Il rapporto tra la fantascienza e la cultura di massa è al centro della teoria sulla science fiction formulata da John Rieder, professore d’Inglese all’università delle Hawai, nel suo saggio Science Fiction and the Mass Cultural Genre System (2017). Lo studioso americano sottolinea come premessa alla sua teoria che esistono due sistemi di generi letterari, uno accademico, e che potremmo definire classico, e un secondo invece che si può definire di massa, legato alla commercializzazione su vasta scala della letteratura. Del primo sistema fanno parte generi quali l’epopea, la tragedia, la commedia, la satira e la lirica. Generi che da Aristotele in poi sono stati oggetto di studio da parte di accademici e studiosi e che di fatto hanno costruito le basi di quella che chiamiamo letteratura. Il secondo, invece, è scaturito a partire dall’Ottocento e con l’avvento della cosiddetta società di massa. Fanno parte di questo sistema generi quali l’horror, il fantasy, il western, il poliziesco e per l’appunto la fantascienza. Due sistemi che per Rieder non sono necessariamente in contrapposizione e neanche in un rapporto gerarchico tra di loro, con quello accademico in una posizione superiore a quello di massa. Piuttosto sono in continuo dialogo.

L’assunto della teoria di Rieder è che si deve guardare ai cambiamenti che avvengono a livello di sistema, piuttosto che quelli generati da un singolo romanzo. Prendiamo l’origine della science fiction a esempio. Non è importante individuare un romanzo come il Frankenstein di Mery Shelley come il primo di questo genere o pensare a “Amazing Stories” come la prima rivista su cui appare la fantascienza, ma chiedersi quali sono le cause che hanno permesso la nascita della fantascienza, in un punto di vista che sia storico. Così si può guardare al Frankenstein e ad altri romanzi simili come il frutto di un processo storico che portarono la scienza a diventare più centrale nella società dell’Inghilterra dell’inizio dell’Ottocento, in cui la Rivoluzione industriale era al suo apice. In un modo simile è l’avvento prima dei “Dime Novel”, le riviste a pochi cent che si vendevano nella seconda metà dell’Ottocento e la loro trasformazione nei “Pulp Magazine” d’inizio Novecento a creare un pubblico di lettori sempre più di massa, spostando la pratica della lettura dalle classi alte e abbienti a quelle povere e popolari e creando così un nuovo mercato. È qui che va ricercata la nascita della fantascienza, assieme ad altre concause come la seconda rivoluzione industriale che tanto in Europa quanto negli Stati Uniti formarono un nuovo pubblico. Un pubblico che per la fantascienza era formata da operai specializzati, ingegneri, inventori, scienziati, studenti e ricercatori.

La scolarizzazione sempre più massiccia, l’abbandono delle zone agricole a favore delle grandi città, le grandi invenzioni scientifiche e tecnologiche, lo sviluppo dell’industria legata alla stampa sono solo alcune delle altre concause che hanno determinato la nascita della fantascienza.

Il pubblico di lettori che si forma si trasforma anche in consumatori ed è qui che la teoria di Rieder sulla fantascienza prende corpo. Per il critico americano non è una lettura formalista di un romanzo, in cui si smonta il romanzo per cercare segni con cui attribuirlo a un genere letterario piuttosto che a un altro, la chiave per la sua teoria, ma il punto centrale è quello di mettere i lettori al centro e con lettori intendiamo un gran numero di persone che formano a vario titolo la comunità che ruota intorno al godimento della lettura di un romanzo di fantascienza. In altre parole, leggere un romanzo per scoprire che è situato in un tempo futuro, o che ci sia un’astronave, o perché il luogo in cui è ambientato è un esotico pianeta non è la strada giusta, ma quella che propone Rieder è chiedersi piuttosto se sono i semplici lettori a descrivere quel romanzo come di fantascienza, se è stato lo stesso autore ad affermare di aver scritto un romanzo di fantascienza, se un critico ha definito quel romanzo di fantascienza, se l’editore ha promosso il libro come di fantascienza, se i librai lo hanno collocato sullo scaffale insieme agli altri libri di fantascienza.

Se tutto ciò accade allora vuol dire che quel libro è anche in dialogo con altri libri di fantascienza, contemporanei o del passato. Significa anche che i generi della cultura di massa, quelli che per Rieder formano un nuovo sistema, sono anche loro in dialogo fra loro e contribuiscono a definire ciò che è fantascienza e ciò che non lo è, ma anche a mescolarsi fra di loro se i lettori, gli editori, i critici, gli editori e così via ne decretano l’appartenenza o meno a uno o più generi. A loro volta i generi della cultura di massa non sono scomparsi con i pulp magazine ma sono stati traghettati in nuovi mass media, si pensi all’avvento della serialità televisiva. Ovviamente ciò non toglie che un romanzo possa essere incluso non solo in più generi della cultura di massa, ma anche in generi classici e accademici. Si pensi, ad esempio, a quanti romanzi della cosiddetta fantascienza sociale tra la fine degli anni Cinquanta e tutti gli anni Sessanta siano stati definiti di satira, un genere per l’appunto classico e accademico. Ma, ci spiega Rieder, in passato il definire satira sociale un romanzo di fantascienza era fatto per dare un’area rispettabile alla fantascienza stessa, per associarla a un genere classico e accademico (la satira) che era degno di essere studiato e letto, a differenza della science fiction che non era degna di essere letta, se non da ragazzetti brufolosi. Rieder, invece, ci propone di leggere un romanzo di satira sociale e di fantascienza come dialogo fra due sistemi di generi, quello accademico e quello di massa.

Nel caso specifico della fantascienza, un genere può nascere perché uno scrittore o critico ne percepisce la presenza in molti romanzi e ne formula una definizione, ma resta nell’immaginario se poi tutti gli altri attori (editori, lettori, etc.) ne accettano nella pratica della lettura quella formalizzazione. Prendiamo il caso della space opera, un genere classico della science fiction. Il termine è stato creato dallo scrittore Wilson Tucker quando era un fan della fantascienza in un articolo su una fanzine, per etichettare un tipo di science fiction avventurosa, con trame che si basavano su eroi, che viaggiavano a borde di astronavi, spesso per salvare la damigella di turno. Storie che spesso si basavano su logore trame ricalcate dal più popolare genere western. Il termine “soap”, veniva, poi, dai radiodrammi sentimentali, molto in voga negli Stati Uniti dell’epoca, che erano sponsorizzati da imprese di detersivi.

Alcune foto di Leigh Brackett, in basso col marito Edmond Hamilton
Alcune foto di Leigh Brackett, in basso col marito Edmond Hamilton

Negli anni Settanta, il termine venne rivalutato dallo scrittore britannico Brian Aldiss e poi in seguito dall’editore Del Rey Books, che così etichettò vecchi romanzi della scrittrice Leight Brackett. Il genere si è così consolidato, diventano poi negli anni Ottanta e Novanta uno dei più popolari, arrivando persino a coniare nuove etichette parallele come “new space opera” per un vasto numero di opere di molte scrittrice e scrittori contemporanei.

Un genere quindi nato all’interno della comunità di fantascienza, accettato, letto, messo al centro di studi e ricerche e utilizzato da editori per promuovere altri scrittori. Tralasciamo qui anche l’utilizzo e la fortuna del temine in altri mass media, come la televisione (si pensi alla serie Star Trek) o al cinema (qui l’esempio più lampante è Star Wars).

Un caso contrario è a esempio quello del genere “slipstream”, coniato e definito dallo scrittore Bruce Sterling come un genere letterario che fonde la fantascienza con la letteratura mainstream, senza però affondare le sue radici nella scientificità tipica dei romanzi di science fiction. Un genere che ha avuto vita effimera, che non ha trovato complicità in altri scrittori, in critici, negli editori e nei lettori e che quindi è scomparso presto dai radar della comunità dei lettori.

La fantascienza è per Rieder, dunque, non tanto un insieme di testi con delle precise caratteristiche, da individuare e formalizzare, ma un modo di usare quei testi e di tracciare relazioni fra di loro. Il genere è costruito da tutti coloro che sono coinvolti nella produzione, distribuzione e consumo. È qui che il sistema della cultura di massa si differenzia da quello classico e accademico. Quest’ultimo è stato creato in modo astratto dagli studiosi della letteratura, il secondo è scaturito da chi la letteratura la scrive, la distribuisce e la legge. Un genere quindi è anche un processo storico, ben definito in un’epoca e che può tramontare o restare nel corso del tempo.