- Il fastidio è una relazione
- Il fastidioso funzionale
- Il fastidioso di scena
- Il fastidioso specchio
- Variante politica: il fastidioso che ha ragione
- I limiti del fastidio
- I cinque centesimi di Joe
Joe Chip, all’inizio di Ubik, è al verde e deve aprire la porta di casa ma, per riuscirci, la porta gli ricorda che deve infilare una moneta da cinque centesimi nell’apposita fessura. Ovviamente Joe non ha quei soldi e si mette a discutere. La porta gli ricorda gli impegni contrattuali sottoscritti compreso l’obbligo di pagare. Ma con la porta chiusa noi lettori non avremmo superato nemmeno il capitolo 3 del libro e quindi facciamo il tifo per Joe anche se, dai come fa a non avere nemmeno quei maledetti cinque centesimi!?
È una scena fastidiosa. E il fastidio non viene dalla porta, viene da Joe Chip: un disgraziato che fa perdere tempo a noi lettori interessati a scoprire cosa diavolo sia questo “ubik”.
Naturalmente tutto questo Philip Dick lo sapeva benissimo: il fastidio va alimentato costantemente come un fuoco sacro, è uno dei motori narrativi più importanti di buona parte della fantascienza e non solo.
Il fastidio è una relazione
La prima cosa da chiarire è che il fastidio non è una caratteristica propria del personaggio. Nessuno nasce fastidioso, nemmeno nella vita vera, alcuni non sono nemmeno consapevoli di essere fastidiosi. È il modo in cui si entra in relazione con il mondo che risulta fastidioso.
Una storia ha bisogno di conflitto. Senza conflitto non c'è narrazione. Il conflitto si può produrre in due modi: dall'esterno (con un antagonista, un disastro, un'invasione), oppure dall'interno, mettendo nel gruppo qualcuno che non funziona bene con gli altri. Il secondo modo è il più economico e il più “naturale”, perché non richiede di costruire nulla che non esista già nel mondo reale.
Basta un personaggio fastidioso e automaticamente abbiamo conflitto.
Il fastidioso funzionale
È quello che fa la cosa sbagliata e la trama parte.
Dennis Nedry in Jurassic Park è un esempio calzante. È viscido, sudato, lamentoso, sottopagato e lo dice a chiunque. Sabota il sistema di sicurezza del parco per rubare embrioni. Senza Nedry cosa sarebbe Jurassic Park? Un documentario sulla gestione di un parco a tema dinosauri. La sua funzione è aprire le gabbie. Il dottor Mann in Interstellar falsifica i dati del suo pianeta perché non vuole morire da solo. L’androide Ash in Alien viola la quarantena e fa salire a bordo Kane con il facehugger attaccato alla faccia.
Questo tipo è il più semplice e, secondo me, anche il meno interessante perché il fastidio è puramente “meccanico”. Serve qualcuno che rompa una regola, e si costruisce un personaggio con la propensione a romperla.
Su questa prima categoria però va detta una cosa che mi ha messo in difficoltà mentre la scrivevo. Provate a immaginare un Nedry simpatico: spiritoso, benvoluto, magari con una buona ragione per fare quello che fa. Ruba gli embrioni lo stesso, i dinosauri escono lo stesso, il film è identico. Il suo essere viscido e lamentoso è vernice stesa sopra una funzione di trama che esisterebbe comunque.
Con Ash è ancora più evidente, tanto che l'ho tenuto qui pur sapendo che stona: Ash non è fastidioso per niente. È cortese, misurato, professionale. Esegue ordini della compagnia che nessuno a bordo conosce. Non è un personaggio irritante, è un antagonista sotto copertura.
Il che vuol dire che in questa categoria il vero motore non è il fastidio, è l'interesse divergente. Il fastidio è separabile: lo togli e la storia funziona uguale.
Il fastidioso di scena
È quello che non fa partire niente, ma senza il quale non ci sarebbero scene.
Lambert, sempre in Alien, a cosa serve dal punto di vista narrativo? Va in panico, piagnucola, dice a tutti che moriranno. È il personaggio che il pubblico vorrebbe buttare fuori dall'astronave e infatti nelle discussioni sul film è quello più maltrattato. Ma provate a togliere Lambert dall'equipaggio: restano cinque persone ragionevoli che affrontano un problema. Che noia.
Il dottor Kelvin, quando arriva sulla stazione in orbita attorno a Solaris, trova Snaut: un uomo che non gli spiega niente, non collabora, risponde a mezze frasi. Ogni informazione va estratta a fatica. Quel fastidio è la struttura stessa del romanzo. Lem ha costruito un libro sull'impossibilità di comunicare e ha messo l'impossibilità di comunicare già dentro la prima conversazione tra due esseri umani.
Il fastidioso specchio
È il più difficile da scrivere (ed è quello che mi interessa di più). Non è irritante perché è sbagliato. È irritante perché ci somiglia.
Qui torniamo a Dick, che su questo tipo di personaggi ha lavorato moltissimo. I protagonisti dickiani sono quasi sempre uomini in difficoltà economica, meschini, incapaci di gestire le proprie relazioni, perennemente in ritardo su qualcosa. Joe Chip senza cinque centesimi. Horselover Fat in Valis, che è Dick stesso sdoppiato, e che è insopportabile nel modo specifico in cui è insopportabile un amico che ti racconta per la quarta volta la sua teoria sull'universo.
La scelta non è ingenua. Dick scrive storie in cui la realtà si sgretola, e per farlo ha bisogno che il lettore, anche se non l’ammetterebbe mai, abbia qualcosa in comune con il protagonista. Così facendo la dissoluzione diventa quella di un mondo che potrebbe tranquillamente essere il tuo e non quello distante di un eroe perfetto.
Variante politica: il fastidioso che ha ragione
C'è un sottotipo che merita un discorso a parte, perché sposta la questione dalla narrativa a qualcos'altro.
All'inizio di Alien, prima che diventi il personaggio iconico che tutti conosciamo, Ripley è quella antipatica. Kane è là fuori con una cosa attaccata alla faccia, Dallas ordina di aprire il portello, e lei si rifiuta citando il protocollo di quarantena. Ventiquattr'ore, dice. È rigida, è burocratica, è quella che mette il regolamento davanti alla vita di un compagno.
Ha ragione e viene scavalcata comunque.
E qui c'è qualcosa che va detto, perché è l'eccezione a tutto quello che ho scritto finora. In ogni altro esempio di questo articolo il fastidio produce qualcosa: apre gabbie, riempie scene, incrina il terreno sotto il lettore. Ripley no. Ripley ha ragione e non succede niente. Il portello viene aperto sopra la sua testa, la storia prosegue esattamente come se lei non avesse parlato, e nessuno cambia idea.
Anzi, il dettaglio più crudele è che a scavalcarla è Ash. La persona che segnala il rischio viene neutralizzata da quella che ha un interesse divergente e lo tiene nascosto.
Il fastidio, insomma, è un motore solo quando il gruppo lo permette. Quando il gruppo lo schiaccia, diventa un'altra cosa: un segnale di quello che si poteva evitare, leggibile solo a posteriori. È il motivo per cui rivedere quella scena oggi, sapendo come finisce, fa un effetto completamente diverso da quello che faceva la prima volta al cinema.
Questo è il destino del whistleblower: chi segnala il rischio è fastidioso per definizione, perché il rischio non si è ancora verificato e il costo della prudenza è immediato mentre il costo dell'imprudenza è ipotetico. Il fastidio, in questi casi, è il modo in cui un gruppo etichetta chi sta rovinando la festa.
I limiti del fastidio
Quando il fastidio smette di funzionare? Quando non porta niente nell’economia della storia. Jar Jar Binks in Star Wars è un esempio classico non perché sia il più irritante, ma perché il suo fastidio non serve a nulla. Non ostacola, non rivela, non specchia. È fastidio senza un motivo, ed è per questo che il pubblico lo ha rifiutato con tanta violenza.
Un esempio molto istruttivo di quel che, a mio avviso, non bisognerebbe fare è Prometheus. Nel film il problema non è un personaggio fastidioso senza motivo, sono tutti quanti. Scienziati che si tolgono il casco su un pianeta sconosciuto, si perdono in un corridoio dopo aver mappato la struttura, accarezzano un serpente alieno. Qui il fastidio non è caratterizzazione, è pigrizia: servivano decisioni sbagliate per far avanzare la trama e sono state distribuite a caso.
I cinque centesimi di Joe
La scena del litigio con la porta ci fa capire una cosa importante: i personaggi non servono a farci compagnia. Noi volevamo sapere cosa fosse questo Ubik, e Dick ci mette davanti un uomo che ci fa perdere tempo per una monetina. Quel tempo sottratto però è essenziale. Un protagonista che ci somiglia nei momenti peggiori fa un lavoro che un eroe non può fare: ci impedisce di guardare la storia dall'esterno.
Poi certo, la porta ha comunque ragione su quei cinque centesimi.
C'era scritto nel contratto.












