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la costola di eva

A passi lenti e cadenzati Madre O'Connel imboccò
la scala del pulpito. Anche quella mattina, come sempre, fu costretta
ad arrestarsi a mezza rampa per riprendere fiato, e tutti, nella
chiesa, poterono udire il suo respiro pesante, simile al soffio
d'un mantice, sormontare per un attimo lo scricchiolio della scala
sollecitata dalla mole della corpulenta sacerdotessa.
Poi, a fatica, la figura emerse come un bianco e spugnoso ectoplasma
dietro la balaustra di legno brunito.
-- In nome della Madre, di sua Figlia e del loro Spirito Santo,
recitò Madre O'Connel facendosi il segno della croce con
gesti ampollosi.
Anche Julius, come tutti gli altri fedeli, si portò meccanicamente
una mano alla fronte, poi in mezzo al petto e poi su una spalla
e sull'altra, mentre i suoi occhi vagavano inquieti per tutta
la chiesa alla ricerca di Gore Lukor: gli aveva dato appuntamento
per le dieci precise accanto alla colonna del fonte battesimale,
e Gore non era tipo da tradire un impegno se non per motivi gravissimi.
Julius cercò di dominare il nervosismo che già cominciava
a titillarlo per tutto il corpo. Intanto, Madre O'Connel aveva
aperto il libro poggiato sul leggio al centro del pulpito.
-- Parola di Dea, -- esordì con voce solenne. -- Dopo aver
creato la donna a sua immagine e somiglianza, la Dea disse: "Non
è bene che la donna sia sola: io le farò un amico
simile a lei". Fece cadere un sonno profondo su Eva, e mentre
Eva dormiva la Dea prese da lei una costola e al posto di essa
formò di nuovo la carne. E così Dea, la signora
di tutto il creato, dalla costola tolta ad Eva formò l'uomo.
Allora Eva esclamò: "Questo sì è osso
delle mie ossa e carne della mia carne. Questo sarà chiamato
uomo, perché è stato tratto dalla donna".
Nella chiesa s'era fatto un silenzio di ghiaccio, rotto appena
qua e là da qualche soffocato colpo di tosse. Ancora una
volta Madre O'Connel, la volpacchiona, aveva in pugno l'uditorio,
e ne era cosciente.
-- Fedeli carissimi, -- si affrettò a dire con la sua voce
di colpo divenuta flautata e suadente. -- Se oggi ho richiamato
il Genesi è perché desidero evidenziare nella giusta
luce il ruolo che l'uomo ricopre nella creazione. Dea ha tratto
l'uomo da una costola di Eva per significare che il ruolo dell'uomo
è a fianco della donna, con pari dignità e riconoscimento,
perché se Dea avesse voluto l'uomo umiliato e succube della
donna non l'avrebbe tratto dal suo fianco, ma dai suoi piedi...
Diplomatici colpi di tosse risonarono lungo la navata. Qualcuno,
dimentico del rispetto dovuto alla sacerdotessa, si lasciò
andare ad un accenno di ilarità compiaciuta, ma Madre O'Connel
non si scompose.
-- Non era mia intenzione fare dello spirito, -- continuò
con voce per un momento ritornata secca e aggressiva. -- Ogni
giorno di più, la Chiesa assiste costernata alla leggerezza
e alla suffficienza con cui gli uomini vengono trattati in famiglia,
nelle fabbriche, in ogni manifestazione della vita associata.
E' vero, ci sono passi delle sacre scritture che, presi alla lettera,
condannerebbero l'uomo ad uno stato di inferiorità congenita,
ma le Madri della Chiesa hanno saputo llluminare e commentare
con acume e sapienza, nel corso dei secoli, i punti controversi,
così che oggi nessun dubbio può ancora sussistere:
anche l'uomo ha un'anima immortale, anche l'uomo è una
creatura di Dea e come tale merita tutto il nostro rispetto e
la nostra quotidiana considerazione. Non è forse l'uomo
angelo del focolare? Non è forse l'uomo il vero perno,
l'asse portante della famiglia, colui che provvede ad allevare
la prole e spesso con abnegazione si sacrifica offrendosi come
provvidenziale cemento nell'elevazione dell'edificio sociale?
Julius awertì il consueto senso di nausea invadergli lo
stomaco. Si guardò intorno ancora una volta alla ricerca
del suo amico Gore, ormai in preoccupante ritardo.
Intanto Madre O'Connel aveva iniziato il pistolotto finale: --
Ciò che veramente ci affligge è la sciocca e disordinata
reazione dei più fanatici promotori del movimento maschilista.
Ciò che veramente ci rattrista è vedere questi viziosi
seminatori di discordie, senza dubbio vlttime del demonio, arrembare
l'arengo a caccia di consensi con il deliberato proposito di sovvertire
l'ordine agitando contorti problemi esistenziali. Io sono certa
che i veri uomini, i veri padri di famiglia che mi stanno ascoltando
non permetteranno mai che la loro buona fede venga sorpresa da
menzogne così spudorate e da rlvendicazioni insostenibili
al lume della logica, oltre che blasfeme nell'ambito di una plurisecolare
tradizione. E tuttavia voglio mettervi in guardia, fedeli carissimi:
fuggite le cattive esortazioni, volgete le spalle a chi sventolando
la bandiera di false libertà sta tentando con ogni mezzo
di trascinarvi fuori dal retto sentiero. Voi donne abbiate sempre
a mente la tolleranza e la comprensione che debbono informare
ogni vostro atto, voi che da un superiore e divino disegno siete
chiamate alla responsabilità del consiglio e della guida.
Ma voi uomini, miei fedeli carissimi, non dimenticate la virtù
che deve contraddistinguervi, e cioè la modestia, lo spirito
gregario, la sottomissione...
In quel momento, Julius si sentì toccare la spalla. Si
girò di scatto e vide Gore, a ridosso, che lo fissava col
suo sguardo ambiguo, quasi indolente. Senza parlare, con un cenno
del capo, Gore lo invitò ad uscire dal tempio. La sua stretta
era perentoria e Julius lo seguì senza discutere.
-- Una predica interessante, suppongo, -- disse Gore quando furono
fuori, sul sagrato.
Julius scrollò la testa. -- Le solite chiacchiere. Madre
O'Connel comincia i suoi sermoni in un modo e li finisce in un
altro. Prima la carota e poi il bastone...
-- Ben detto, Julius. Hai usato un'immagine dawero illuminante.
Ma adesso ascolta la novità: il programma è cambiato.
-- Cambiato?
-- Sì, la riunione di domani è stata anticipata
a oggi pomeriggio. C'è Donald Kusko, lo scrittore, che
proprio oggi è di passaggio nella nostra città e
si è detto disposto a tenere una conferenza. Una grossa
occasione, non ti pare? Dobbiamo partecipare al gran completo
e dimostrare con la nostra compatta presenza che il movimento
è vitale ed efficiente...
Julius non riuscì a trattenere un gesto di disappunto.
-- Ma io oggi non posso! Oggi Terence ha il suo pomeriggio libero,
non vorrai mica ch'io venga al circolo portandomi dietro i bambini...
-- Suvvia, -- lo esortò Gore Lukor con tono bonario. --
Farai una regalia al tuo domestico ed egli sarà ben lieto
di poterti compiacere. Non puoi mancare, Julius. Donal Kusko ha
promesso rivelazioni esplosive, capisci?
L'aria era tersa e luminosa, e il viale che si dipartiva dal tempio
era tutto ingemmato. Una dozzina di rotocar sostavano nel parcheggio
all'ombra dei platani.
-- Andiamo a bere qualcosa da Felipe, -- propose Gore.
-- Da Felipe? Io sono già di cattivo umore e tu mi proponi
un locale frequentato da omosessuali...
-- Gli omo sono le migliori persone di questo mondo, -- tagliò
corto Gore Lukor. -- Sono educati, gentili, e soprattutto discreti.
Insomma, meglio da Felipe che in ogni altro locale normale, dove
non potremmo sottrarci alle immancabili molestie femminili.
Percorsero il viale alberato senza più dire una parola.
Giunti in fondo, Gore deviò a sinistra e, seguito da Julius
che lo tallonava di malavoglia, imboccò una straduzza
obliqua che sfociava in una piccola piazza quadrangolare. Un lato
della piazza era disseminato di tavoli all'aperto sotto una pergola
artificiale. L'insegna del locale, spenta, appariva come un contorto
ghirigoro tra i viluppi dell'edera plastificata.
-- Siedi, -- invitò Gore indicandogli un tavolo libero.
Lui obbedì in silenzio, evitando di indugiare lo sguardo
sulle figure ambigue sedute agli altri tavoli. Attese pazientemente
che il cameriere portasse le consumazioni, sollevò controluce
il calice dell'aperitivo color arancio brillante, poi, senza bere,
lo depose con precauzione sul tavohno di vimini intrecciati.
-- Insomma, -- feceJulius con voce che voleva sembrare distratta.
-- Questo Donald Kusko, di preciso, chi è?
Gli occhi turchini di Gore Lukor lo fissarono con una punta di
rimprovero. -- La tua, suppongo, è una domanda retorica,
-- disse dopo alcuni istanti di imbarazzato silenzio. -- Sì,
dico: non vorrai farmi credere che non conosci Donald Kusko, l'uomo
del giorno.
-- L'uomo del giorno? Solo per avere scritto un romanzo di successo?.
-- La costola di Adamo non è soltanto un romanzo
di successo. E' qualcosa di più, Julius, molto di più.
So che non l'hai ancora letto. Ebbene, caro amico, devi promettermi
che quanto prima troverai il tempo di farlo.
-- Ieri, mia moglie mi ha rivolto la stessa raccomandazione. Un
vero spasso, mi ha assicurato, una satira sottile e arguta, condotta
con una certa intelligenza e con gusto sicuro. Ma niente di più,
se Nora me ne ha consigliato la lettura, vuol dire che il libro
è innocuo...
-- Tua moglie, come del resto la maggioranza delle donne, deve
averlo recepito soltanto in superficie. Credimi, Julius, La
costola di Adamo è una bomba che innescherà
altre bombe in una proliferazione di esplosioni a catena. Vedrai.
Per noi deve essere come il manifesto della nostra rivoluzione,
la nostra guida, il vademecum catalizzatore per una nostra più
ampia presa di coscienza.
Ecco, quello era il modo di parlare che più gli dava fastidio.
E Gore mcappava spesso m quei discorsi a senso unico, pregni di
luoghi comuni e di frasi fatte, forse ripetute a orecchio con
molta animosità ma con scarsa convinzione.
-- Ma insomma, -- ripetè Julius che aveva fretta di andare
al sodo. -- Cos'è che vuole, questo Donald Kusko? Secondo
me è un tipo che rompe. È chiaro che viene per propagandare
il suo libro: più copie ne vende e più quattrini
intasca.
Gore scattò come un rettile. -- Basta così, Julius. Con i tuoi in
degni sospetti ti stai comportando come
un disfattista. Io sono stanco di tenerti a balia. Se vuoi restare
informato dello sforzo che il movimento
maschilista sta producendo, vieni oggi alla sede del Circolo.
Ci sarà un dibattito. E
prenderà la parola anche Donald Kusko. Sarà lui a spiegarti cosa
c'è sotto il libro che ha scritto, un libro che tu, scioccamente,
non hai ancora letto, ma a proposito del quale vuoi tuttavia sputare sentenze.
Julius alzò le braccia in un gesto scherzoso di resa. --
E' quasi mezzogiorno, -- disse, -- e non ho ancora fatto la spesa.
Beviamo e andiamo,
caro amico, debbo preparare il pranzo.
Gore lo fisso, infastidito. -- Non ti trattengo, disse con voce
che voleva essere indifferente. -- Ci vediamo nel pomeriggio,
al Circolo.
-- Farò il possibile.
-- Assicurami che verrai.
-- Ho detto che farò il possibile.
Al mercato della città vecchia comprò due sogliole
di media grandezza. Nora andava pazza per il pesce, e lui pregustò
il sorriso di soddisfazione
con cui la moglie avrebbe accolto il suo piatto preferito. Julius
avrebbe voluto acquistare anche della frutta fresca. Ma la primavera era appena agli inizi,
c'erano soltanto fragole di serra
che costavano un occhio. Con molto buon senso ripiegò su
una scatola di pesche sciroppate. Poi, a passo spedito, s'incamminò
per il Lungofiume. Gli piaceva procedere rasente la spalletta,
toccare con la mano libera le grosse
pietre incorporate che ad intervalli regolari sporgevano dalla
balaustra, e ogni tanto guardare giù nell'acqua giallognola
che in alcuni punti vorticava minacciosa.
Il Lungofiume era quasi deserto, nonostante l'ora di punta.
Pochi i rotocar che transitavano al centro della carreggiata, sotto il
sole primaverile.
Quando giunse in Piazza della Ricostruzione, deviò a sinistra.
Non aveva alcuna intenzione di attraversare
il quartiere degli affari, con le sue strade sempre intasate da
femmine che si agitavano impazzite.
Imboccò il Ponte della Nuova Speranza e affrettò
il passo perché il campanile della chiesa di Santa Susanna
in quel momento scandiva le dodici.
All'uscita del ponte incrociò il prostituto.
Era un prostituto d'alto bordo e se ne stava appoggiato con ambo
i gomiti alla spalletta del ponte, la testa arrovesciata all'indietro
in pleno sole, con una sigaretta spenta tra le labbra. Era alto
e robusto, portava un paio di pantaloni attillatissimi, una cintura
di cuoio borchiato e un giubbotto di pelle con una frangia di
listelle intorno alle maniche. Gli occhi strizzati, ridotti a
due fessure, teneva il bacino proteso in avanti in una positura
di sfacciata indolenza. Julius fu quasi costretto a sfiorarlo
per evitare di scendere dallo stretto marciapiede, mentre un intenso
sentore di lavanda e di cuoio lo aggrediva alle narici.
Un bel maschio, niente da dire. Prima o poi un rotocar si sarebbe
arrestato sul ponte e una donna di mezza età, sicuramente
una dirigente di primo o secondo grado, avrebbe preso a bordo
il bellimbusto e lo avrebbe condotto a colazione da qualche parte,
in un posticino poco frequentato, e poi...
Julius sentl una vampa di rossore salirgli al volto. Chissà
se Madre O'Connel, quando dall'alto del suo pulpito predicava
la virtù della sottomissione, teneva in debito conto l'umiliazione
e il disgusto che l'uomo prova al solo sospetto che la propria
moglie se la spassi con un altro, metti pure soltanto per un capriccio
epidermico.
Si allontanò quasi di corsa, come inseguito da quel profumo
di lavanda e di cuoio, un profumo violentemente maschile, volgare,
tipico degli uomini da marciapiede.
A casa, benché in lieve ritardo, preparò i pesci
con la massima cura. Terence non c'era, era andato a prelevare
Tatiana all'uscita della scuola, e Loris se ne stava tranquillo
nella stanza dei giochi. Sua moglie non sarebbe rientrata prima
di un'ora.
Julius regolò il forno alla giusta temperatura, controllò
la tavola che Terence aveva preparato nella sala da pranzo, poi
andò a sprofondarsi in una poltrona del soggiorno con il
libro di Donald Kusko tra le mani. Non aveva voglia di leggere,
ma capì che se voleva partecipare alla riunione del pomeriggio
un'occhiata al bro sarebbe stata più che necessaria.
Il risvolto, stampato in rosso, riassumeva la trama del romanzo:
la discesa in un inferno immaginario, in un mondo capovolto dove
i ruoli dell'uomo e della donna erano invertiti, con buona pace
del sesso femminile inopinatamente relegato in posizione di subordine.
C'era la foto dell'autore, un uomo di mezza età con lo
sguardo scanzonato e sognante, e sotto, la didascalia con le notizie
biografiche e i titoli dei suoi libri di maggior successo.
-- Povero idiota! -- mugugnò Julius tra sé. Un idiota
sì, ma anche un gran furbacchione, uno che mostrava di
saper sfruttare i fermenti e le confuse aspirazioni del maschio
frustrato. La verve e il piglio inventivo non gli mancavano,
ed anche una certa audacia blasfema se già nel primo capitolo
osava permettersi di cambiare nome nientemeno che alla Dea Madre
trasformandola in un nebuloso Dio Padre, come ad insinuare che
alla Divina Onnipotenza confacessero di più gli attributi
maschili che non femminili. Da quell'impianto assiomatico discendeva
una lunga serie di corollari sacrileghi: Adamo creato prima di
Eva, la tentazione del serpente indirizzata non più sull'uomo,
ma sulla donna, e poi... suprema bestemmia, il sacrificio sulla
croce offerto da un fantomatico Figlio, anziché dalla Figlia.
Julius stentava a credere a quanto andava leggendo. Avvertiva
il sarcasmo, I'ironia, il gioco compiaciuto dell'assurdo capovolgimento,
e tuttavia gli sembrava che l'artificio travalicasse i confini
del buon gusto, anche se sua moglie l'aveva assicurato del contrario.
Non si era mai permesso di discutere i giudizi di Nora, ma questa
volta non se la sentiva di darle ragione.
Quando Tatiana entrò nel soggiorno, lui chiuse il libro
e mosse incontro alla figlia. -- Com'è andata la scuola?
-- Bene, -- rispose la bambina con aria assente.
-- Bene davvero?
-- Ma sì, ho preso un bel voto in storia.
-- Vai a lavarti le mani. E poi intrattieniti un po' con Loris,
nella stanza dei giochi. Ti raccomando di socializzare il più
possibile. Sei già grandicella e non dovrebbe sfuggirti
l'importanza di socializzare col fratellino. Dov'è Terence?
-- In cucina, credo.
Julius uscì dal soggiorno e incrociò il domestico
nel corridoio.
-- Buongiorno, signore. È tutto a posto, anche il pesce
mi sembra cotto a puntino. Posso congedarmi?
-- Terence, ho bisogno di un favore. So che oggi è il tuo
pomeriggio libero, ma io... io ho un impegno che non posso assolutamente
rimandare.
Terence sollevò i sopraccigli, visibilmente contrariato.
Ma non disse nulla. Allora Julius incalzò: -- Non si potrebbe
spostare a domani il tuo turno di libertà?
In preda al timore riverenziale, il domestico balbettò
qualcosa che Julius non riuscì a decifrare. -- Hai già
un impegno anche tu, vero? Con una bella ragazza scommetto. Da
qualche tempo vedo ronzare qui sotto una brunetta con la divisa
del servizio d'ordine, una capo-pattuglia...
Terence arrossì come un gambero. Julius gli porse una banconota.
-- Rimanda il tuo appuntamento a domani, Terence. E sii prudente:
le donne del senizio d'ordine sono quelle che sono, sempre in
cerca d'avventure. .. Ti aspetto per le quattro, come al solito.
Terence prese la banconota e si accomiatò con un goffo
inchino.
Dalla stanza dei giochi giungeva un fracasso d'inferno.
-- Ma che succede? -- gridòJulius spalancando la porta.
Loris era in lacrime, e Tatiana sembrava impazzita di rabbia.
-- Non vuole socializzare, -- si giustificò la bambina
indicando il fratello. -- Non vuole fare quello che dico io!
Allora Julius, pazientemente, cominciò a redarguire il
piccolo. -- Suvvia...-- e intanto lo blandiva con bacini e carezze.
-- Suvvia Loris. Non è così che si comporta un bravo
maschietto. Se c'è una controversia, devi cedere tu che
sei il maschio, quante volte debbo ripeterlo? E adesso, da bravi,
andate a prepararvi per il pranzo, la mamma sarà qui a
momenti, arriverà stanca e non vuole sentire chiasso, mi
raccomando.
Nora si affacciò sulla soglia in quel preciso istante,
racchiusa nella sua irreprensibile tuta verde. Julius le mosse
incontro, e lei lo sfiorò con un bacio asettico, poi si
chinò a scarruffare i capelli dei bambini, un gesto che
tradiva tutta la sua controllata tenerezza materna.
-- Veramente squisito, -- aveva commentato
Nora alla fine del pranzo. Una larva di sorriso era afffiorata
sul suo volto stanco. Poi aveva acceso una sigaretta, e aveva
spinto il pacchetto in mezzo al tavolo perché anche lui
se ne servisse, ma Julius aveva fatto cenno di no. E poi, lei
aveva detto: -- Rincaserò tardi, questa sera, non aspettarmi
per la cena.
La ditta apriva una succursale nel vecchio quartiere della città,
alla ricerca di nuovi sbocchi, c'era una riunione del direttivo
e lel contava di spuntarla e di vedersi finalmente assegnato quell'incarico
che msegulva da tempo.
-- Andrà tutto bene, vedrai. Tua moglie non è un
tipo che dorme.
E lui aveva formulato gli auguri di circostanza. Non era addentro,
lui, in quei problemi di promozione, ma se Nora sosteneva l'opportunità
dell'impegno, allora era giusto così, non doveva assolutamente
lasciarsi sfuggire l'occasione favorevole.
-- Compreremo subito un nuovo rotocar, aveva detto Nora in tono
trionfalistico. I bambini altercavano nella stanza dei giochi,
in uno sciocco e inutile tentativo di socializzare. -- Mi do da
fare per te, -- aveva assicurato Nora. -- Ma anche per loro, voglio
un avvenire sicuro per tutti. -- E poi, ancora, aveva detto: --
Vedo che hai cominciato a leggere il libro di Donald Kusko. Che
te ne pare?.
E lui: -- Ho letto soltanto qualche pagina. -- E s'era portato
un dito alla tempia, battendo il polpastrello un paio di volte.
-- Per me è matto da legare.
-- Un matto, sì. Ma i suoi paradossi, proprio perché
assurdi, sono deliziosi.
Poi, Nora era uscita alla solita ora, come tutti i giorni. Lui
aveva ripreso la lettura del libro, spulciando brani qua e là,
continuamente disturbato dal frastuono che proveniva dalla camera
dei giochi. Finalmente, alle quattro, era tornato Terence a prendere
in custodia i bambini. E poi...
Adesso era lì, seduto in prima fila accanto a Gore nella
sala più grande del Circolo e ascoltava annoiato gli oratori
che si davano il cambio sul palco in attesa di Donald Kusko, l'uomo
del giorno.
La sala era gremita come un uovo, con capannelli di uomini in
piedi che intasavano le corsie laterali, e tutti vociavano, battevano
le mani ritmando i soliti slogan maschilisti. Parlò
il presidente del circolo, e quando la sua prolusione ebbe termine
fu sommerso da un lungo scroscio di applausi. Parlò il
vice-presidente, in mezzo a una selva di approvazioni, e
anche altri parlarono, anche loro ottenendo il plauso dell'assemblea.
Finalmente, ecco comparire alla ribalta Donald Kusko. Nella sala
calò improvviso il silenzio.
Era un uomo gracile, pallido sotto la luce dei riflettori, molto
diverso dall'immagine che compariva sul risvolto di copertina
dei suoi libri. La sua aria di leone sognante sembrava come svanita.
Anche la voce, quando esordì con un deludente e scontato
"Amici carissimi", suonava impacciata e flebile.
-- Amici carissimi, -- ripetè Donald Kusko con lo sguardo
che vagava spaurito per tutta la sala. -- Mi hanno annunciato
a voi come il depositario di una rivelazione sensazionale. E'
vero, sono qui per rendervi partecipi dei risultati rivoluzionari
cui è giunta la spedizione capeggiata da Stefano Kornig,
luminare di fama mondiale, uno dei pochi scienziati di sesso maschile
che siano riusciti ad emergere in un campo a noi sempre precluso.
Di quella spedizione, composta tutta di uomini, ho modestamente
fatto parte anch'io, in qualità di giornalista. Mi riferisco
agli scavi effettuati a nord del Grande Lago Azzurro, sotto le
rovine di un antico monastero. La stampa ha seguito con ironia
e dileggio i lavori della nostra spedizione, anche perché,
a bella posta, abbiamo per lungo tempo taciuto gli sconvolgenti
risultati delle nostre ricerche. Volevamo essere prima ben certi
della giustezza delle conclusioni, trattandosi di reperti che
risalgono a più di cinquecento anni or sono, quando la
Grande Catastrofe non s'era ancora abbattuta sul nostro pianeta...
L'assemblea respirava appena, ammutolita, tutti attendevano con
il fiato sospeso. Donald Kusko prese coraggio, la sua flebile
voce salì d'una ottava e divenne quasi stentorea.
-- Ebbene, amici carissimi, i reperti che Koenig ha riportato
alla luce comprovano ciò che per lungo tempo avevamo timidamente
sospettato. Amici, c'è stato un tempo in cui le strutture
della nostra società non erano quelle che sono, un tempo
in cui il dominio del mondo era appannaggio esclusivo del sesso
maschile. Oggi possiamo finalmente sostenere, senza tema di smentite,
che l'attuale cultura smaccatamente femminista è una cultura
falsa e posticcia che riposa su un cumulo di spudorate menzogne,
abilmente costrulte lungo un arco di tempo più volte centenario
per ridurci nella soggezione più umiliante. Ci hanno fatto
credere che Newton ed Einstein fossero donne. Ci hanno fatto credere
che tutto il sapere pazientemente costruito in millenni e millenni
di storia fosse dovuto all'ingegno femminile, che gli altissimi
traguardi raggiunu dal genere umano nell'arte, nella scienza,
nella filosofia portassero un suggello muliebre, relegando noi
uomini in quel ruolo subalterno e improduttivo che invece è
sempre stato, almeno fino a cinque secoli or sono, il ruolo della
donna. Così, abbiamo accettato una "Critica della
Ragion Pura" scritta da Manuela Kant, abbiamo accettato una
"Fenomenologia dello Spirito", riveduta e corretta,
che ha per autrice Georgina Federica Hegel, abbiamo accettato
che le opere più alte dell'ingegno risultassero il parto
di una presunta e conclamata creatività femminile. Che
non è mai esistita, amici carissimi. I reperti del Grande
Lago Azzurro parlano chiaro: tutto ciò che di geniale e
di sublime è stato mai prodotto in tutti i campi a partire
dalla notte dei tempi porta il marchio inconfondibile del genio
maschile. Tutto, anche la religione. Negli anni della Grande Catastrofe,
quando purtroppo nasceva un maschio per ogni cento femmine e il
nostro sesso si è visto giocoforza relegato a semplici
mansioni riproduttive, le donne hanno approfittato della nostra
minoranza numerica per usurpare il nostro dirltto, per sconvolgere
e manipolare la storia, per sottrarci a poco a poco il potere.
La stessa religione ha cambiato sesso, la casta sacerdotale è
divenuta monopolio esclusivo delle donne, e l'Ente Supremo, il
Principio Unico, radice fallace o veritiera di ogni umana riflessione.
si è visto costretto ad assumere un simulacro femminile,
con ingannevole astuzia eretto a pilastro trascendente della nostra
conclamata inferiorità, che tale sarebbe per volere divino.
Siamo la costola di Eva, si dice. Invece, è vero il contario:
è la donna che, secondo il libro della Genesi, è
stata tratta da una costola di Adamo. Così affermano le
sacre scritture, quelle originali, quelle che risalgono agli albori
della civiltà, prima che la serpentesca furbizia femminile
falsificasse anche il mito e la leggenda. In attesa che i risultati
della spedizione Koenig venissero ufficialmente resi di dominio
pubblico, ho pensato bene di anticipare secondo un modulo narrativo
scherzoso e apparentemente innocuo le conclusioni di un lavoro
collegiale che per lunghissimi mesi ha assorbito le energie di
un gruppo di cervelli di prim'ordine. Amici, quel che ho scritto
nel mio libro non è una comoda finzione per pervenire al
successo, ma la sacrosanta verità, e l'estrapolazione attendibile
condotta sui veri testi sacri, è la denuncia ironica, ma
spietata, della colossale mistificazione che per cinque secoli
ha tenuto il campo.
Ci fu per tutta la sala un sommovimento di spalle e di teste che
ondeggiavano senza sosta. Poi, un uragano di applausi si levò
dall'assemblea e rimbalzando da parete a parete sali forzando
contro il soffitto quasi volesse perforarlo. Il presidente del
circolo emerse alle spalle di Donald Kusko e agitando un campanaccio
si sbracciava per ottenere il silenzio. -- Amici, -- disse alla
fine, quando gli riuscì di ottenere una certa attenzione.
-- È necessaria una pausa di riflessione, e pertanto l'assemblea
interrompe i lavori per mezz'ora. Tutti coloro che intendono partecipare
al dibattito, tutti coloro che intendono rivolgere obiezioni e
domande al qui presente Donald Kusko sono pregati di passare in
segreteria e mettersi in lista. L'assemblea riprenderà
tra mezz'ora preclsa.
-- Che te ne pare? -- continuava a ripetergli
Gore Lukor con la faccia infiammata per l'eccitazione. -- Donald
Kusko sa quello che dice, non è certo venuto a raccontare
balle, e tu dovresti essermi grato per averti trascinato qui ad
ascoltare in anteprima ciò che nei prossimi giorni sarà
l'unico argomento di discussione sulla faccia della terra. Che
ne pensi?
Pressato alle spalle da una moltitudine accalcata intorno al bancone
del bar, Julius faticava a tenere in equilibrio il bicchierino
di liquore.
-- Io non penso niente, -- diceva al colmo della confusione. --
Mi sembra tutto così ridicolo, così estremamente
semplice. Sì, dico, gettare un colpo di spugna su tutta
la storia ufficiale e... Insomma, chi ci assicura che Donald Kusko
dice la verità?
-- Senti un po', ragazzo, -- fece Gore con aria spavalda. -- Sei
un maschilista o un leccafiga?
Julius ingollò il liquore d'un fiato. -- Togliamoci di
qui, -- disse spazientito. -- Cerchiamo un posto meno chiassoso.
Gore lo guidò lungo un corridoio pieno di gente, in prossimità
del guardaroba dove nessuno era in sosta, poiché nessuno
accennava ad andarsene. C'era, in quel settore, una fila di sedie
appoggiate al muro, ed erano quasi tutte libere.
-- Stà calmo, -- esortò Gore prendendo posto e costringendo
l'amico a sederglisi a fianco. -- Qui possiamo parlare tranquilli.
Sputa il rospo!
Julius scuoteva la testa. -- Mi sembra tutto ridicolo, -- ripetè.
-- Che dovremmo fare? Invitare le donne a lasciare i posti di
comando e a dedicarsi piuttosto all'allevamento della prole? Insomma,
dovremmo invertire i ruoli solo perché Donald Kusko è
venuto a dirci che l'uomo non è la costola di Eva...
-- In tutto questo la religione ha un'importanza secondaria, --
cercò di spiegare Gore Lukor. -- Quel che più
conta è l'idea del capovolgimento. Ci pensi? Un tempo comandavano
gli uomini...
-- Ma chi l'ha detto? La storia parla della Grande Catastrofe
un periodo oscuro in cui l'umanità ha rischiato di
estinguersi. Tuttavia l'umanità è soprawissuta.
Donald Kusko viene qui a dirci che prima non era così,
che le donne hanno approfittato della nostra temporanea minoranza
numerica, durata un paio di secoli, per sovvertire un ordine
naturale e divino. Ma le prove? Dove sono le prove?
-- Dimentichi i reperti della spedizione.
-- Ah, i reperti. Penso che dovremmo prima vederli, e discuterli.
E soprattutto, prima di. cantar vittoria, dovremmo vedere che
cosa ne diranno le donne, che in quanto a preparazione scientifica
sono molto più avanti di noi.
-- Sei il solito pessimista e menagramo, -- lo apostrofò
Gore. -- Mai una volta che tu sia d'accordo, mai una volta che
tu sia disponibile alla fattiva collaborazione per il raggiungimento
del nostro scopo...
Dal fondo del corridoio giunse un intenso rumore di passi e di
voci, un confuso trepestio che ben presto si trasformò
in clamore assordante.
-- Andiamo, -- invitò Gore trascinandolo per un braccio.
-- Andiamo a sentire il seguito.
Il primo iscritto a parlare era un giovanotto alto e roccioso,
con la voce squillante, ma che, almeno a giudicare dal suo pasticciato
preambolo, aveva ben poco da dire. Forse era salito sul palco
spinto più dall'entusiasmo che dal bisogno d'intavolare
un dibattito. Si limitò a declamare una serie di slogan
che ebbero però il potere di infiammare ancor più
l'assemblea, già sovreccitata dal discorso di Donald Kusko.
Quest'ultimo, seduto accanto all'oratore, annuiva ad ogni sua
parola con decisi movimenti del capo e suggellava la chiusa di
ogni slogan calando sul tavolo un pugno secco e rabbioso.
La folla sembrava impazzita. -- Donald! -- urlavano i più
scalmanati. -- Dicci che cosa dobbiamo fare. Dobbiamo mettere
subito la museruola alle nostre mogli? Dobbiamo cambiare la targhetta
sulla porta di casa? Dobbiamo sculacciarle a dovere e consegnare
loro strofinaccio e scopettone? E a letto? Cosa dobbiamo fare
a letto? Lasciare, come sempre, l'iniziativa a loro, o finalmente
dominarle, metterle sotto una volta per tutte?
Donald Kusko sorrideva, visibilmente compiaciuto. Intanto, altri
oratori si succedevano sul palco con i loro sconclusionati interventi,
altra paglia che finiva sul rogo di un incendio ormai indomabile.
Finalmente, un omino di mezza età, con una grossa testa
bitorzoluta e cosparsa di radi capelli grigi, sbracciando come
un ossesso riuscì ad ottenere il silenzio.
-- Sono un maschilista moderato, -- esordì, subito gratificato
da una selva di fischi e disapprovazioni.
-- Lasciatelo parlare, -- intervenne Donald Kusko levandosi in
piedi a quietare l'assemblea. E furtivamente strizzava l'occhio
al pubblico, come a dire: "State tranquilli, questo lo sistemo
io".
-- Sono un moderato, -- ripetè l'omino con chiara voce
baritonale, -- e vorrei, pacatamente, muovere alcune obiezioni
all'illustre scrittore venuto qui tra noi a suonare la diana della
riscossa. Ecco, io ho ascoltato con molta attenzione anche i successivi
interventi. Premetto che intorno ai risultati della spedizione
Koenig non intendo avanzare il benché minimo dubbio: sono
pienamente convinto che tutta la storia antecedente la Grande
Catastrofe sia stata scritta dagli uomini, dal nostro sesso, e
che tutta la storia di poi riposi su principi assiomatici falsificati.
Le dottrine esoteriche e la Tradizione, di cui sono modesto cultore,
hanno sempre sostenuto questa verità nonostante le irrisioni,
i facili sarcasmi e il violento ostracismo della cosiddetta scienza
ufficiale. Pertanto, perlomeno per me, le rivelazioni di Donald
Kusko suonano antiche e scontate. E tuttavia queste rivelazioni
vanno salutate con entusiasmo: chi nulla sapeva ha indubbi motivi
per plaudire, e chi come me già sapeva non può che
rallegrarsi per la conferma avallata dai reperti archeologici.
Ma il problema, amici maschilisti che mi ascoltate è un
altro. Una volta comandavano gli uomini, è vero. E adesso,
da cinquecento anni a questa parte, comandano le donne. Vero anche
questo. Prima la vita era un inferno per le donne, adesso è
un inferno per gli uomini. Ebbene, che cosa è venuto a
proporci l'illustre Donand Kusko? Egli ci ha proposto, sic
et simpliciter, la restaurazione dei nostri obsoleti diritti.
E tutti voi avete applaudito. Egli ci ha proposto di spostare
il polo del problema, non di risolverlo...
Qualcuno da un punto imprecisato della sala cominciò a
rumoreggiare. -- Ehi, rimbambito! Cambia registro finché
sei in tempo, altrimenti...-- E un altro: -- Ma chi gli ha dato
il permesso di parlare, a questo tanghero! -- Un coro di motteggi
e di risate si levò dappertutto. Alcuni facinorosi avevano
abbandonato i loro posti e s'erano fatti sotto il palco con i
pugni protesi.
-- Lasciatelo parlare, -- intervenne ancora Donald Kusko. Evidentemente
sentiva di avere in pugno il suo obiettore e intendeva divertirsi
con lui come il gatto col topo.
L'ometto attese pazientemente che ritornasse il silenzio. Scrollò
due o tre volte il testone con i bitorzoli che sotto la luce dei
riflettori fiammeggiavano paonazzi, controllò il respiro,
e riprese: -- Il movimento maschilista, ad eccezione delle frange
estremiste, non ha mai propugnato la prevaricazione del sesso
femminile. Il nostro obiettivo è sempre stato quello di
raggiungere la parità dei diritti. Troppe le professioni
che ci sono ancora precluse, giuridicamente o per inveterata consuetudine,
troppe le umiliazioni e i misconoscimenti che tutti i giorni siamo
costretti ad affrontare. Ma il nostro traguardo non consiste,
non deve consistere, in un semplicistico capovolgimento dei ruoli...
-- Cretino! -- urlò una voce dalle prime file.
-- ... un capovolgimento che perpetuerebbe, mutata di segno, l'ingiustizia
fin qui perpetrata. Dobbiamo cercare con tutti i nostri sforzi
di raggiungere un equilibrio armonico tra i due sessi, dobbiamo...
-- Venduto! Carogna, disfattista, sporco traditore!
Ormai la marea degli insulti saliva incontenibile. L'oratore era
ammutolito, bianco in volto per l'improvvisa paura. A fatica cercò
di riprendere il controllo della situazione agitando le mani in
un gesto bonario e rassicurante, ma i più facinorosi già
salivano sul palco. Gli furono addosso in un attimo. Donald Kusko
non s'interpose, si fece in disparte girando le spalle.
-- Io me ne vado, -- gridò Julius all'orecchio di Gore.
-- Proprio adesso che comincia il bello!
-- No, caro amico, ho visto abbastanza. Su quel palco stanno linciando
un uomo, non capisci?
-- Se l'è cercato lui, mi sembra.-- Tenendolo saldamente
per il braccio, Gore lo obbligava a rimanere seduto.
-- Lasciami andare, -- continuava Julius con voce irata. -- Toglimi
le mani di dosso, se non vuoi che ti spacchi la faccia.
A quella perentoria minaccia, Gore ebbe un attimo di esitazione.
Julius ne approfittò per divincolarsi e sgusciare oltre
la fila di sedie che lo intrappolavano. Dovette lavorare di gomiti
per fendere la calca dei forsennati che acclamando a gran voce
spingevano in direzione opposta. Più d'una volta fu sul
punto di darsi per vinto, rassegnato a lasciarsi inghiottire dalla
folla in mezzo a cui si muoveva come un corpo estraneo. Ma seppe
stringere i denti, e distribuendo calci e pugni all'impazzata,
riuscì finalmente a guadagnare l'uscita.
Era accaldato, sudato fradicio, e appena fuori, investito dalla
fresca brezza di primavera, non riuscì a trattenere un
brivido. Un pesante odore di mimose lo avvolse mentre percorreva
il vialetto che conduceva all'arteria principale. Camminò
in mezzo alla gente, senza una meta precisa, finché non
gli sbollì la rabbia.
Una pazzia. Era stata una pazzia lasciarsi trascinare da Gore
in quella bolgia di matti. Ma forse l'errore era cominciato prima.
Non avrebbe dovuto permettere a Gore di insinuarsi poco alla volta
nella sua vita privata, non avrebbe dovuto, mai e poi mai, concedergli
le sue confidenze, metterlo a parte delle sue frustrazioni di
maschio annoiato e deluso, in tal modo alimentando nell'amico
sempre a caccia di proseliti la convinzione di aver trovato un
nuovo adepto. Lui era sempre stato un pavido, un indeciso. O forse,
semplicemente un moderato, presso a poco come quell'ometto che
per ultimo aveva preso la parola, pronto a farsi linciare per
sostenere una tesi che lui, Julius, non avrebbe mai sostenuto
davanti a una canea urlante e ostile. Quell'ometto aveva ragione
da vendere, inseguiva un suo sogno, la parità dei diritti,
e soprattutto l'armonia tra i due sessi, la fine di quell'estenuante
lotta tra l'uomo e la donna, una lotta sotterranea, mai dichiarata
apertamente invisibile, ma sempre presente alla radice di ogni
rapporto.
Eppure, c'era qualcosa di affascinante nelle rivendicazioni che
Donald Kusko aveva fomentato. Provò ad immaginare Nora
intenta a cuocere il pesce, a redarguire i bambini, indaffarata
con la spesa e con i domestici, e provò ad immaginare sé
stesso alla guida d'un rotocar, in una bella tuta verde incutente
rispetto, lui capo, lui al posto di comando con ampio potere decisionale,
in ufficio, in casa, dappertutto. Si accorse che stava sorridendo,
come uno stupido: l'intimo compiacimento, inutile negarlo, era
qualcosa che dava la vertigine solleticandogli cuore e cervello.
Ora stava transitando sul Lungofiume, dove i passanti erano più
radi. Le prime foglie dei platani si agitavano nella brezza della
sera sullo sfondo di un crepuscolo che incendiava il cielo in
un bagliore di madreperla. Stanco, si appoggiò alla spalletta
con la mente in subbuglio. Sentiva il bisogno di riordinare le
idee, o meglio sentiva il bisogno che qualcuno gliele riordinasse.
Perché la confusione era al massimo, e lui non sopportava
di restarsene così, senza un punto di riferimento, senza
una guida.
Le campane della chiesa di Santa Susanna cominciarono in quel
momento a suonare con accenni dolcissimi. Subito risposero quelle
di Santa Elisabetta, con un suono per lui più familiare
e accattivante.
Julius ebbe un solo attimo d'incertezza, poi s'incamminò
deciso.
-- Stammi bene a sentire, figliolo, -- diceva
Madre O'Connel con la sua voce aspra e suadente nello stesso tempo.
-- Sono qui per aiutarti, ma a patto che tu mi racconti per filo
e per segno che cosa tl è accaduto. Cos'è? Hai litigato
con tua moglie?
Julius scosse la testa, in silenzio. Madre O'Connel non si perse
d'animo. -- Vediamo un po'. Hai ceduto a qualche lusinga? C'è
forse una donna, sopraggiunta a turbare i tuoi pensieri? Qualcuno
ti ricatta?
Julius ebbe un sussulto. -- Madre, -- disse poi con voce che tradiva
tutta ia sua inquietudine. -- Ho gravemente peccato. Se avessi
dato ascolto al vostro sermone di questa mattina, ora non sarei
qui a piatire un consiglio. Invece ho dato ascolto alle voci che
mi tentavano, ho frequentato un circolo maschilista...
Madre O'Connel trasalì. -- Così in basso sei sceso?
Dovrai accettare una pesante penitenza, ragazzo. Il tuo peccato
è dei più gravi, ed esige una pronta riparazione.
Intanto, se vuoi che ti assolva, devi promettere qui e subito
che romperai ogni rapporto, che mai più consentirai a frequentazioni
così disdicevoli.
Julius si strinse nelle spalle. -- Se è per questo, posso
giurare che mai più varcherò la soglia di quel locale,
starò alla larga dei procacciatori di proseliti, e nemmeno
leggerò più i libri di Donald Kusko.
-- Donald Kusko! -- esclamò sprezzante Madre O'Connel incupendo
lo sguardo. -- Quell'uomo è una creatura del demonio, è
un seminatore di discordie familiari, un sobillatore che spregia
i sani costumi e insinua il gusto del vizio e della perversione.
Soprattutto, è un grandissimo bugiardo.
-- C'è una cosa che vorrei sapere, -- disse Julius con
un filo di voce. -- Kusko non si limita a scrivere romanzi di
fantasia, ora va sciorinando in giro le conclusioni cui sarebbe
giunta una spedizione archeologica di cui ha fatto parte. Sostiene
che cinquecento anni fa, prima della Grande Castastrofe, il sacerdozio
era riservato agli uomini, sostiene che le sacre scritture, quelle
vere, dicevano esattamente il contrario di quello che adesso dicono...
-- Kusko è un serpente, bisognerebbe schiacciargli la testa...
Julius la interruppe. -- Non mi avete risposto, Madre. Oggi, alla
riunione, un uomo è stato linciato, pestato a sangue, forse
ucciso, solo perché non vedeva di buon occhio quella specie
di rivoluzione che Kusko sta preparando. Quell'uomo era un moderato,
uno studioso che ha detto parole molto toccanti sull'armonia e
sulI'equilibrio dei sessi. E tuttavia, rifacendosi alla tradizione
e alle scienze esoteriche, quell'uomo dava ragione a Kusko, o
comunque non gli dava torto, almeno per quanto riguarda la preistoria,
quando a comandare erano gli uomini e non le donne.
-- Tutte fandonie, -- si affrettò ad assicurare Madre O'Connel.
-- Nel migliore dei casi si tratta di leggende, di dottrine senza
alcun fondamento. Come puoi supporre, sia pure per un attimo,
che il plurisecolare magistero della Chiesa insegni il falso?
Julius abbassò il capo in segno di contrizione. -- Sono
stato uno sciocco, -- sospirò. -- Con tutto il cuore mi
pento dei miei pensieri blasfemi e della mia stolida condotta.
Datemi l'assoluzione, Madre. Ho fretta di tornare a casa, per
badare ai miei figli e per compiacere mia moglie.
Madre O'Connel gli rivolse ancora qualche domanda. Voleva sapere
se nel compiacere sua moglie lui osservava la posizione ortodossa,
cioè succuba, voleva sapere se pagando il debito coniugale
avesse mai sentito l'impulso demoniaco di invertire i ruoli di
prendere lui l'iniziativa, di atteggiarsi a possessore famelico
e animalesco.
Julius scosse il capo più volte, in segno di diniego.
-- Bene, -- bofonchiò Madre O'Connel, tranquillizzata.
-- Non ti dimenticare mai le sacre scritture, là dove dicono:
"Ti sentirai attratto con ardore verso tua moglie, ma ella
dominerà su di te".
Ci fu una lunga parentesi di silenzio, un attimo interminabile
durante il qualeJulius sentì congelare su di sé
la gravità e l'ambascia dei peccati commessi, e poi, finalmente,
la formula liberatoria di Madre O'Connel: -- Io ti assolvo nel
nome della Madre, della Figlia, e dello Spirito Santo.
Poi, Madre O'Connel l'aiutò a sollevarsi, gli sfiorò
prima una spalla, poi il fianco, poi il basso inguine con una
serie di carezze furtive.
-- Torna da me, figliolo. Ti sento fragile e bisognoso di guida.
Vieni quando vuoi, non temere di disturbarmi. -- E così
dicendo l'accompagnava fuori della sagrestia deserta, e lo blandiva,
quasi sommergendolo sotto la sua mole di gigantessa tenera e avviluppante.
Camminando, la mano di lei s'era insinuata tra le gambe di Jullus
e premeva, e stringeva... Eccitatissimo, Julius ebbe una mezza
erezione. -- Oh come sei vulnerabile, ragazzo mio. Come sei vulnerabile!
S'era arrestata quasi di colpo. Julius sentì posarsi sull'orecchio
due labbra roventi che sospiravano: -- Torna ancora, figliolo.
Confessarti sarà per me un dovere e un piacere. Adesso
va', fila a casa e fai il bravo marito.
In fondo al viale dei platani lo investì
ancora il profumo snervante delle mimose che proveniva dalla piazzetta
dove si apriva il locale di Felipe. Julius si allontanò
in direzione del Lungofiume.
Madre O'Connel era un po' porcacciona, lo dicevano tutti. Ma le
sue parole, prima durante e dopo la confessione, l'avevano messo
in pace con sé stesso. Non poteva certo condannare la sacerdotessa
per quelle quattro carezze rapite di soppiatto. Il voto di castità
al quale era tenuta comportava qualche strappo alla regola, non
era il caso di meravigliarsi. La cosa importante era la pace,
la serenità che Madre O'Connel era riuscita a comunicargli.
L'amico Gore Lukor, il fanatico, ora gli appariva come un fantasma
senza spessore, un ricordo vago e lontano. Lo stesso Donald Kusko,
con il suo carisma di leone sognante, era una figuretta scialba
che si affannava al cospetto di una congrega di energumeni superficiali
e arroganti. Piuttosto, era l'immagine dell'ometto calvo e bitorzoluto
ad apparirgli dinanzi come un fotogramma implacabile. I suoi occhi
smarriti... il labbro spaccato e sanguinante sotto le sberle e
i manrovesci della canea urlante... Mai più avrebbe immaginato
di assistere ad uno spettacolo così vergognoso, un vero
linciaggio.
Il sole era ormai calato da un pezzo, e tutte le lampade della
città s'erano accese. Julius imboccò il Ponte della
Nuova Speranza e all'altra estremità s'imbattè nel
solito gruppo di prostituti nottambuli che sostava a ridosso della
spalletta. Qualcuno fischiò al suo passaggio, quasi a volerlo
irretire in una sorta di tacita complicità, altri si esibirono
in lazzi scurrili che miravano ad incrinare la sua dignità
di uomo timorato e perbene.
Julius scivolò via inseguito dal profumo di lavanda e di
cuoio, un odore intollerabile che richiamava alla sua mente lascive
immagini di perversione. Percorse a passo spedito i Giardini di
Sole Gaio, il viale della Sorellanza, attraversò Piazza
della Concordia, e quasi di corsa salì a casa sua, al terzo
piano di una elegante palazzina.
Aprì la porta con la sensazione di avere finalmente raggiunto
la tana. In quindici secondi congedò Terence -- i bambini
erano già a letto -- gettò nel secchio delle immondizie
la cena che il domestico aveva preparato per lui, si versò
un'abbondante dose di cordiale che centellinò mentre, sbarazzandosi
degli abiti, si preparava per la notte.
Il letto era freddo e stentò ad addormentarsi, anche perché
strane immagini venivano incessanti a stringerlo d'assedio. Più
tardi, avvertì come in un sogno la presenza di Nora su
di lui, accanto al comodino.
-- Scusami, ho fatto tardi. Ma ho per te una bella notizia, Julius.
La direzione della nuova filiale è mia! Ora sono stanca,
festeggeremo domani.
Lui grugnì nel sonno due o tre parole di approvazione.
Sentiva sua moglie che si stava togliendo la tuta, la sua bella
tuta verde smeraldo -- eh sì, il colore emblematico di
chi comanda, di quelli che occupano posti di responsabilità
-- ma quella larva di pensiero non gli procurò alcun fastidio,
anzi... se ne sentiva compiaciuto e gratificato.
Fu allora, quando Nora si coricò al suo fianco, che Julius
avvertì uno strano sentore di lavanda e di cuoio.
Le illustrazioni sono di Sarah Zama, giovane illustratrice veneta, nata ad Isola della Scala nel 1972.
I suoi studi in campo artistico si limitano a qualche anno del corso di Pittura dell'Accademia di Belle Arti di Verona. Da molti anni collabora come illustratrice con molte riviste nel campo del fantastico amatoriale, collaborando con Fabrizio Frattari. Sempre Frattari mi mise in contatto con lei ai tempi di Terminus, dove Sarah ha dimostrato delle ottime capacità.
Si occupa talvolta anche di narrativa, e, nel corso del 96, si è ben piazzata in alcuni concorsi. In campo grafico ammira molto F. Franzetta, B. Vallejo, B. W. Smith e si sente molto legata allo stile ed al periodi dell'Art Decò.
Se avete racconti che ritenete adatti per Delos, inviateli alla Redazione Narrativa di Delos, delos.script@fantascienza.com. I vostri racconti saranno letti e accuratamente valutati dall'esperto editor Franco Forte.

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