Colazione e Ken il guerriero era l'inizio giornata di tanti ragazzini cresciuti negli anni Ottanta, me compreso. La peculiarità di quella storia era l'ambientazione: la sigla iniziale cominciava dando le coordinate temporali (199X) e da lì in avanti il peggio era già accaduto. Noi non lo vedevamo ma l'umanità era sopravvissuta a una nuova guerra mondiale, combattuta con le bombe atomiche. La Terra era diventata un deserto arido in cui solo due cose contavano: l'acqua e la benzina. Per conquistarle o difenderle, i sopravvissuti ricorrevano a qualsiasi forma di violenza. Questo per dire quanto gli esseri umani siano capaci di imparare dai propri errori…

In quegli anni l’esposizione all’apocalisse post-atomica era sistematica. In piena guerra fredda, quando qualsiasi colpo di testa poteva significare la fine del mondo, tutti davamo per scontato che sarebbe andata così. Ci saremmo fatti fuori da soli. Già allora la fiducia nel genere umano era altissima!

Con il tempo quell'ipotesi è sedimentata.

Qualcuno molto cinico potrebbe far notare quanti problemi risolverebbe l'apocalisse. Là dove l’uomo ha fallito, il cataclisma non fallirà. Il traffico, per esempio, azzerato da un giorno all'altro. L’inquinamento. La natura che torna a conquistare i luoghi che le abbiamo sottratto per costruire supermercati e parcheggi.

Ho visto di recente una serie anime in cui scoppia un'apocalisse zombie. Il protagonista è il classico impiegato giapponese, costretto a turni massacranti e bevute con i capi fino a tarda notte. Quando scopre che non dovrà più andare al lavoro, non si chiede come farà a sopravvivere: stappa una birra e festeggia. È libero, finalmente, dal sistema produttivo che lo stava consumando. Viene da chiedersi chi sia più zombie: lui o i cadaveri che camminano per le strade di Tokyo?

È questa, credo, la chiave politica del genere. L'apocalisse fantascientifica segue la legge del caos, si scatena tra di noi e non guarda in faccia a nessuno. Essendo il frutto della nostra fantasia, naturalmente ci dice molto di noi: il tipo di fine del mondo che immaginiamo riflette sempre ciò che troviamo insopportabile nel presente. In alcuni casi, come per il povero impiegato giapponese che preferisce gli zombie al suo capo, il presente da cui vogliamo fuggire. E quindi gli zombie sono la massa consumatrice, il collasso nucleare è la nostalgia per una vita meno frammentata, il disastro climatico nei romanzi cli-fi è la critica a un sistema economico che sappiamo insostenibile ma che non riusciamo a smettere di alimentare.

L'apocalisse come fine dell’umanità è la forma di rivoluzione più estrema: non lavora per cambiare un sistema, ma per azzerarlo. Un reset alle origini, prima che tutto si rivelasse privo di un senso.

Ben diverso è il discorso nel caso ci siano dei sopravvissuti. In questo caso l’apocalisse nasconde una pericolosa insidia ideologica: l'idea di ricominciare da zero è spesso un impulso conservatore, regressivo. Il famoso “si stava bene quando non si aveva niente". Basta osservare chi sopravvive, nell'immaginario post-apocalittico: non i più saggi, ma i più violenti che si circondano di schiavi e ostaggi senza più Leggi a disturbare i loro più bassi istinti. Praticamente un paradiso fascista. L'apocalisse come fantasia di pulizia sociale, culturale, demografica, e che restituisce il mondo agli eletti sopravvissuti è un mito che, purtroppo, qualcuno tenta di mettere in pratica anche nella vita reale.

Eppure continuiamo a tornare lì.

Ogni volta che il presente diventa insostenibile, la fantascienza risponde immaginando la fine: è successo durante la guerra fredda, dopo l'undici settembre, durante la pandemia.

L'apocalisse è una fantasia di giudizio.

L'idea che il mondo come lo abbiamo costruito meriti di finire, e che da quelle macerie possa nascere qualcosa di diverso, o almeno di più sensato.

Il meteorite la cui orbita è confermata impatterà da qualche parte nei Caraibi, come aveva fatto all’epoca dei dinosauri. La differenza è che i dinosauri non se lo aspettavano. Noi sì, e da molto tempo. Almeno dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando un ragazzino si sedeva a colazione davanti a Ken Shiro e imparava, senza saperlo, a fare i conti con la fine del mondo.