Tra eroi e supereroi, tra celebrazioni e confutazioni, arriva quasi a sorpresa Robin Hood – Il prezzo del sangue, che mette in discussione il mito del "ladro che rubava ai ricchi per dare ai poveri".
L'enfatico titolo italiano nasconde l'ispirazione originale delle vicende, che affondano in una ballata le cui prime trascrizioni risalgono al XVII secolo, chiamata appunto Robin Hood's Death, o anche Robin Hoode his Death, che già ispirò il finale di una lettura cinematografica crepuscolare del mito in Robin e Marian di Richard Lester, nel 1976, con Sean Connery e Audrey Hepburn nei ruoli eponimi.
Queste operazioni ormai sono così consolidate che sono parte dei flussi e riflussi dell'industria della narrazione. In questa versione tutto quello che pensiamo di sapere di eroico sul personaggio è una bugia. Robin Hood era solo un bandito sanguinario, che rubava e uccideva per il gusto di farlo. Dimenticate Marian, Giovanni Senzaterra, lo Sheriffo di Nottingham, il simpatico frate Tac e Little John. No, lui no. Come un messagero che chiama quello che definerei "l'antieroe riluttante", Little John (Bill Skarsgård) rintraccia uno stanco e randagio Robin Hood (Hugh Jackman) per un ultimo combattimento.
Si tratterebbe di liberare la famiglia di John, moglie e figlia ignare del passato dell'uomo, da alcuni figuri che si sono impadroniti della fattoria in cui l'uomo aveva ormai abbandonato la vita da fuorilegge. Il problema è che se nel passato hai ucciso decine, se non centinaia di persone, non puoi non pensare che prima o poi non arriverà qualcuno in cerca di vendetta.
La missione di "liberazione", l'unica vera parte d'azione del film, però non va proprio liscia, lasciandosi una strascico di sangue, con Robin ferito mortalmente che troverà rifugio, insieme alla figlia di John, Margaret (Faith Delaney), in un monastero gestito da una priora con le conoscenze da guaritrice, Suor Brigida (Jodie Comer).
Ma anche in quel luogo di pace Robin, se troverà guarigione per le ferite del corpo, sarà invece inseguito dal suo passato. Il conflitto che vivrà non sarà più fisico, ma tutto psicologico. Un travaglio che lo porterà verso l'annunciato finale con una versione di se stesso che, se non ha trovato realmente la consolazione del perdono, avrà comunque trovato la pace.
I toni crepuscolari, la sofferenza rabbiosa del guerriero stanco in cerca di pace, non fosse perché è lo stesso interprete, richiamano inevitabilmente Logan, epilogo delle vicende (fino a quel momento) cinematografiche del ruolo di Wolverine, che ha reso Hugh Jackman una star. E Jackman sicuramente, insieme va detto a tutti gli attori, offre una prestazione all'altezza della sua maturità artistica, riuscendo comunque a sfuggire all'inevitabile confronto di analogie e differenze tra i due personaggi.
Il film ha altri problemi, essenzialmente di una sceneggiatura ridondante, al servizio di un'estetica ricercata, con una bellissima fotografia nebbiosa, ma che poteva raccontare la sua vicenda in almeno mezz'ora in meno. Non c'è solo la ripetizione dei concetti, ma anche l'indugiare oltre misura in momenti in cui il ritmo complessivo si sarebbe giovato di uno stacco, senza per questo perdere di incisività e di senso nella narrazione. L'agonia finale ha un che di morboso.
È un vero peccato perché l'atmosfera del film, frutto di scelte scenografiche e fotografiche minimaliste, ma efficaci nella loro sintesi, è immersiva e coinvolgente, almeno al primo impatto, così come le bellissime musiche.
Alla fine l'operazione resta prigioniera dell'idea produttiva di fare de Robin Hood – Il prezzo del sangue, un film di culto a ogni costo.












