Nel giugno del 1971, una locale biblioteca del New Jersey ospitò un evento dedicato alla serie TV di Star Trek. Due appassionate di Kirk e company, Elyse Pines e Devra Langsman, erano le organizzatrici di quella che oggi possiamo definire come una vera e propria convention di fan, sicuramente una delle prime e forse proprio la prima dedicata allo show televisivo creato da Gene Roddenberry, che aveva chiuso nel 1969 con la terza stagione, ma che stava riscuotendo un enorme successo grazie alle reti locali, che mandavano in onda gli episodi delle tre stagioni andate in onda in prima battuta sul canale NBC. La manifestazione prevedeva tavole rotonde su Star Trek e anche su film di fantascienza, una mostra di disegni e una sorta di parodia con i fan nelle vesti dei loro personaggi preferiti.

Elyse e Devra discussero la possibilità di organizzare un nuovo evento e coinvolsero altri appassionati per formare una sorta di “comitato” della convention. Elyse, in particolare frequentava il Brooklyn College e organizzò una serata dedicata a Star Trek. La sala dove doveva svolgersi l’evento conteneva 200 posti, che ben presto furono occupati, ma molte altre persone erano in piedi e, letteralmente, riempirono ogni spazio possibile, altre si dovettero accontentare del corridoio.

I due episodi sono descritti dal giornalista e saggista Allan Sherman nel suo libro Guida ufficiale a Star Trek – Serie classica, che partecipò in veste di fan al primo evento e in quella di conferenziere nel secondo.

Il rapporto tra i fan e la serie di Roddenberry, tuttavia, è precedente agli episodi appena citati. Sempre Sherman ci racconta che dopo la prima stagione la NBC aveva ricevuto 29mila lettere dai fan della serie TV. La Nielsen, la società che rilevava gli indici di ascolto, tuttavia non forniva dati confortanti sugli ascolti e la serie venne messa in discussione sia fagli sponsor sia dalla stessa NBC. Partì così da due fan, John e Bjo Trimble, una lettera agli altri appassionati, datata 11 dicembre 1967, in cui si annunciava che la serie poteva chiudere dopo solo la prima stagione e si indicavano una serie di strategie da seguire per scongiurare il peggio. S’indicarono, tra le altre cose, cinque indirizzi, tra cui quello del presidente della NBC, di altri due funzionari del canale televisivo, l’agenzia pubblicitaria e la RCA, che era la casa madre della NBC. Arrivarono migliaia di lettere, telefonate e cartoline postali che chiedevano a gran voce che Star Trek fosse confermata per una seconda stagione, cosa che avvenne, anche se fu spostato il giorno e l’orario della messa in onda. 

Alla fine della seconda stagione, i dati Nielsen erano sempre sconfortanti, ma la NBC dichiarò che aveva ricevuto dopo gli ulteriori nuovi episodi ben 115.893 lettere, di cui 52.358 arrivarono solo nel mese di febbraio del 1968. La storia è nota: il 3 giugno del 1969 andò in onda l’episodio intitolato L’inversione di rotta, l’ultimo della serie classica, che chiuse i battenti per gli indici di ascolto bassi. Il tempo, poi, ha decretato la vittoria di quella saga televisiva, che è diventato uno dei franchise cine-televisivi più importanti di tutto il mondo. Già nel 1969 c’erano un gran numero di fanzine (parola che nasce dai termini fanatic (appassionato) e magazine (rivista), in cui apparivano articoli, racconti, poesie, quiz, disegni.

La storia del rapporto tra i fan e la prima serie televisiva di Star Trek ci segnala due importanti circostanze. La prima è la natura partecipativa degli appassionati: dopo la chiusura della serie i fan hanno sentito il bisogno di alimentare ulteriormente quell’universo narrativo, con racconti, disegni, riviste amatoriali e vere e proprie rappresentazioni teatrali. La seconda è che in qualche modo i fan, gli irriducibili appassionati, si sono posti come intermediari tra chi realizzava lo show televisivo e chi lo consumava, ovvero il pubblico televisivo americano di allora, che settimanalmente si sintonizzava sulla NBC per seguire le avventure dell’equipaggio dell’astronave Enterprise. Un intervento che ha salvato Star Trek dalla cancellazione già dopo la prima mesa in onda e che ha influenzato la realizzazione della terza stagione.

Se la storia tra i fan e Star Trek fosse accaduta oggi, anziché alla fine degli anni Sessanta del Novecento, la campagna per tenere viva la serie televisiva sarebbe, molto probabilmente, stata alimentata da email, pagine e gruppi su Facebook, tweet e l’uso di altri social network e non da lettere e cartoline postali.

Alle origini del Fandom di fantascienza: i Scienceers e i Futurians 

Non è un caso che i fan si siano mobilitatati per una serie di fantascienza, perché il fandom, la comunità degli appassionati (la parola deriva dalla fusione di fanatic, appassionato, e dominion, dominio), è nata proprio con la science fiction. L’editore americano, ma di origini lussemburghese, Hugo Gernsback diede vita nel 1926 ad Amazing Stories, la prima rivista di fantascienza e su di essa, nei primi numeri, aprì anche uno spazio dedicato alle lettere dei lettori. Sulla rivista venivano pubblicati anche gli indirizzi, oltre che i nomi, cosicché ogni lettore poteva comunicare anche direttamente con un altro appassionato. Nacque così la prima comunità di appassionati e tra di loro, c’erano anche due ragazzi di Cleveland, Ohio, che qualche anno più tardi saranno famosi per aver dato i natali ad uno dei supereroi più amati al mondo: stiamo parlando di Jerry Siegel e Joe Shuster, che strinsero amicizia grazie alle pagine di Amazing Stories e la loro collaborazione diede alle stampe quell’icona della cultura pop e del fumetto che risponde al nome di Superman

Nel 1929, Gernsback per problemi finanziari perse il controllo di Amazing e creò altre due riviste: Science Wonder Stories e Air Wonder Stories, che dopo un anno si fusero in un’unica pubblicazione denominata Wonder Stories. Con questa rivista, Gernsback si ritrovò ben presto con due problemi: riempire le sue pagine senza dover pagare gli scrittori (era costume dell’editore di non pagare o farlo con molto ritardo e dopo sollecite richieste) e le scarse vendite. Fu così che Gernsback aprì la rivista agli appassionati, con la vaga promessa di diventare autori. Nel 1934, nacque così una vera e propria associazione formata dai fan: la Science Fiction League.

Ecco come lo scrittore ed editor americano Frederik Pohl ricorda quell’esperienza della Science Fiction League, di cui fu testimone diretto e tra i primi soci, nella sua autobiografia Com'era il futuro:

Non ci fosse stata la Science Fiction League, sarebbe stato necessario inventarla. Il tempo era maturo. Nei primi anni Trenta, essere lettore di fantascienza era cosa triste e solitaria. Non eravamo molti, e non ci eravamo mai trovati per parlare. Qualche attivista aveva cercato di far partire qualcosa, ricavando gli indirizzi dalle rubriche delle lettere nelle riviste, e iniziando minuscoli club di corrispondenza, ma potevano avere una dozzina di iscritti al massimo; noi che restavamo avevamo la permanente consapevolezza di essere soli in un mondo ostile. Le orde dei pagani non si limitavano al disinteresse verso la fantascienza, la coprivano di ridicolo. 

Il primo club di fantascienza, tuttavia, era stato fondato a New York e più precisamente nel quartiere di Harlem, al 211 W. 122nd St. La sua nascita si deve a un giovane afroamericano di nome Warren Fitzgerald, il club si chiamava The Scienceers e nacque l'11 dicembre del 1929. Le riunioni degli Scienceers si svolgevano a casa di Fitzgerald, che era anche un appassionato di scienza e astronautica. In poco tempo, raccolse intorno a sé un gruppo di ragazzini la cui età si aggirava intorno ai quindici anni, mentre lui ne aveva esattamente il doppio.

Come spesso è successo nella storia della fantascienza, un fan molto attivo finisce per diventare un professionista del mondo dell’editoria, in qualità di scrittore, editor di riviste, disegnatore e illustratore, critico o storico. È accaduto anche per gli Scienceers. Due membri di quel storico club sono stati Mort Weisinger e Julius Schwartz. Il primo è stato è stato editor alla DC Comics, occupandosi di Superman tra la metà degli anni '50 e gli anni '60, nella cosiddetta Silver Age dei comic book. Tra le altre cose è stato co-creatore di altri importanti personaggi a fumetti della DC come Aquaman e Green Arrow. A sua volta, Julius Schwartz si è occupato per 42 anni della cura editoriale proprio dei supereroi della DC Comics. I due, inoltre, fondarono la Solar Sales Service Literary Agency (1934-1944), la prima agenzia di fantascienza, che rappresentò scrittori del calibro di H.P. Lovecraft, Stanley G. Weinbaum, Robert Bloch, Ray Bradbury e Alfred Bester.

Il club cominciò a realizzare una fanzine, ovvero una rivista scritta e distribuita dai fan (il termine deriva per l’appunto da fanatic e magazine), dal titolo The Planet, che è stata la prima pubblicata regolarmente, ne uscirono 6 numeri. Il club segnò anche la prima scissione fra gli appassionati americani. Una parte dei fan si divise dal club originario e fondo un nuovo gruppo autoproclamatosi anch’esso The Scienceers, ma il 1933 segno la definitiva scomparsa di tutti i Scienceers.

I Futurians
I Futurians

Uno dei gruppi più famosi della storia del fandom americano è stato invece quello dei Futurians, di cui facevano parte, tra gli altri, futuri scrittori ed editor del calibro di Isaac Asimov, James Blish, CM Kornbluth, Frederik Pohl, Richard Wilson, Donald A Wollheim e Damon Knight. Quest’ultimo ha dedicato a quell’esperienza un saggio dal titolo The Futurians: The Story of the Science Fiction "Family" of the 30's. That Produced Today's Top SF Writers and Editors.

Il club, che è stato attivo dal 1938 al 1945 e la sede era a New York, nacque attraverso dall’iniziativa di Gernsback della Science Fiction League, almeno secondo Pohl, mentre per Asimov i Futuriani nacquero perché si scissero da un altro club, il Greater New York Science Fiction Club, guidato dal futuro storico della science fiction Sam Moskowitz, a causa di controversie ideologiche, poiché Pohl e altri scrittori erano su posizioni marxiste.

Prendiamo i presti nuovamente le parole di Pohl, sempre dalla sua autobiografia, che è stato tra i maggiori protagonisti di quell’esperienza, per raccontare il profilo di quegli appassionati americani di science fiction:

Dubito che noi Futuriani, collettivamente, fossimo un gruppo molto attraente. Eravamo troppo insolenti. Più che insolenti; eravamo tremendi, egoisti, adolescenti, altamente competitivi, e un filino insicuri. Avevamo un’inclinazione per le battute fatte per smontare, e chi fra noi mostrava una debolezza umana veniva fatto a pezzi all’infinito. Eravamo dannatamente svegli – il QI medio doveva superare il 125, con picchi oltre il 160 – e lo sapevamo. Ci assicuravamo che lo sapesse pure chiunque ci circondava.

Un po’, una giustificazione per la nostra arroganza c’era. Il talento collettivo lo avevamo. La pigrizia collettiva no. Quasi tutti noi Futuriani ci mantenevamo da soli già dalla tarda adolescenza – non tanto per decisione quanto perché la Depressione non era ancora finita, e non c’era molta scelta. 

Il fandom e la narrazione transmediale 

Un momento che alle convention di fantascienza non manca mai: la "masquerade", la sfilata in costume
Un momento che alle convention di fantascienza non manca mai: la "masquerade", la sfilata in costume

La passione che ha animato i primi fan della science fiction americana o quelli degli anni Settanta di Star Trek, così come altre simili esperienze all’interno della cultura di massa, ha stimolato vari studiosi dei media ad analizzare tali fenomeni, dando vita a quello che è diventato un vero e proprio campo di ricerca: i fan studies. In ambito accademico, i primi studi sui fan, sulla loro cultura e le loro attività, sono stati elaborati a metà degli anni Ottanta del Novecento e uno dei primi studiosi è stato Henry Jenkins, a cui si deve anche la formulazione del concetto di narrazione transmediale, concepito per la prima volta in un articolo dal titolo Transmedia Storytelling apparso sulla rivista “MIT Technology Review” il 15 gennaio 2003 e successivamente confluito nel capitolo “Inseguendo l’unicorno origami Matrix e la narrazione transmediale” del suo celebre libro Cultura convergente (2006). Prima di lui, un’altra studiosa ha colto il fenomeno, usando il termine transmedia nella formulazione del concetto di commercial transmedia supersystem. Marsha Kinder, docente alla University of Southern California e autrice di alcuni saggi sulla cultura pop, nel suo libro del 1993 Playing with Power in Movies, Television, and Video Games: From MuppetBabies to Teenage Mutant Ninja Turtles, analizza come le nuove tecnologie informatiche e della comunicazione si sovrappongono ai vecchi media, formando una specie di supersistema per fare in modo che un singolo prodotto della cultura pop possa svilupparsi in un vero e proprio media franchise, ossia in un insieme di testi diversi, spesso veicolati da mass media diversi, ma collegati fra di loro e incentrati su un singolo personaggio o più personaggi, oppure che hanno un’ambientazione in comune.

Per Jenkins, il concetto di transmedia storytelling consiste in:

[…] una storia raccontata su diversi media, per la quale ogni singolo testo offre un contributo distinto e importante all’intero complesso narrativo. Nel modello ideale di narrazione transmediale, ciascun medium coinvolto è chiamato in causa per quello che sa fare meglio – cosicché una storia può essere raccontata da un film e in seguito diffusa da televisione, libri e fumetti; il suo mondo potrebbe essere esplorato attraverso un gioco o esperito come attrazione in un parco-divertimenti. Ogni accesso al franchise deve essere autonomo in modo tale che la visione del film non sia propedeutica al gioco o viceversa. Ogni singolo prodotto diviene così una porta d’ingresso al franchise nel suo complesso.

In tale ambito di studi, il ruolo dei fan è centrale, come veicolo di ulteriore diffusione del franchise, ma non solo. La partecipazione dei fan in passato si formalizzava attraverso le fanzine, le riunioni o delle vere e proprie convention, scambi di lettere che creavano vere e proprie comunità. Ai tempi di Internet e dei social, tale senso di comunità si è ovviamente decuplicato, divenendo oggi, secondo Jenkins, una delle due colonne della narrazione transmediale. Per lo studioso americano, abbiamo da un lato la progettazione del franchise, che spetta a scrittori, sceneggiatori, registi e produttori e dall’altro la partecipazione, che ha come protagonisti proprio gli appassionati, che rivestono sempre più un ruolo decisivo. Oggi i fan studies non solo hanno tracciato un ruolo ampiamente partecipativo degli appassionati, e sempre più nel definire il successo o meno di un franchise, ma spesso anche per quello di testing, prima ancora che un film o una serie televisiva venga diffusa al grande pubblico.

Come scrive Paolo Bertetti in Che cos’è la transmedialità

[…] la narrazione transmediale è interessata da una dinamica che vede la convergenza di due processi, uno discendente (dall’alto verso il basso), innescato dalle corporation, che cercano di massimizzare le possibilità di contatto e coinvolgimento dei pubblici, l’altro ascendente (dal basso verso l’alto), basato sulla partecipazione sempre più attiva dei pubblici, resa possibile dagli strumenti messi a disposizione dalle nuove tecnologie digitali, che hanno permesso anche al consumatore medio di produrre e diffondere contenuti (post e commenti sui social, immagini, video, testi e quant’altro), ma anche di archiviare, riutilizzare e rimettere in circolazione contenuti mediali già esistenti. 

Per Henry Jenkins, i fan si appropriano dei materiali della cultura di massa – dei romanzi, dei film, delle serie TV, dei fumetti, dei videogiochi – e non accettano una partecipazione passiva, tutt’altro. Rifiutano l’idea di considerare un prodotto dell’intrattenimento come una versione definitiva e soprattutto come un bene limitato, da tenere sotto chiave e da diffondere con il contagocce. Vogliono, in realtà, appropriarsi del franchise, lo vogliono trasformare, spesso ne danno la loro versione.

Basti pensare al fenomeno della fan fiction, vere e proprie storie sotto forma di racconti o romanzi, oppure alle serie TV e ai film, realizzati molto spesso con mezzi professionali, ambientati nell’universo di Star Trek.

Il web, ovviamente, permette a tutte queste produzioni una diffusione praticamente mondiale, tant’è che la reazione delle major cine-televisive non è stata nel senso di limitare queste produzioni dei fan o comunque di mettere dei paletti, delle regole, delle limitazioni.

Jenkins sottolinea che l’atteggiamento degli appassionati, dei fan, nei confronti delle produzioni della cultura di massa è duplice, di fascinazione e di frustrazione. Di fascinazione, perché ovviamente si resta ammaliati dalla storia o dal mondo narrativo proposto come intrattenimento, ma si resta anche con un senso di frustrazione, perché si vuole usufruire in modo sempre più massiccio di un film o una serie TV che ci è piaciuta e da qui nasce il desiderio di dar vita ad un prodotto alternativo, alla nostra storia ma ambientata nel nostro franchise preferito.

La transmedialità è anche dei fan.

Bibliografia

Paolo Bertetti, Che cos'è la transmedialità, Carocci, Roma 2020.

Paolo Bertetti, Fandom e industria culturale: la nascita del fandom di fantascienza negli Stati Uniti. Palabra Clave 20(4), 1142-1160. DOI: 10.5294/pacla.2017.20.4.11, 2017. 

Henry Jenkins, Fan, bloggers e videogamers. L’emergere delle culture partecipative nell’era digitale, Franco Angeli, Milano 2008.

Henry Jenkins, Cultura convergente, Apogeo, Milano 2007.

Frederik Pohl, Com'era il futuro, Delos Digtal, Milano, 2021.

Carlos A. Scolari, Paolo Bertetti, Matthew Freeman, Transmedia archaeology. Fantascienza, pulp, fumetti, Armando Editore, Roma 2020.

Allan Sherman, Star Trek – Serie classica, Fanucci Editore, Roma, 1998.