterminare i Dalek a costo di distruggere la Terra, pronunciando la frase fondamentale che ne definisce la rinascita: "Coward, any day." (Un vigliacco, tutta la vita).
Affascinante, romantico e appassionato, il Decimo Dottore maschera il trauma sotto una maschera di giovanile entusiasmo. Tuttavia, la sua etica rivela crepe inquietanti. Più comprende il proprio potere solitario, più scivola verso un pericoloso complesso del messia. Il vertice di questa parabola si tocca nell'episodio The Waters of Mars, dove si proclama "Time Lord Victorious", imponendo la propria volontà sulle leggi stesse della fisica temporale prima di comprendere, in un brivido di terrore, di essere diventato un mostro.
Nascosto dietro un papillon, dotato di naturale eccentricità e un'energia apparentemente infantile, l'Undicesimo Dottore porta il peso di un'età millenaria. La sua etica si fa fiabesca e mitologica: non è più soltanto un viaggiatore, ma una leggenda che incute terrore nei nemici con la sola menzione del proprio nome. È l'incarnazione della solitudine cosmica che cerca di proteggere gli innocenti trasformando la realtà in una favola, ma affronta anche il prezzo di essere diventato un'arma di distruzione di massa culturale.
Con un volto più maturo e uno sguardo severo, il Dodicesimo Dottore inizia il suo viaggio ponendosi una domanda diretta: "Am I a good man?" (Sono un uomo buono?). Spogliatosi dell'affettazione giovanile delle incarnazioni precedenti, affronta la morale senza sconti. Il suo arco avventuroso culmina nella difesa intransigente della gentilezza come dovere primario: non si combatte per vincere, ma perché è la cosa giusta da fare. Il suo monologo contro la guerra in The Zygon Inversion resta uno dei vertici del pensiero pacifista televisivo.
Prima incarnazione femminile del personaggio, il Tredicesimo Dottore cerca di ripristinare un senso di famiglia e cooperazione orizzontale (la "Fam"). La sua etica torna a concentrarsi sull'inclusione, sull'empatia attiva e sulla meraviglia scientifica, pur dovendo fare i conti con le rivelazioni cosmiche sul "Bambino Senza Tempo" (The Timeless Child), che riscrivono la sua stessa identità senza però scalzarne il mandato morale.
Con il ritorno di David Tennant nei panni del Quattordicesimo Dottore e il successivo debutto di Ncuti Gatwa come Quindicesimo, la serie introduce un concetto etico rivoluzionario: la bi-rigenerazione e la necessità del riposo emotivo. Per la prima volta, il Dottore riconosce che per continuare a salvare l'universo occorre prima elaborare il lutto e curare la propria mente. Il Quindicesimo Dottore incarna così una nuova forma di etica: una gioia contagiosa, fluida, aperta alle emozioni e radicata nella ferma convinzione che la vulnerabilità sia la più grande forza dell'universo.
Spente le luci sui set di queste serie il panorama seriale che ci si presenta è variegato, i grandi successi di pubblico e critica degli ultimi anni delineano i contorni di un mondo narrativo cupo e claustrofobico, esaminiamo alcune di queste serie. Fallout: La trasposizione televisiva del celebre videogioco mostra un mondo devastato dall'olocausto nucleare, dove la società si è frantumata in enclave egoiste, sette militariste e comunità sotterranee ingenue. La violenza è grottesca, onnipresente e brutalmente normalizzata. The Last of Us: Altra trasposizione da videogioco. Una pandemia fungina ha spazzato via la civiltà, riducendo l'umanità a piccoli nuclei di sopravvissuti disposti a compiere le peggiori atrocità etiche pur di guadagnare un altro giorno di vita. L'Altro non è un potenziale alleato, ma un'infezione o un predatore. Silo: L’origine è letteraria (i romanzi Wool, Shift e Dust di Hugh Howey). Gli ultimi resti della razza umana vivono all'interno di un gigantesco edificio sotterraneo di centoquarantaquattro piani, senza sapere chi lo abbia costruito né cosa ci sia davvero all'esterno. La verità è nascosta da un regime burocratico e repressivo; la paranoia istituzionale è l'unica strategia di sostentamento. Star Wars: Andor: Perfino all'interno della saga di Star Wars, storicamente legata al genere Space Fantasy, l'opera di maggior prestigio critico recente è una storia spietata, sporca e priva di cavalieri Jedi. Andor esplora i compromessi morali, la tortura, la burocrazia oppressiva e le zone d'ombra etiche necessarie per alimentare una ribellione contro un regime fascista.
Viene spontaneo, dunque, considerare come (almeno nelle produzioni seriali) la fantascienza non ha mai parlato davvero del futuro ma del presente in cui viene scritta. Le navi spaziali, gli alieni e i viaggi nel tempo sono allegorie e lenti d'ingrandimento per esaminare le ansie, le speranze e le tensioni socio-politiche dell'epoca di produzione. Per comprendere il motivo per cui la fantascienza "positivista" cede il passo al "pessimismo", occorre esaminare lo “Spirito del Tempo” che ha accompagnato le diverse stagioni del genere.
Quando Star Trek e Doctor Who mossero i primi passi negli anni Sessanta, il mondo attraversava trasformazioni profonde. Nonostante l'ombra cupa della Guerra Fredda e il rischio della crisi dei missili di Cuba, la percezione generale del futuro era permeata da una forte spinta verso il superamento dei limiti umani: con la corsa allo spazio l'uomo stava letteralmente staccandosi dalla Terra. La conquista della Luna non era soltanto una dimostrazione di forza geopolitica, ma la prova tangibile che la scienza e la tecnologia potevano spalancare nuove frontiere prima inimmaginabili. Era anche il periodo della ricostruzione e del boom economico con l'Occidente che viveva un periodo di crescita senza precedenti, con la profonda convinzione che le generazioni future avrebbero goduto di un benessere materiale e culturale superiore a quello dei propri padri. E non vanno dimenticate le lotta per i diritti civili in cui i movimenti di emancipazione dimostravano che le ingiustizie storiche potevano essere affrontate e superate attraverso la mobilitazione etica e politica. In questo clima culturale, il futuro ideato da Roddenberry o le avventure temporali del Dottore apparivano come estrapolazioni logiche del presente: un domani in cui la povertà, le guerre e le discriminazioni sarebbero state definitivamente debellate grazie alla razionalità e alla cooperazione.
Oggi la prospettiva si è ribaltata. Il pubblico e gli autori del XXI secolo vivono immersi in una percezione di crisi permanente e interconnessa. Per la prima volta nella storia moderna, le nuove generazioni non vedono il futuro come un luogo di progresso, ma come uno scenario di deprivazione, catastrofe ambientale e scarsità di risorse. L'idea di "espansione" è sostituita dall'ansia del collasso degli ecosistemi. Il sogno del nuovo ordine mondiale e della cooperazione globale si è infranto contro il riemergere di conflitti nazionalisti, guerre di aggressione e democrazie fragili. La diplomazia appare spesso impotente, riflettendosi nell'incapacità delle storie speculative di immaginare istituzioni benefiche come la Federazione Stellare. Infine, se negli anni '60 il computer era lo strumento che permetteva il calcolo della rotta verso le stelle, oggi la tecnologia è percepita con sospetto. L'automazione, gli algoritmi di sorveglianza e le intelligenze artificiali generative alimentano la paura della disoccupazione, della disinformazione e della perdita di controllo sull'essenza stessa dell'umano.
Di fronte al silenzio temporaneo dei set di Doctor Who e Star Trek e alla contemporanea egemonia della distopia, sarebbe facile cedere a un giudizio sconfortato, decretando la fine dell'umanesimo speculativo. Ma la storia dei media e dei linguaggi narrativi ci insegna che la cultura funziona per oscillazioni pendolari.
Le pause produttive dei grandi franchise non sono quasi mai dei certificati di morte semmai possono essere considerati periodi di maggese. Proprio come un terreno agricolo ha bisogno di riposare per rigenerare i propri nutrimenti dopo anni di raccolti intensivi, così le grandi saghe narrative necessitano di periodi di fermo per liberarsi della stanchezza delle formule ripetute, della saturazione da merchandising e della pigrizia della continuità fine a se stessa.
Il fatto che produzioni come Star Trek: Strange New Worlds continuino a registrare un grande riscontro di pubblico dimostra che la fame di una narrazione ottimista, avventurosa e ricca di empatia non è mai scomparsa. È semplicemente repressa da una fase contingente del gusto globale.
L'umanità non può nutrirsi a lungo soltanto di macerie, bunker e paranoie. La distopia è uno strumento utile per denunciare i rischi del presente, ma non offre una meta verso cui camminare; mostra da cosa dobbiamo fuggire, ma non indica dove andare.
Vogliamo credere che i set oggi vuoti e bui torneranno a riempirsi. Le luci di scena si accenderanno nuovamente sui ponti di comando e le pareti del TARDIS torneranno a vibrare. Magari accadrà quando la società, stanca di guardare il fango delle proprie paure, sentirà di nuovo il bisogno viscerale di alzare gli occhi verso il cielo notturno, non per temere ciò che potrebbe cadere dall'alto, ma per cercare, tra le stelle, la versione migliore di se stessa.














