Dark Star è stato il film d’esordio di John Carpenter (nato a Chartage, Stato di New York, nel 1948) e riguarda le vicissitudini di una astronave e di una bomba atomica intelligente e paranoica che ama discettare di filosofia e logica.

Il soggetto e la sceneggiatura sono di Carpenter (anche produttore) e Dan O’Bannon (anche attore e curatore degli effetti speciali) con un budget di 60.000 $, quindi di limitata entità. La colonna sonora, stile country, è “Benson, Arizona” (in questa città vi è attualmente una “Dark Star Road”) e la parte strumentistica è dello stesso Carpenter.

Il regista fin da ragazzo si innamorò dei film di fantascienza ed horror e spesso ricorda il suo primo film visto al cinema, il celeberrimo: Destinazione…Terra! di Jack Arnold (1953) che lo spaventò a tal punto da farlo uscire dalla sala; nel film Essi vivono! omaggerà la pellicola facendola comparire in una sgangherata Tv situata in una bidonville di Los Angeles.

Dark Star è un film del 1974, prodotto negli Usa e della durata di 83’, un’opera tra la fantascienza e la satira, che fa il verso a 2001: Odissea nello Spazio, il capolavoro di Stanley Kubrick uscito nel 1969. Infatti, in inglese, il titolo è: Dark Star: The Spaced Out Odissey. In Italia fu trasmesso la prima volta nel 1982 da Enrico Ghezzi su Rai3 nel programma Schegge di futuro.

Ma veniamo alla trama.

La Dark Star è una affusolata astronave (il modello fu disegnato da Ron Cobb inizialmente su un tovagliolo mentre pranzava!) del ventiduesimo secolo che viaggia a velocità relativistiche e che si trova da 3 anni nello spazio, mentre a Terra sono passati ben 20 anni.

Eseguendo qualche calcolo sul fattore di contrazione temporale di Lorentz si giunge al risultato che la Dark Star si muove a circa il 97% della velocità della luce.

I membri dell’equipaggio sono quattro: il tenente Doolittle (Brian Nerelle), lo strampalato sergente Pinback (Dan O’ Bannon, lo sceneggiatore di Alien di Ridley Scott del 1979), Boiler (Cal Kuniholm) e Talby (Dre Pahich) che sta sempre nella cupola di osservazione esterna, più l’ex comandante Powell (Joe Saunders), non più vivo ed ora (felicemente) criogenato, omaggio a un’opera di Philip K. Dick. Nel tempo libero gli astronauti si trastullano ascoltando musica country, fumando spinelli e compulsando foto e fumetti di ragazze nude o seriamente discinte.

Il compito della nave stellare è quello di distruggere – grazie a bombe atomiche intelligenti (“Thermostellar device”) – i pianeti potenzialmente pericolosi perché instabili e destinati ad andare quindi fuori orbita compromettendo così il processo di colonizzazione in atto da parte dell’umanità.

Il film corre sul piano della satira e lo fa ricordando anche un’altra grande opera di Kubrick e cioè Il dottor Stranamore. Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964).

Si scopre – ad esempio  che Pinback non è il vero sergente originale, ma un operaio preso per sbaglio alla partenza. È il più ironico dell’equipaggio e per questo è spesso preso di mira dai colleghi che non sembrano apprezzare molto la sua verve, il che risulta da una sorta di “video – diario di bordo” che l’equipaggio ha cura di onorare con ammirevole continuità ed inventiva dialettica.

I guai iniziano quando il campo elettromagnetico che accompagna una tempesta di meteoriti provoca un guasto al laser 17 di comunicazione che fa uscire la "bomba 20" che si posiziona per il lancio: solo l’intervento del computer di bordo, dal suggestivo nome di Priscilla (parodia di Hal di 2001), riesce a convincere l’ordigno, che alla fine rientra di malavoglia.

Poco dopo Pinback è impegnato in una caccia ad uno strano alieno (Nick Castler) che ha adottato come mascotte, una specie di palla ballonzolante con enormi mani al posto dei piedi, che fugge per tutta l’astronave cercando di fare fuori Pinback in un ascensore e provocando di nuovo un guasto al laser di comunicazione che riattiva la bomba 20 che fuoriesce, pronta a farsi esplodere, ma ancora una volta Priscilla riesce a convincerla a rientrare, cosa che bomba 20 fa, affermando però minacciosamente  che sarebbe stata “l’ultima volta”.

L’alieno con gli anni è divenuto un vero cult, soprattutto nella sequenza in cui tamburella nervosamente sul pavimento con le unghie della mano – zampa, guardando un topolino di gomma offertogli da Pinback.

Cfr.: https://www.youtube.com/watch?v=ZdChZZuutiQ

 

Per la cronaca l’alieno a forma di pallone aerostatico viene letteralmente sgonfiato –rimbalzando per reazione in tutta l’astronave – da un dardo sparatogli contro da Pinback che lo voleva solo anestetizzare.

Nel frattempo Talby cerca di riparare il guasto mentre la Dark Star si posiziona inquietantemente su un nuovo pianeta da distruggere. In realtà Talby danneggia ulteriormente il laser bloccando il sistema di sganciamento e questa volta la bomba si rifiuta di rientrare. Non resta che chiedere consiglio al comandante criogenato che, in un incredibile dialogo con il tenente, gli dice di parlare con la bomba, cosa che lui fa.

Doolittle viene quindi impegnato in un complesso dialogo metafisico sulla fenomenologia dell’esistenza. La bomba afferma cartesianamente che “penso quindi esisto” ed allora il tenente gli chiede di come faccia a fidarsi del suo apparato sensorio – e quindi anche dell’ordine di esplodere – visto che trasforma la realtà esterna in una cascata di segnali elettrici.

Il ragionamento sembra mettere in crisi l’ordigno che decide di rientrare di nuovo perché deve – come dice – “pensarci su”.

Cfr.: https://www.youtube.com/watch?v=F_zNvXiY5Us

 

Il computer di bordo nel frattempo comunica che tutto quello che è riuscito a fare è di confinare l’eventuale esplosione nucleare in un intorno dell’astronave. Mentre Doolittle cerca di rientrare – il dialogo con la bomba era avvenuto all’esterno – Talby viene però proiettato fuori dalla depressurizzazione e il tenente torna indietro e cerca di aiutarlo.

Però quando tutto sembra tornato a posto la bomba esce di nuovo fuori e giunge alla conclusione paranoica di essere l’unica cosa esistente nell’Universo, una specie di Dio destinato a portare la luce nel buio del cosmo, e così esplode al grido “E la luce sia!” (Let there be light!), mandando in mille pezzi la Dark Star ed uccidendo tutti tranne Talby e Doolittle, che erano all’esterno e che decidono di farla finita in maniera creativa mentre, nel frattempo l’ex comandante congelato se ne va in giro per lo spazio in una eterna rotazione ripetendo la frase  “le solite disfunzioni”. Talby viene catturato dalla gravità da un gruppo di asteroidi d’oro detti “della fenice” e quindi vagherà con loro per l’universo mentre Doolittle – con un rottame dell’astronav e – fa il surf verso la supernova accompagnato da una melodia country (e qui ricorda la gioiosa caduta del maggiore “Kong” a cavalcioni della bomba sventolante il suo cappello da cow boy, nel Dottor Stranamore).

 

Il film – girato inizialmente in tre anni (dal 1970 al 1972) – nasce da una tesi sperimentale di Carpenter e di O’Bannon, The Electric Dutchman, girata per la University of Southern California di Los Angeles dove i due erano studenti (come del resto George Lucas e Francis Ford Coppola) e dopo una causa vinta contro di essa fu distribuito commercialmente dallo stesso Carpenter, che lo portò dal formato amatoriale di 16 mm e di 45’ a quello professionale di 32 mm e ne ampliò la durata a 83’.

L’opera inizialmente fu un insuccesso al botteghino (distribuzione Filmex) – la sua dimensione umoristica non fu capita – e bisogna attendere il 1983 perché la versione home video in videocassetta abbia successo e la faccia divenire un vero cult tra gli appassionati.

Film geniale e dalla comicità corrosiva e grottesca, rivela una raffinata ironia tipica dell’intelligenza futura di Carpenter, regista peraltro assai versatile che pur rimanendo nel filone horror – fantascientifico ha certamente innovato profondamente il genere.

Tecnica già evoluta, con ampio utilizzo del dolly per riprese complesse in altezza.

Da notare un errore, almeno nella versione italiana, che risulta pasticciata – come spesso avviene – riguardo agli effetti relativistici.

Infatti all’inizio del film, il controllo da Terra (Miles Watkins) dice che 10 giorni nello spazio corrispondono a 10 anni terrestri, mentre in seguito viene affermato che 3 anni nello spazio corrispondono a 20 anni terrestri. Ovviamente la prima affermazione è errata (o tradotta male) perché altrimenti dopo 3 anni passati sull’astronave sarebbero passati 1.095 anni e non ci sarebbe più nessuno ad ascoltarli.

Tuttavia si tratta di un errore perdonabile, perché l’effetto che si cerca non è tanto quello della correttezza scientifica completa ed integrale quanto il destare nello spettatore quel senso del meraviglioso e dell’inusitato e cioè la magia di quella “nuova fisica” basata sulla Relatività e la Meccanica quantistica che ha dominato e plasmato il Novecento.

Da notare l’assenza di personaggi femminili, se si esclude la suadente voce del computer.