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scacco doppio

Lino Aldani, da molti, è considerato il padre della fantascienza
italiana, eppure io, che indubbiamente sotto molti aspetti sono un suo
"figlio" narrativo (nel senso che ho potuto beneficiare dei suoi
preziosissimi consigli per aggiungere pepe e sale al mio modo di
scrivere), credo che Lino non sia affatto uno scrittore di fantascienza.
No, non voglio ricominciare con quelle sterili discussioni sul fatto che
"Quando le radici" (il più bel romanzo di Aldani) o "Visita al padre"
(il suo più bel racconto), secondo alcuni sono di fs mentre secondo
altri no; voglio solo fare notare che quando le storie di Lino parlavano
della nostra terra, con personaggi estremamente vicini a noi, al nostro
presente umano e sociale (come nel romanzo e nel racconto citati prima),
sono riuscite a intaccare la sensibilità del lettore, a trascinarlo in
un universo evocativo di grande scrittura, a dargli insomma tutto quello
che giustifica l'appellativo di scrittore. Lo stesso, a mio avviso, non
è avvenuto quando Aldani si è cimentato in prove più specificatamente
fantascientifiche. Alcuni dei suoi più applauditi racconti sono in
realtà abbastanza approssimativi e mediocri, come se Lino fosse stato
costretto a distrarre la sua ispirazione umanistica verso questi percorsi
della narrativa di genere, che in definitiva non gli erano poi molto
congeniali. Non mi riferisco solo a "Buonanotte Sofia", a "Trentasette
centigradi" o ai piu' recenti "In attesa del cargo" e "Mochuelo", ma in
generale a tutta la produzione di Lino che ha contribuito a classificarlo
come uno scrittore di fs. Ebbene, se non fosse stata per questa
"etichetta", Aldani avrebbe potuto conquistarsi uno spazio di rilievo
come scrittore mainstream, producendo opere del livello di "Quando le
radici" senza essere costretto a inventarsi mezzucci di second'ordine per
farle apparire come appartenenti all'universo fantascienza. Potrebbe
sembrare un paradosso, ma non lo è. Aldani ha sempre cercato di
appiccicare un'etichetta fantascientifica alle sue opere, anche quando
non lo erano affatto o potevano farne a meno (forse perché credeva di
non avere alcuna speranza nell'acido mondo del mainstream, e che fosse
più semplice affermarsi nello scantinato della narrativa di genere), e
quando ha scritto fs pura, non so sotto quali stimoli, ha dato il peggio
di sé, perché accade spesso che uno scrittore, quando deve sottostare a
imposizioni di carattere "tecnico", anziche' "creativo", non riesca a
dare il meglio. Anche se i racconti che seguono ci dimostrano che Lino
era bravo comunque, conosceva il mestiere e sapeva imbastire un racconto
come dio comanda. Eppure una cosa è la fredda operazione d'imbastitura
di un racconto, un'altra è il processo creativo dettato dall'ispirazione
e dalla musa interna che ogni vero scrittore porta dentro di sé. Musa
che Lino ha consultato a fondo, quando si è messo a scrivere alcune
opere che sono delle pietre miliari della narrativa italiana. Certo non
di fantascienza.
-- Franco Forte
Elena, le ho detto ieri, Elena non facciamo sciocchezze. E mi
sono precipitato alla finestra, volevo vedere se qualcuno dal
palazzo di fronte stesse spiando, ho tappato le imposte, ho tirato
giù la tenda, con rabbia. Sei impazzita, le ho detto, vuoi
proprio che ti vedano. E lei: adesso non esageriamo, c'era il
riverbero, e poi nessuno guardava. Elena è prudentissima,
io non dovevo rimproverarla, Elena sa il fatto suo, non ha mai
corso rischi inutili, non si è mai comportata con leggerezza.
Adesso non esageriamo, ha detto, nessuno guardava, e invece sì,
poteva esserci qualcuno, c'è sempre qualcuno dietro le
finestre a ficcanasare, i delatori, i lupi ingordi, anonimi, grigie
eminenze che tutti i giorni vanno al lavoro forse in tuta da meccanico
il camice l'uniforme o col berretto dello spazzino, loro insomma,
quelli che forse sono i capi. Non dovrei
io non dovrei, oggi la testa scoppia, ho come un succhiello alla
bocca dello stomaco, mi dà fastidio la luce fuori, mi dà
fastidio la luce della stanza, la luce che sprigiona dai quadranti
di Mark-5, non dovrei con la memoria spalancata altrove e rimasugli
d'immagini, la collera, quando ho tirato giù la tenda e
lei s'è messa a ridere, adesso non esageriamo, non essere
ridicolo, che c'entra, ma intanto la cartolina blu è arrivata,
non è mica uno scherzo la cartolina e quando Elena l'ha
vista è diventata pallida, ha cominciato a tremare e ha
preparato il pranzo ma non abbiamo mangiato siamo rimasti zitti
coi gomiti sul tavolo fino a quando io ho preso la brocca e i
bicchieri e le stoviglie ho scaraventato tutto contro il muro,
e lei che cercava di calmarmi, e lei a dire che forse la storia
delle cartoline è solo una maligna montatura, che forse
si tratta d'un semplice controllo, tutto per farmi coraggio, un
controllo enigmatico, d'accordo, ma noi che ne sappiamo, noi non
facciamo parte dell'alta classe dirigente, insomma
io non dovrei, Mark ha iniziato muovendo come al solito due passi
il pedone di donna, mi fa schifo, oggi comunque non dovrei giocare...
Come si chiamava quell'artista? Cézanne. Cézanne
dipinse anche il giorno che gli morì la madre. Mi faccio
schifo, e poi, anche se possedessi l'audacia di Niemzovich, la
calma olimpica di Capablanca, la lungimiranza di Anderssen e l'aggressività
di Steinitz, la freddezza di Lasker o di Botvinnik, le doti di
Alechine, quand'anche fosse mio il genio fulgidissimo di Morphy
e di tutti i grandi campioni del passato, questo assassino di
robot avrebbe partita vinta in meno di quaranta mosse, è
un dinamometro
che tutti i giorni misura la mia stupidità. Elena esci?
Sciocchezze, e poi le ho detto, mica vorrai andartene fuori così
vestita, ma no, sciocco, che c'entra, Mark ha iniziato con il
fante di donna, anche se avesse aperto all'inglese le cose non
cambierebbero granché, insomma la partita è cominciata
mezz'ora fa, io non lo so perché mi sono messo a giocare
non lo avrei mai creduto con quello che è successo a mezzogiorno
col cervello che va in frantumi i brividi eccetera, perché
la cosa grossa è accaduta oggi eppure dentro alla zucca
sono i fatti di ieri che tengono banco come tutto fosse iniziato
appunto ieri, Elena, e così Elena ieri a un certo punto
ha detto ma no che c'entra ma di che hai paura lo sai che la testa
ce l'ho sulle spalle e poi ha detto spogliami, levami questa roba
di dosso e sta' qui mentre faccio toletta, vedrai come mi concio
no, non ci ha messo molto a diventare brutta ha aperto la scatola
di alabastro e matite e sfumini boccette tutto di corsa un lampo
c'era una maschera che dallo specchio mi guardava e poi la guaina
elastica
strettissima
per appiattire il seno le scarpe col tacco basso, occhiali, e
il soprabito lento alla vita tutta la messa in scena per quelli
che fuori hanno occhi grifagni cacciatori di femmine in proprio
o per altrui mandato, Elena le ho detto, Elena, torna prima che
sia possibile, rimani fuori il necessario non un minuto di più
e sulla porta di casa ho voluto che girasse un poco le calze in
modo che la trama distorta ad arte le sfigurasse la linea delle
gambe l'ho guardata negli occhi ho sfiorato l'arco delle sue sopracciglia
deturpate da un crudele sfregio di crayon nero-fumo il naso fatto
camuso dai sottili cerchietti di gomma infilati nelle narici le
labbra ridotte a due segmenti di carminio scabro l'ho baciata
sulla macchia viola che da mezza guancia le giunge quasi al lobo
dell'orecchio una membrana inamovibile di plastica che Elena non
dimentica mai di applicarsi prima di uscire, lei ha sorriso, un
ghigno, se non fosse stato per quel lampo di tenerezza che improvviso
le è briIlato negli occhi Elena Elena ritorna presto, basta
così, perdìo, facciamola finita, non voglio più
pensare a mia moglie, a quella cartolina blu arrivata con la pneumoposta
delle undici, una convocazione, nodi che vanno al pettine, lo
so, la mia indifferenza è soltanto apparente, ma resta
il fatto che mezz'ora fa ho acceso Mark-5, ho avuto questa forza,
l'ho messo in posizione di gioco col vantaggio del tratto e adesso
sono qui seduto come per ingannare il tempo, buffone, è
il 32 dicembre, un giorno che non esiste, che non dovrebbe esistere,
gioca gioca pure agli scacchi, ma il verdetto a lungo andare ti
ha raggiunto, quel che a lungo si teme finisce sempre col pioverti
sul capo, sempre, senza scampo, e dunque
oggi dunque, Mark ha dunque iniziato col pedone di donna. Dunque.
Ma questa volta non ho risposto con la difesa indiana, non voglio
che Mark mi annienti secondo la regola di moda, meglio è
tentare la strada insolita, forse le macchine ignorano la storia,
Cristo Gesù, così ho sospinto anch'io il pedone
secondo l'antica prassi e quando poi Mark è uscito di cavallo
in f3 io ho avanzato il pedone d'un passo, fante in e6, forse
una mossa rinunciataria, Mark ha rimescolato infatti i suoi ingranaggi
con un grugnito di soddisfazione, ha subito risposto, la scritta
si è accesa prima che scadessero i rituali dieci secondi,
io ho sfilato il suo alfiere dalla casa di partenza e l'ho inserito
nella quinta del cavallo di re, come voleva lui, ma adesso sono
fermo, giro in folle, e mi mangio le unghie, e mi dà fastidio
la luce, il silenzio incomprensibile giù nella strada,
come se tutti fossero morti, mi dà fastidio la luce che
lampeggia nei pannelli di questa macchina imbattibile, l'aria
il ronzio le imprecazioni che mi rimbalzano nel cranio, basta
per carità
io sono un imbecille, un imbecille emerito, meglio sarebbe prendere
una mazza e fracassare tutto. Tutto. Ma prima bisognerebbe ricercare,
appurare come e perché, stabilire le vere istanze, le motivazioni.
Io sono calmo, sono padrone del mio pensiero, io posso indirizzarlo
dove mi pare, posso tenere a fuoco le immagini, scacciare quelle
che danno il crepacuore. Se voglio, posso pensare che esiste solo
questa scacchiera... Intanto, la mossa dell'alfiere in g5 mi sembra
stumperzug, un tratto da imbecilli, indegno di un così
costoso apparecchio, però non è la prima volta che
Mark si lascia andare a questi scherzi, sembra che giochi distrattamente
e invece sotto sotto elabora combinazioni che all'improvviso schizzano
veleno. Bisogna diffidare, sempre. Ora, ad esempio, il tratto
più spontaneo (Elena) mi sembra (Elena) la spinta in f6,
mi sembra insomma
mi sembra insomma che così facendo blocco l'azione dell'alfiere
e lo costringo, Elena, in h4 oppure, Elena Elena, lungo la diagonale
di partenza.
Elena. Oggi, quando si è ripetuta la scena del maquillage
e la guaina e le calze e i tacchi bassi, un mostro che saltellava
giù per la rampa delle scale, è andata via, cretino
è andata via, la cartolina dava l'indirizzo, una strada
al diciottesimo agglomerato, almeno cento volte ci sarò
passato e non sapevo, io non sapevo
l'hanno chiamata là, uno di quei cinquanta palazzi tutti
uguali, duemila appartamenti, forse è come un ufficio e
ci sono anche altre donne, una specie di ambulatorio, o forse
è come un grande salotto con la seta e i velluti, dove
le fanno spogliare, guardano da uno spioncino e scelgono...
Non è vero.
La settimana scorsa il mio collega di scrivania ha detto che non
è vero niente, ha detto che sua moglie l'hanno convocata
già tredici volte e quasi sempre l'hanno rimandata via
subito, solo una volta l'hanno tenuta tre o quattr'ore, ma non
è successo mai niente, proprio niente, c'erano anche altre
cinque o sei donne e a un certo punto hanno servito il tè
coi biscotti, non era un ambulatorio, era come un salotto, ma
non è vero che le fanno spogliare, il controllo è
così, consiste in questo, che ogni tanto mandano a chiamare
le donne sposate, quasi sempre quelle sposate, e qui forse ha
ragione l'altro collega, quello coi capelli rossi, quando dice
che secondo lui è un ufficio medico e che le donne le sterilizzano,
lui dice che nel tè c'è una polverina che non fa
nascere i figli, insomma quello che fanno è il controllo
delle nascite perché ormai siamo sette miliardi e non si
può continuare così, non c'è più posto,
però questo è un discorso che fila fino a un certo
punto, io so di donne che sono rimaste incinte subito dopo la
convocazione, forse perché il controllo non funziona sempre,
e poi c'è un'altra cosa, mandano a chiamare più
spesso le più giovani, quelle più belle, la conosco
la musica. Elena infatti ha sempre avuto paura, soltanto oggi
ha cercato di minimizzare, non succederà niente, smettila
con queste stupidaggini, sarà l'affare d'un quarto d'ora,
ma sì, chi dice niente, ecco, alla spinta in f6 Mark ha
risposto ritirando l'alfiere, dice f4, i capi sanno perfettamente
quello che vogliono, del resto nessuno ha mai sollevato obiezioni,
io faccio così, metto l'alfiere in d6, se fanno i controlli
un motivo deve pur esserci, e infatti c'è, minchione, minchione
che altro non sei, il motivo è quello che tutti sospettiamo,
ora sta' zitto, pensa a muovere i pezzi, il gioco degli scacchi
si esercita sopra un piano quadrato che si chiama scacchiera (adesso
bevo) diviso in sessantaquattro quadratini trentadue bianchi e
trentadue neri che si chiamano case, i pezzi sono il Re, la Donna...
I pezzi sono il Re, la Donna, Torre, Cavallo e Alfiere. E i pedoni.
Cioè la fanteria. I1 gioco è una lotta in cui ciascuno
degli avversari cerca di far prigioniero il re dell'altro. Imbecille,
Elena è fuori, bevi, non è successo mai niente ma
intanto ancora non arriva è gia tardi è fuori è
via è laggiù per la resa dei conti ogni precauzione
è stata inutile qualcuno ha indovinato la bella donna nel
fagotto di stracci bevi imbecille bevi e se Mark retrocede in
g3 falla finita una volta per tutte con quell'alfiere, accoppalo
ma sì, eravamo d'accordo che appena libera avrebbe telefonato.
Sta' tranquillo, mi ha detto, son tutte fisime, non c'è
bisogno che scaraventi i piatti contro il muro. E' stato allora
che ho aperto la bottiglia del gin, mi sono messo a bere
cretina
cretina che non sei altro, se non ci credi perché esci
sempre con quella maschera sulla faccia, e lei un po' ha pianto
e poi ha detto: così, perché tu sei un bambino che
ha paura dell'orco, tu credi nelle favole, pazienza, faccio come
tu vuoi, nessuno porta via la tua mamma, e sulla porta ha provato
a sorridere, il mostriciattolo già saltellava giù
per le scale ormai ti hanno scoperto è inutile vacci come
sei, io me ne frego e sono corso dentro ho riempito la terza volta
il bicchiere gin dappertutto sulla tavola sul pavimento gocciolava
sulla mia veste da camera freddo nel cervello come adesso più
di adesso in tutto il corpo fino a quando lei è tornata
su neanche dopo mezzo minuto e ha detto non lasciarmi andar via
cosi di' qualche cosa e quella faccia no non fare quella faccia
se no non mi muovo verranno a prendermi e sarà la fine,
allora m'è mancato il coraggio, ho detto: bene, appena
ti rilasciano telefona, sì sono tranquillo anch'io adesso
sono calmo, va': non succederà niente.
Il gioco degli scacchi si esercita sopra un piano quadrato che
si chiama scacchiera diviso in sessantaquattro quadratini, trentadue
bianchi e trentadue neri, che si chiamano case. I pezzi sono il
Re, la Donna, la Torre, il Cavallo, l'Alfiere e i Pedoni. I1 gioco
è vinto quando si riesce a dare scaccomatto, cioè
quando si riesce a prendere prigioniero il re avversario. Subito
dopo il re, il pezzo più importante è la donna.
Ad essa il giocatore deve prestare un'attenzione particolare:
nei primi tratti della partita non sarà mai buono muovere
la donna, perché i pezzi avversari essendo tutti in gioco
possono facilmente infastidirla. La cautela non sarà mai
troppa, tanto più che la cattura della donna può
rappresentare l'improvviso obiettivo degli attacchi avversari.
Questa la teoria, uno stralcio. C'è poi l'analisi del gioco
aperto e del gioco chiuso. I gambitti. E i controgambitti. E poi
la teoria vastissima inesauribile delle aperture, lo studio dei
finali, il caos, la scacchiera
che ora sembra un pezzo di stoffa quadrettata, la giacca d'un
gigante, il dorso si solleva e quasi s'inarca come bestia che
sbuffa e scalpita, ora la luce è spenta. Ora. Adesso l'edificio
non ha vita, evacuato, sono scappati tutti, e nella strada i veicoli
transitano senza convinzione, una serie di suoni sordi, zampe
di gatto, due o tre lame di luce sventagliano in alto contro le
imposte della finestra torre regina i pezzi con le capocchie lucide,
tornite sembrano i pomelli dei lettini di ferro (ora non più,
non li fanno più) ora la fibra ha invaso l'universo, i
tavoli le macchine le tazze dei gabinetti e le posate gli abiti
le sputacchiere, io mi ricordo
tre anni? Non lo so, io nacqui allora alla memoria, più
indietro di così non ci riesco, ricordo il letto piccolo
con le sponde di canapa intrecciata e sulle spalle una coperta
a frange, di lana (quella cosa che una volta facevano le pecore),
d'accordo, già allora il mondo era finito rimaste poche
briciole nella patetica ostinazione dei vecchi, come cimeli, e
poi scomparsi quegli ultimi che potevano ancora venerarli tutto
il tempio è crollato sotto il diluvio, giù! plastica
a scrosci, dai giornali ai pavimenti delle strade i fazzoletti
igienici le lettere d'amore, anche gli scacchi.
L'ho spenta io la luce: perché in penombra mi concentro
meglio. Ora la scacchiera sembra un paesaggio notturno visto dall'alto,
io mi ricordo... Qui forse mi sbaglio, è un impostura confondere
i ricordi con le immagini del dormiveglia, io non lo so, rivedo
la vallata il drappo nero della campagna costellato di lucciole
pulsanti, ero fermo sull'orlo, quasi sospeso sopra il crinale
delle colline, che ne sapevo io del mondo e della vita, che ne
sapevo, ero adagiato nella conchiglia dove il futuro è
un campo di miracoli, e smettila, imbecille, le pianure di grano
e le foreste non esistono più, smettila, qui non ci sono
che scheletri d'acciaio derivati meccanici e labirinti di plastica
vetrificata, e poi ha detto: appena mi libero telefono. Pfff!
Non è mica facile incassare certe sberle, in g3, naturalmente,
Mark ha voluto il sua alfiere in g3, e io l'ho accoppato, l'alfiere
cominciava a darmi fastidio, un cambio, quando sono nervoso liquido
i pezzi perché meno ne vedo e meglio ragiono, Mark ha ripreso
con il fante di torre ed io ho spedito il mio cavallo di re a
prender aria, in e7, luci qui sotto, laggiù, luci lontane,
per esempio: un cavallo io non l'ho mai veduto, un cavallo vero.
Anche quand'ero sulle colline e mia madre al calar della notte
m'indicava la valle lontana che s'accendeva come una scacchiera,
e poi nei campi o dietro le siepi, dovunque fosse verde, insomma
l'erba l'ho conosciuta, quella sì, ho fatto in tempo a
vedere l'erba vera e le piante vere, e c'era il tetto della casa
che poggiava su due travi d'abete i rampicanti e un orto dietro
la casa, cioè un pezzo di terra che uno potrebbe coltivare,
c'era molta gente che prima lo faceva, prima che il bulldozer
venisse a buttare giù tutto, case e fienili, anche la collina
venne spianata, ho ancora nella testa il rumore che arroventava
l'aria, la scartocciava in fremiti, e adesso ecco le luci, ecco
il ronzio, anche Mark manda fuori il cavallo, quello di donna,
lo vuole in d2, una spugna, bisognerebbe che nel mio cervello
rotolasse una spugna a cancellare tutto, così tra un'ora
(o due? o forse...) quando Elena entrerà in questa stanza
oh, lei tornerà come se niente fosse accaduto, prima di
rilasciarla i maiali le lavano il cervello, cancellano dalla memoria
tutto lo schifo, il ricordo di tutto quello che accade in quelle
due ore di permanenza là dentro, lo so, tornano a casa
come angioletti, il mio collega di scrivania è un imbecille,
tredici volte gliel'hanno soffiata la moglie, e lui continua a
dire che non è vero niente, che si tratta d'un semplice
controllo, e anche Elena dirà così, non è
successo niente, una formalità, e tu prova, prova un po'
tu se ci riesci, a far finta di niente, bisognerebbe che tutti
fossero al corrente, che tutti conoscessero la storia, il passato,
quello che han fatto gli infami di tutti i tempi, i ladri, gli
assassini, gli sfruttatori, basta prendere un libro e sfogliarlo
a caso...
-- Tu pensi che si tratta di sterilizzazione?
-- Forse. Ormai siamo sette miliardi, non si può mica
continuare così, non ce più posto.
-- Allora non è un salotto dove le spogliano e poi...
-- No. Secondo me è come un ambulatorio.
e libri, c'erano anche libri, il vecchio ne aveva un'infinità,
e una volta morto, i nipoti glieli portarono giù in cantina,
in mezzo ai mobili sfasciati la polvere escrementi di gatto e
topo. Laggiù nessuno sorvegliava, scendeva qualcuno di
tanto in tanto a portare altre cose inutili, a volte la porta
rimaneva aperta e allora, con tutti gli altri, sgusciavo dentro
trattenendo il respiro, zitti che il basilisco è li dietro
l'armadio, schizza veleno dagli occhi e ha il fiato che congela,
state zitti e nel buio qualcuno faceva il verso, imitava il sibilo,
poi s'accendeva la luce i topi scappavano nei pozzi d'ombra della
cantina, cominciava la festa, o la battaglia dietro le pile dei
libri e le tavole tarlate, mucchi di suppellettili, pagine, ne
strappavamo a centinaia così per gioco e un giorno Papè
Satan Papè Satan aleppe venni via col libro nella tasca,
non era intero mancavano le prime trentatré, il libro dell'Inferno,
una storia curiosa d'oltretomba con ghiaccio e fuoco e forche
e mucchi di dannati a supplizi impossibili, ricordo, quel giorno
io compresi il prima e il poi, cos'è la storia, tutta l'inenarrabile
processione di spiriti nel tempo, gufi e cristalli, e un altro
libro ancora, e poi un altro, imparai presto a scendere da solo,
scartabellavo in mezzo all'umidore la muffa e il tanfo, portavo
a casa quelli più belli, rilegati, li nascondevo in fondo
a un mobiletto, la chiave, anche quella nascosta cambiando il
posto di volta in volta, c'era Ruy Lopez, l'abate scacchista autore
del trattato dove ragazzo appresi a giocare le prime mosse, i
primi squarci della fantasia i brividi le prime schermaglie della
logica, de aqui se manifesta no ser tan bueno guardar el peon
del Rey con el Caballo de la Dama, Cristo la so a memoria la Ruy
Lopez, tutte le varianti dal sedicesimo al ventesimo secolo, Polerio
e il Calabrese, Gustavo del Rio, la scuola di Philidor, e altri,
e altri ancora, il vecchio ne aveva tanti, giocava da solo, un
povero vecchio rimbambito e bavoso, solo davanti alla scacchiera,
allora i Mark non c'erano, eri costretto a sceglierti come avversario
un idiota par tuo oppure giocare contro te stesso, sdoppiato,
sulla falsariga dei libri, no ser tan bueno 1'Arfil del Rey, a
memoria la so, e questa canaglia di Mark-5 non apre mai col pedone
di re, sempre con quello di donna e se lo faccio io sempre risponde
con una Siciliana od un fianchetto, una truffa, roba da fargli
assaggiare centomila volt, ridurlo a una scatola fumante, scintille
e sfrigolii, morto, di cenere.
sì, era pieno di libri, laggiù. Ricordo quello dei
mecenati, vescovi-conti e servi della gleba, tu sollevavi il ponte
levatoio e più nessuno poteva entrare, tutto un fossato
pieno d'acqua, e dentro uno piallava uno cuciva l'altro cuoceva
vasi e modellava il ferro, tutti per uno e l'uno per se stesso,
una regola semplice, con i morti scannati e turiboli e benedizioni
ma come tu prendevi moglie subito lui si presentava e...
forse è da questa storia che sono nate tutte le illazioni,
una leggenda, il primo cittadino, il baronetto dentro uno stemma
di torri e bisce, ecco, l'anemone di campo maciullato dallo zoccolo
bruto, sfregio e vergogna, non importa se altri libri sostengono
il contrario, certo, passano gli anni ed anche il barbaro prende
di zucchero, antichi autori dicono che presto il diritto di prima
notte non fu più esercitato e che il signore si limitava
ad introdurre una gamba nel letto della sposa, alla presenza di
tutti gli invitati che portavano doni, questo dicono i libri,
ed era il tempo dell'odio autentico, tu conoscevi il nome del
tuo padrone, potevi in sogno assassinarlo tutte le notti, tendergli
l'imboscata, dare fuoco al castello, e poi, anche dopo, sempre
abbiamo veduto la faccia del tiranno del prete del banchiere,
in ogni sollevazione di popolo noi sapevamo contro chi sparare,
non come oggi, non come adesso, qui non si sa chi governa chi
fa la legge, chi si nasconde dietro le montagne di soldi che stritolano
il mondo, non conosciamo niente di niente e la ruota gira lo stesso,
dicono che è meglio, che è meglio non sapere chi
sono i reggitori perché così fila tutto più
dritto, certo, anche una superbomba nelle mie mani sarebbe inutile,
non so nemmeno dov'è la sede del governo, non lo sa nessuno.
Niente.
Niente. Adesso anche la donna è fuori, l'ho spinta nella
terza casa dove il suo raggio d'azione è aumentato, adesso
sono quasi le sette, adesso è tardi. La bottiglia del gin
è vuota per metà, gira la testa le caselle della
scacchiera non stanno ferme tremano e sbavano giù nella
strada strisciano mille zampe di gatto rumori di tanto in tanto
lame di luce che s'aprono a ventaglio e vengono a lambire la finestra
qui c'è silenzio un grappolo un colabrodo di buchi incomprensibili
sei impazzita? Adesso non esageriamo, c'era il riverbero, non
so, forse era meglio non muovere la donna, forse era meglio lasciare
a Mark l'iniziativa, scoprire prima le sue intenzioni e poi decidere,
bestia, Mark spinge in e4, mi attacca al centro e libera l'alfiere,
io non ho scelta, la presa del pedone è necessaria e se
riprende di cavallo peggio per lui perché allora do scacco
al re e gli sfascio l'ala sinistra, adesso bevo, guardala questa
bottiglia, mi scivola di mano va in frantumi schizza il liquore
sul pavimento, i vetri, ormai è chiaro che l'hanno trattenuta,
il traffico non c'entra, e poi eravamo rimasti d'accordo che appena
fuori, Elena non l'ha fatto, non ha telefonato, non voglio guardare
l'orologio, non voglio è inutile palazzo ambulatorio come
dentro un ufficio, loro mandano la cartolina, dentro un salotto
forse è come un salotto con le sete e il velluto le fanno
accomodare guardano da uno spioncino e scelgono non voglio adesso
apro un'altra bottiglia e intanto Mark riprende davvero di cavallo
e m'offende la donna
qui la macchina sbaglia
io do scacco in b4, qualunque cosa faccia Mark la pedina in b2
è guadagnata, non capisco, un tiro di seconda intenzione
e c'è caduto dentro a capofitto questo m'insospettisce,
forse... No, forse mi sbaglio, io debbo smetterla di considerare
le macchine come se fossero la perfezione concretizzata, debbo
convincermi che anche Mark-5 può sbagliare, ci sono sotto
al cofano decine di migliaia di circuiti, ragioniamo, hanno inserito
negli schemi un mucchio di partite, ma soltanto una parte di quelle
effettivamente giocabili, le più logiche, quelle che seguono
lo spirito del gioco, ma supponiamo un pazzo, no, meglio un burlone
che in apertura faccia una mossa sciocca, oppure insolita, una
mossa non contemplata nel progetto, la macchina che fa, non può
mica dichiarare forfait, i selettori si bloccano e l'automa ha
le frecce spuntate, dovrà procedere di tratto in tratto
affidandosi ad una sua capacità di previsione, e non è
detto, perbacco non è detto che questa sua capacità
sia superiore alla mia, ora m'illudo, però a pensarci bene
potrebbe essere così, senza contare poi che qualche volta
(ma è raro, molto raro), insomma qualche volta il cosiddetto
errore medio quadratico di filtraggio istupidisce anche l'elaboratore
elettronico più dotato, certo sarebbe bello prendere a
schiaffi Mark, rimbecillirlo, chiudergli il re in un angolo e
mattarlo...
Niente. Sono le sette e un quarto.
Dirà
-- Non è successo niente, un semplice controllo.
-- E se invece...
Dirà :
-- No, non è successo niente.
-- Testimonianza inattendibile.
-- Non ti fidi di me?
-- Non posso: un colpo di spugna sulla tua memoria e...
-- Niente colpi di spugna, ti assicuro.
-- E' appunto questo che non puoi assicurare.
E per un poco ci sarà silenzio, Elena avrà negli
occhi un guizzo ambiguo un lampo indecifrabile un sorriso la fuga
dei ricordi lungo navate chilometriche la vita la vita ignobile
e ci sarà nella stanza come un piccolo bisbiglio di cose
che si spengono un'eco lieve e poi sonora di conchiglia marina
il tempo congelato intorno a un gruppo di rabbia.
Poi Elena dirà:
-- E allora?
-- Allora niente. E' tutto come prima, ed è tutto cambiato.
E' tutto come prima, ma di nostro, di veramente nostro, non resta
più nemmeno un bruscolo, un capello.
Così. Parole pronunciate mille volte in discorsi ipotetici.
Elena sa, Elena l'ha sempre presentito, nei giorni che verranno
sarà come un cieco vano rincorrersi in un labirinto di
stanze senza uscita.
giocare, giocare sempre, tutti i giorni
continuare egualmente, con tutta l'attenzione, un modo come un
altro per affogare la sofferenza, bere e giocare, concentratissimo,
press'a poco come quel tizio, Pascal mi sembra, che in preda al
mal di denti passò la notte studiando la cicloide, non
sentiva più niente, ora capisco, ora mi rendo conto, il
mondo è inattaccabile, una sfera compatta di metallo irto
di schegge, posso picchiare come un matto e sempre mi spezzerò
le mani, cretino, io non dovevo portarmi in casa questo baule
di valvole con gli occhi che lampeggiano e ronza e sussulta somiglia
troppo a quella bestia in agguato là fuori, modello in
miniatura di un universo osceno, è questa la ragione, Elena,
è questa, gin periddìo, ora capisco non fu mai per
svago sempre ho giocato col cuore in gola il tremore lo spasimar
una sfida se potessi una volta almeno se potessi rompere la catena
salire a galla e respirare basterebbe
una
una sola volta sconfiggere il campione, la libertà d'un
attimo darebbe un senso a tutte le sciarade le cifre i rebus le
leggi senza nome di questo stupido mondo potrei giustificare me
stesso e gli altri e tutto il lavoro inutile la perdita di tempo
tutta quella ferraglia di servo-meccanismi l'automazione dell'automazione
come se non sapessi che in ufficio le mie funzioni di controllo
rappresentano un alibi la scusa per tenermi occupato non c'è
niente niente assolutamente siamo esseri inutili Elena inutili
ma supponiamo ecco per un momento - Mark ha parato lo scacco spingendo
il fante in c3 - supponiamo che questa sera prevalga il mio cervello,
capisco, la pedina che ora prendo in b2 è un vantaggio
del tutto relativo, ma supponiamo che dalla posizione scaturisca
un ulteriore vantaggio, che so, una pedina ancora, e non c'è
Mark che tenga: cambiando tutti pezzi avrei finale vinto
la Macchina in ginocchio, sconfitta, messa a nudo
sì, ci sono troppe cose che mi torcono il sangue, l'umiliazione,
sono le sette e mezza, io non volevo, Elena non volevo guardare
l'orologio, è stato un gesto meccanico, inconsulto, non
sono più un bambino, io non credo ai miracoli è
tardi la mente se ne va gli occhi mi bruciano c'è come
una girandola, Elena ho detto, ieri, Elena, ieri, e ieri l'altro
e l'altro giorno ancora, sempre, da quando siamo insieme, mille
volte, mille volte ho veduto il mostriciattolo giù per
le scale e mille volte l'incubo s'è dissolto al suo ritorno,
io la spogliavo di ogni orrido orpello, finalmente, come ogni
sera solamente mia, luci, ronzio, sono le sette e mezza, io non
conosco ancora tutto l'inferno dei giorni che verranno, in d2,
vuole il cavallo in d2, e questo era previsto, eseguo, entra in
funzione l'oscillatrice rossa, non capisco, forse la spina del
pezzo non ha raggiunto i terminali di contatto, schiaccio il cavallo
fino in fondo ma l'oscillatrice rimane accesa, la scritta sul
pannello non è scomparsa, Cfd2, ma come ho fatto a sbagliare,
sfilo il cavallo, lo rimetto in e4 e colloco in d2 quello che
stava in f3, Mark sussulta nella registrazione l'occhio rosso
si spegne e s'accende quello verde, siamo a posto, possiamo andare
avanti, per un momento m'è parso come di sentire... basta
per carità, qui rischio la pazzia cosa mi metto in testa
le macchine non ridono la trappola perdìo scatta la trappola
io non dovevo la donna troppo esposta non dovevo Mark alla prossima
salta in c4 Elena è fuori ormai il tempo non conta più
mezz'ora un'ora e tutta quella gente che non conosco che fingo
di conoscere perché nessuno parla non ci fidiamo l'uno
dell'altro sorrisi di mollusco ognuno cova l'angoscia in fondo
all'anima ognuno potrebbe recitare la commedia spargere voci tranquillizzanti
essere un capo uno di quei vigliacchi che imperano nascosti controllano
ogni cosa gli svaghi lo stipendio quel che devi mangiare e come
devi sopportare le offese tutti quegli sputi nel piatto ove tu
mangi, via, Elena è via potrebbero anche ucciderla un foro
nella scheda la notizia laconica il controllo forse la sigla distratta
d'un impiegato Elena è tardi tutto il palazzo mi rovina
addosso Elena Elena
non in a3
la terza casa significherebbe la mia vedovanza, meglio in b6,
forse ho trovato la scappatoia ma l'animale m'aspettava al varco,
salta alla quarta d'alfiere, Elena corre in c6, lo stesso pazzo
bucefalo si catapulta e dà scacco al re, non è finita
moglie, prendo il cavallo con il fantoccio, ora ho dinanzi dieci
secondi di crepacuore, Elena, dieci secondi e la sentenza rimbomberà
nei circuiti con un fragore d'inferno, eccolo, come un falco l'alfiere
piomba alla quinta, lega moglie e marito ad una sorte, Elena addio,
prendo in b5 ma c'è l'altro cavallo che dà scacco
doppio, nel cuore e nella mente.
Finito.
Le mani poggiate sopra il cofano di Mark-5. Metallo ancora caldo,
le palme sopra il cofano buio e silenzio, poco fa (quando è
suonato il video). Sono rimasto immobile, io non ho avuto la forza
di parlarti, di udire la tua voce, Elena, vedere la tua maschera
dietro il cristallo, no, topi e lombrichi, un pozzo fetido d'innominabili
sconcezze, sono rimasto immobile, gli squilli, elitre vorticose
di squilli a vuoto elitre di libellula impazzita, ora ti penso
e vedo ora ti vedo fantasma che ti aggiri lungo le strade, un
guscio di silenzio che più nessuno potrà infrangere,
e i passi, lastricato, sonore ottusità senza risposta,
perché, dimmi, perché? Tu giri l'angolo forse ti
arresti un attimo, è difficile, quasi è impossibile
seguire la tua immagine, cammini soffocata nel vetro nella folla
le facce i ghigni astuti e lassù tra le guglie d'acciaio
forse ancora uno spicchio di cielo è inutile è inutile
guardare nel fumo dei triangoli, anche il cielo è finito,
non ci sono che muri e piazze e solitudini, ponti crollati, le
cattedrali dove la polvere ha consumato il suono d'ogni parola,
Elena, Elena ascolta, tu giungerai tra poco, ancora un viale venti
palazzi il nulla, lo scatto sordo e rabbioso del cancello, salirai
le scale, spenta, annientata, la chiave, la porta che si apre,
la luce nel vestibolo entrerai
qui, in questa stanza
Ma non avremo più, Elena, non troveremo più il coraggio,
mai più
La partita (Lasker-Delmar, 1910)
1. d4, d5; 2. Cf3, e6; 3. Ag5, f6; 4. Af4, Ad6; 5. Ag3, A:g3;
6 h:g, Ce7; 7. Cbd2, Dd6; 8. e4, d:e; 9. C:e4, Db4 scacco; 10.
c3, D:b2; 11. Cfd2, Db6; 12. Cc4, Dc6; 13. Ccd6 scacco, c: d;
14. Ab5, D:b5; 15. C:d6 scacco e vince.
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